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Sanremo, donna muore in ospedale dopo sei mesi di coma. La figlia si rivolge ad un legale: “Diagnosi sbagliata”

Due medici del pronto soccorso di Sanremo non avrebbero riconosciuto la Sindrome di Moschowitz

Sanremo. Due medici del pronto soccorso dell’ospedale di Sanremo sono accusati, dalla figlia di una 66enne morta lo scorso 25 giugno, di aver aver sottovalutato le condizioni della donna, sbagliando la diagnosi e causandone il decesso. Ma l’Asl si difende: “Dalla ricostruzione effettuata si evince che le procedure sono state effettuate in modo corretto”, fa sapere l’azienda sanitaria, che per tutelare la privacy della paziente preferisce non entrare nel merito della vicenda.

I fatti. Affaticata, con dolori al basso ventre, nausea e una emorragia in corso, G.R., 66enne residente a Ospedaletti, la mattina dello scorso 2 dicembre si è recata in pronto soccorso a Sanremo accompagnata dalla figlia. Sono le 11,15. La 66enne viene visitata da due medici, A.R.C., che prescrive una serie di esami, e P.S.: sarà quest’ultimo a firmare le dimissioni della paziente, alle 17,32, dopo circa sei ore dal suo ingresso in pronto soccorso, raccomandando alla donna di seguire una dieta leggera, mangiare alimenti contenenti molte fibre, bere due litri di acqua al giorno e fare dei clisteri fino al completo svuotamento dell’intestino. Insomma, per il medico, la 66enne aveva mal di pancia dovuto alla difficoltà nell’andare di corpo. Nè lui, né la collega prima di lui, si sarebbero accorti del valore bassissimo di piastrine (piastrinopenia) evidenziato nell’emocromo che pure avevano in mano, né dell’insufficienza renale, sottovalutando anche l’emorragia in corso: tutti sintomi della Sindrome di Moschowitz, rara forma di anemia, che si manifesta con sintomi anche neurologici, che si accompagnano ad alterazioni fluttuanti dello stato di coscienza, febbre e deficit della funzione renale. La diagnosi corretta verrà effettuata soltanto sei giorni dopo, nell’ospedale di Imperia, ma sarà troppo tardi.

Quando la donna torna a casa, infatti, le sue condizioni non fanno altro che peggiorare, tanto che il 6 dicembre, la figlia preoccupata chiama il 118: è il personale sanitario intervenuto, questa volta, a richiedere che la 66enne venga portata in ospedale. “Le sue condizioni sono critiche”, avverte il medico che visita la donna al punto di primo intervento di Bordighera e ne dispone il trasferimento a Sanremo. Qui la paziente arriva la mattina, ma solo la sera successiva, il 7 dicembre, viene accompagnata nel reparto di medicina interna. All’alba del giorno dopo, la 66enne viene trasferita a Imperia. La paziente viene portata nell’ospedale del capoluogo di provincia senza una cartella clinica che possa indicare agli operatori sanitari le sue condizioni. Nemmeno lei può farlo: è ormai priva di coscienza, in uno stato di coma in cui trascorrerà sei mesi, prima di morire lo scorso 25 giugno nel reparto di rianimazione dell’ospedale imperiese.

La figlia della donna si rivolge allora ad un avvocato di Sanremo. Secondo il legale, che si avvale della perizia di un medico di parte basata sul referto dell’emocromo effettuato il 2 dicembre (giorno del primo ingresso in pronto soccorso), i due medici dell’Asl 1 imperiese avrebbero sbagliato la diagnosi, sottovalutando il caso di G.R.: la grave piastrinopenia (mancanza di piastrine), gli esami effettuati e tutti gli altri sintomi lamentati dalla donna avrebbero dovuto far comprendere ai medici del pronto soccorso che avevano in cura la paziente che non si trovavano davanti ad un caso di comune mal di pancia. Gli esami parlavano chiaro: la donna era affetta da Sindrome di Moschowitz. Una malattia dalla quale si può guarire, se curata in tempo, con la plasmaferesi, la separazione del plasma sanguigno dagli elementi corpuscolati del sangue mediante centrifugazione. E’ infatti dimostrato da studi scientifici che un ritardo all’inizio del trattamento (dopo le 24 ore) può comprometterne l’efficacia.

“Tutte le procedure sono state effettuate in modo corretto”, fa sapere l’azienda sanitaria locale, che ricostruito il caso clinico a seguito della richiesta di risarcimento danni della famiglia della donna, “Questo è quanto abbiamo appurato con una ricostruzione interna del fatto”. 

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