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La storia della nascita dell’acquedotto di Sanremo raccontata dallo storico Andrea Gandolfo

Quest'anno si celebra il 135° anniversario della stipulazione del contratto tra il Comune, rappresentato dal sindaco Bartolomeo Asquasciati, e l'impresa di Giovanni Marsaglia, per la costruzione del nuovo acquedotto sanremese

Sanremo. In occasione del 135° anniversario della stipulazione del contratto tra il Comune di Sanremo, rappresentato dal sindaco Bartolomeo Asquasciati, e l’impresa di Giovanni Marsaglia, per la costruzione del nuovo acquedotto di Sanremo, lo storico Andrea Gandolfo racconta le vicende storiche e amministrative che hanno portato alla conclusione di tale importante accordo, che tanta importanza ha rivestito nella storia della nostra città:

“Nel corso degli anni Settanta dell’Ottocento iniziò a farsi sentire anche a Sanremo il problema di un migliore approvigionamento idrico della popolazione urbana, che, dopo essersi notevolmente accresciuta, lamentava allora la cronica insufficienza di acqua potabile, che si voleva anche nelle case private. Fu così che nel 1876 il consiglio comunale deliberò la costituzione di una speciale commissione con l’incarico di studiare la possibilità di costruire una derivazione d’acqua dal fiume Roja, che avrebbe consentito un notevole approvigionamento idrico in grado di soddisfare anche i bisogni del settore agricolo. Alla fine del decennio venne indetta una gara d’appalto e diverse società furono invitate a presentare dei progetti adeguati al Consiglio.

Nel 1881 la società francese Galopin, Süe, Jacob & C. propose di derivare dal sottoletto del Roja, oltre il castello di Piena, duecento litri di acqua al secondo pari a 17.280 metri cubi al giorno con altezza massima di distrubuzione di 120 metri. Tale società avrebbe infatti avuto l’intenzione di fornire acqua potabile a tutti i comuni compresi tra Sanremo e Ventimiglia, ma alla fine la proposta della ditta francese non venne accolta, forse per i costi troppo alti dell’operazione determinati dalla grande distanza del fiume Roja da Sanremo e dalle oggettive difficoltà tecniche a far passare la condotta attraverso un territorio che si presentava estremamente impervio.

Il 28 dicembre 1881 la Società Italiana per Condotte d’Acqua di Roma domandò invece al Comune di indire un regolare concorso alle condizioni che essa prospettava, al fine di raggiungere al più presto un accordo con l’impresa che avesse offerto le maggiori garanzie per la fornitura di acqua potabile alla città. Nel 1882 l’Amministrazione Comunale giunse finalmente ad un accordo, poi perfezionato in contratto vero e proprio, con la Société Lyonnaise des Eaux et d’Éclairage, che si impegnò a condurre a Sanremo non più le acque del Roja, ma quelle delle sorgenti dell’Argallo, già acquisite per approvigionare la città di Ospedaletti. La Société Lyonnaise si incaricò in particolare di costruire una conduttura in grado di erogare 4.000 metri cubi d’acqua giornalieri per Sanremo e 200 per Ospedaletti, che sarebbe stata raggiunta da una diramazione.

Inoltre la Società transalpina garantì agli amministratori sanremesi che, una volta ottenuta la necessaria autorizzazione governativa, essa avrebbe aumentato a 7.500 metri cubi giornalieri la quantità di acqua erogata alla città matuziana tramite una derivazione delle acque del torrente Ossentina. Ben presto sorsero però dei dissidi tra gli ingegneri francesi inviati dalla Société Lyonnaise per studiare il modo migliore di incanalare le acque dell’Argallo e gli abitanti di Badalucco, Vignai e Zerbi, che detenevano diritti secolari di usufrutto sulle sorgenti che stavano per essere immesse nella conduttura. La Société Lyonnaise rescisse così il contratto stipulato con il Comune di Sanremo, che accettò allora l’offerta prospettata dall’ingegnere torinese Giovanni Marsaglia, che si assunse l’incarico di approvigionare la città alle stesse condizioni di quelle già concordate con la compagnia transalpina.

