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“Diano Marina, città degli aranci e dei divieti”: la denuncia di Rifondazione Comunista

"Naturalmente tutto quello che non si può fare nelle spiagge libere è invece consentito nelle spiagge private"

Diano Marina. Scrive il Circolo Dianese “G.B. Acquarone” del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea.

 

“Nelle spiagge libere, e solo in quelle, non si potrà più giocare a pallone (e va bene, alcuni ospiti possono essere disturbati da queste attività ludiche), non si potrà fumare (e va bene, fa male alla salute), e così via.

Naturalmente tutto quello che non si può fare nelle spiagge libere è invece consentito nelle spiagge private, e se il fetore di sigaro toscano che la brezza porta da qualche prestigiosa spiaggia a pagamento verso le narici di chi frequenta la spiaggia libera… ma chi se ne frega? Se vanno alla spiaggia libera sono solo straccioni, che vadano da qualche altra parte, pare essere il pensiero ricorrente tra quanti supportano l’amministrazione Chiappori.

Quanto poi alle supposte “ronde” delle quali si è recentemente fantasticato sui social network, che dovrebbero garantire “ordine e disciplina” sulle spiagge, sappiamo da decenni come funzionano queste cose: l’ordine e la disciplina sono solo per gli altri, non certo per i rondaioli.

Per non dimenticare l’ordinanza di qualche anno fa, che potrebbe far guadagnare a Diano il titolo di “Kabul Beach”, che impone ai frequentatori delle spiagge di vestirsi in modo “decente” quando escono dalla spiaggia.
Ma naturalmente che alle signore non venga in mente di indossare un burqa o un niqab, nonostante tali indumenti sarebbero l’unico metodo di protezione da mosche ed altri insetti attirati dagli odori nauseabondi esalati dalla fatiscente rete fognaria.

Se aggiungiamo a questa miriade di divieti gli altri disagi per i turisti, primo fra tutti quello della stazione quasi totalmente scollegata dalla costa (però il fatto che sia stata realizzata vicino al depuratore fognario di Diano San Pietro permette a chi arriva in treno di “acclimatarsi” all’aria di Diano Marina) e l’accesso alla quale avviene attraverso un pericolosissimo cripto-marciapiede dipinto sul ciglio della strada, il dissesto della rete idrica, la mancata esecuzione dei lavori sull’ex sedime ferroviario che Chiappori ci promise, ad inizio 2017, che sarebbero stati realizzati “con la massima urgenza”, non ci si può stupire se i turisti preferiscono altri lidi.

E di certo non è colpa dei migranti, cruccio quasi monomaniacale di Chiappori – e dei suoi elettori -, se dal 2005, data di presentazione del progetto della stazione di Diano, nessuna amministrazione si è mai preoccupata di costruire marciapiedi e piantare alberi sul tracciato verso la stazione, se i tubi dell’acquedotto e delle fogne, vecchi di decenni, hanno concluso il loro periodo di affidabilità, se i marciapiedi – quando ci sono – sono sconnessi e mal illuminati, se le strade sono piene di buche, pericolose per turisti – e migranti, ma quelli non contano – che girano in bici o scooter, ma che i nativi dotati di ben ammortizzati SUV non dovrebbero neppure notare. Anzi, se Chiappori suggerisse che le buche servono principalmente a far stramazzare i “negri in bici“, siamo certi che sarebbero molti a non lamentarsene più.

Non ci pare che, negli ultimi venti o trent’anni, le pressoché inerti amministrazioni di Diano Marina, Diano Castello, Diano San Pietro, Diano Arentino, San Bartolomeo al Mare, Cervo e Villa Faraldi siano state costituite da una maggioranza di senegalesi, guineani e nigeriani, anche perché, forse, le cose sarebbero andate meglio!”. 

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