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Pieve di Teco, quali prospettive per Monesi? L’intervento dei Alberto Gabrielli foto

"In due anni molto si è parlato, qualcosa si è progettato, niente è stato fatto"

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Pieve di Teco. Da quando la frana del 24 novembre 2016 ha portato via la strada (e non solo), Monesi è raggiungibile solo a piedi.

“In due anni molto si è parlato, qualcosa si è progettato, niente è stato fatto”. Ha parlare è Alberto Gabrielli, di Pieve, componente della commissione paesaggistica del Comune.

“Non facciamo il solito mugugno (anche se motivato) e prendiamo atto. Noi vorremmo però proporre un punto di vista diverso da quello scontato: e se rinunciassimo alla strada pubblica e facessimo una funivia ?”.

“Proviamo ad argomentare: la “bretella” stradale prevista a monte della frana, ma sempre sulla paleofrana, difficilmente potrà mai essere collaudata come strada pubblica: rimarrà strada di cantiere, utilizzabile solo dagli aventi diritto (da tutti, se si vuole coltivare la fiera delle ipocrisie, fino al primo, anche insignificante, problema).”

“Una funivia potrebbe basarsi, fuori paleofrana, nella zona sempre raggiungibile del piazzale di Monesi di Mendatica, a quota 1310 mslm, poggiare su un traliccio intermedio fondato sul crinale roccioso a quota 1370, e raggiungere il piazzale-parcheggio storico sotto all’ albergo Redentore a quota 1370 (per un totale di circa 850 m di sviluppo) oppure il piazzale parcheggio Roulotte più a monte a quota 1400 (per un totale di circa 1.150 m di sviluppo)”.

“Una ulteriore soluzione potrebbe prevedere una stazione intermedia a Piaggia, ma senza la necessità di tralicci intermedi: da Monesi di Mendatica (quota 1.310) al piazzale parcheggio di Piaggia (stessa quota per uno sviluppo di 580 m) e di qui al piazzale parcheggio sotto l’ albergo Redentore (quota 1.370 per uno sviluppo di 900 m) od il parcheggio Roulotte (quota 1.400 per uno sviluppo di 1.150 m), con uno sviluppo complessivo delle due tratte rispettivamente di 1.480 m o di 1.730 m”.

“I costi sarebbero dell’ordine di grandezza di 2-3 milioni di €: se poi si prevedesse la ri-costruzione, in contemporanea, della seggiovia fino alla “terza” (Cima Valletta), e l’ impianto di un’ unico cantiere, i costi unitari potrebbero scendere”.

“Molti conoscono Chamois stazione sciistica in provincia di Aosta, car-free, (ma italianamente ancora più chiaro: senza auto), raggiungibile solo in funivia: molte altre sono le realtà montane in cui, sia per motivi di spazio, sia per motivi ambientali, le auto sono bandite e le località si raggiungono solo in funivia: un comportamento di sicura ricaduta positiva anche sul piano del marketing, quindi: la scelta è possibile”.

“Resta l’ esigenza – sacrosanta – di riattivare la viabilità fra Monesi e Piaggia-Valcona-Le Salse. Una ipotesi potrebbe essere l’ adeguamento della Strada forestale che si diparte dalla Provinciale 1 fra S Bernardo e Monesi, circa 500 m prima della galleria artificiale, e che raggiunge l’ antico percorso (carrozzabile) Piaggia-Tanarello. Un’ altra l’ adeguamento di quest’ ultimo percorso fino a ponte Tanarello e la Provinciale Upega-Ponte di Nava”.

“Nell’ immagine, la SP 1 fra S. Bernerdo e Monesi è ben visibile ma non marcata: da essa si diparte una strada forestale che porta sino ad un ponte medioevale sul tanarello (che ha resistito all’ alluvione….).
Veramente problematico resta il collegamento fra Monesi di Triora e Monesi e tra Monesi di Triora e Piaggia: se l’ ardito ponte sul Bevera potesse essere certificato “solido” (ma non vorrei essere io il collaudatore), il secondo sarebbe risolto, mentre il primo potrebbe essere “bypassato” con la bretella veramente di cantiere (attraverso la paleofrana), riservata, se del caso, a residenti e servizi essenziali.
Ma la funivia risolverebbe, senza rischi aggiuntivi, la mobilità turistica e del tempo libero, promuovendo, con un veramente significativo valore aggiunto, quel territorio”.

“Questa è, evidentemente, un’ idea di Politica del Territorio e di una mobilità, modernamente intesa, sostenibile, accattivante; non pretende, ovviamente, di essere un progetto, ancorché non estranea ad aspetti tecnici e basata su conoscenza diretta del territorio. Riteniamo però, parafrasando Giorgio Gaber, che “a volte bisogna andarsene lontano e guardare la terra, come da un aeroplano…”: insomma abbandonare la pluridecennale visione del tutto-auto-dappertutto, può essere una scelta coraggiosa e strategica”.

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