Il 12 giugno 1883 venne quindi stipulato il contratto tra il Comune di Sanremo, rappresentato dal sindaco Asquasciati, e l’impresa di Marsaglia, alle seguenti condizioni: il Comune riconosceva all’imprenditore torinese il diritto esclusivo di occupazione gratuita del suolo pubblico per la costruzione della condotta d’acqua potabile; la durata di tale concessione era fissata ad un periodo di ottant’anni, scaduti i quali l’acquedotto, comprese le prese, le vasche e l’acqua erogata, sarebbe divenuto proprietà assoluta ed esclusiva dell’Amministrazione comunale; l’imprenditore si impegnava inoltre a garantire la purezza delle acque, sulla quale era riconosciuta al Consiglio Comunale la facoltà di effettuare dei controlli periodici; l’acqua sarebbe stata derivata per 4.000 metri cubi giornalieri dalle sorgenti alle pendici del monte Ceppo e successivamente per altri 3.500 metri cubi dal torrente Ossentina; il Comune acconsentiva che 200 metri cubi estranei al computo fossero dirottati su Ospedaletti; i prezzi annui degli abbonamenti erano fissati a 25 lire per 100 litri d’acqua giornalieri, 45 lire per 250 litri, 60 lire per 500 litri e 100 lire per 1.000 litri; l’acqua eccedente i consumi degli abbonati sarebbe stata concessa per usi industriali e agricoli a prezzi ridotti; il Comune avrebbe potuto usufruire di 1.000 metri cubi giornalieri d’acqua per soddisfare le esigenze igieniche della città; i quantitativi d’acqua degli abbonamenti sarebbero giunti nel cassone di raccolta di proprietà dell’abbonato nel corso della giornata; le nove fontane pubbliche sarebbero state infine aumentate di una unità ogni mille abitanti.

Con regio decreto del 23 marzo 1884 tutti i lavori necessari a costruire la nuova condotta furono dichiarati opera di pubblicà utilità in base al progetto di attuazione del contratto con Marsaglia, redatto il 4 luglio 1883. Subito dopo l’approvazione reale, iniziarono i lavori di costruzione dell’acquedotto, che venne ufficialmente inaugurato il 12 marzo 1885. Il nuovo impianto, chiuso ermeticamente e costruito in parte in pietra e cemento e in parte in ghisa, era alimentato da sorgenti che si trovavano ad un’altezza media di 900 metri sopra il livello del mare e attraversava le valli dell’Ossentina e dell’Armea per una lunghezza complessiva di 25 chilometri. Erano stati anche costruiti due grandi serbatoi di raccolta dell’acqua, uno nei pressi della frazione di Poggio e l’altro lungo la mulattiera che conduceva a San Romolo.

Ad Argallo esisteva inoltre una pompa che sollevava l’acqua delle sorgenti depresse rispetto alla condotta, vero capolavoro di ingegneria idraulica realizzato con i migliori materiali e con l’ausilio delle tecnologie più avanzate. La costruzione del nuovo acquedotto rappresentò uno dei più brillanti risultati raggiunti dall’amministrazione Asquasciati, che vi impegnò ingenti quantità di denaro pubblico allo scopo di risolvere il problema dell’igiene cittadina e, soprattutto, di soddisfare le esigenze idriche della clientela turistica, che costituiva ormai la principale risorsa economica della città. Uno dei principali benefici che l’amministrazione comunale trasse dalla creazione del nuovo acquedotto fu quello di aver trovato finalmente uno strumento adatto a risolvere l’annosa questione igienica della città; grazie alla nuova conduttura si rese infatti disponibile una quantità di acqua sufficiente per il lavaggio delle strade e dei canali di scolo e per lo sciacquo delle chiaviche e dei fognoni”.

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