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I sugeli, la Terra brigasca e una comitiva di “reaudée”: come le tradizioni agropastorali sopravvivono ai tempi moderni fotogallery

Domani Realdo festeggia Sant’Antonio, uno degli appuntamenti più sentiti dalla comunità che si ritrova per mantenere vivo quel passato fatto di storie, tradizioni e culture che contraddistinguono il popolo brigasco

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Triora. Una pasta semplice, di sola acqua, farina e un filo d’olio, lavorata a gnocchetti con il tipico “corpu de diu”. Sono i sugeli, il piatto “nazionale” delle Alpi Marittime con cui, come da consuetudine, la comunità di Realdo domani, domenica 17 giugno, celebrerà la festa patronale di Sant’Antonio. Uno degli appuntamenti più sentiti dalla gente del piccolo agglomerato montano che annualmente si ritrova sul sagrato della Chiesa per mantenere vivo quel passato fatto di storie e tradizioni proprie della Terra brigasca, di cui la piccola frazione di Triora fa parte.

I sugeli, del resto, sono espressione di quell’antica civiltà agropastorale che ancora oggi, epoca che corre veloce e parla per like e tweet, ha trovato il modo di sopravvivere con il suo dialetto nel territorio che si apre al confine tra la Francia e le province italiane di Imperia e Cuneo. Quindi a Realdo, appunto, e poi Verdeggia, Piaggia, Upega, Carnino, Viozene e, in Francia, Morignole e La Brigue.

Nati quando ancora queste ultime si trovavano all’interno dei confini nazionali, i sugeli hanno trovato il modo di attraversare i secoli e i luoghi portando con loro i sapori poveri della transumanza. In tutte e sei le isole linguistiche brigasche sono pietanza caratteristica, identità di un popolo orgoglioso delle proprie radici a cui piace rincontrarsi per trovare legami di vecchia data e instaurarne di nuovi andando oltre il segno della tradizione.

Perché la continuità è prioritaria per questo popolo verace. Una sorta di imperativo categorico da lasciare al mondo 4.0, che nel paese ai piedi del Saccarello trova voce in un’arzilla comitiva: c’è Silvana Alberti, 66 anni, che cresciuta fra le borgate realdesi oggi risiede a Sanremo con la famiglia «ma appena posso scappo nel silenzio della mia infanzia». C’è Luigi Giulio Lanteri Lianò che «a Realdo sono nato 85 anni fa e da 85 anni ci vivo». E poi ci sono Dario Barutti, 74 anni, e la moglie Lanza, 70 anni. Dei due è lui il reaudée doc ma la costa lo ha “adottato” fin quando era bambino: «prima il collegio, dopo il lavoro e l’amore. Ricordo che da ragazzetto tutte le Vigilie di Natale, appena l’istituto chiudeva, prendevo la corriera per tornare a casa. Solo che all’epoca la strada non era ancora stata costruita. L’autista mi lasciava a Triora intorno alle nove di sera e io e la mia valigetta ci arrampicavamo per le mulattiere con la notte che scendeva. Arrivavo sempre che Gesù Bambino era già nato. I tempi sono cambiati ma oggi come ieri Realdo è sempre un posto dimenticato da Dio e dagli uomini. A noi però piace così».

Come gli fa eco la signora Silvana: «dopo il generale spopolamento della montagna del secondo dopoguerra i residenti in paese si sono ridotti a, forse, una cinquantina. D’estate si arriva ad alcune centinaia: qualche turista, soprattutto genovesi, e gente di città come me che ha la seconda casa. Ma non ci lamentiamo, stiamo bene. C’è silenzio, pace, l’aria è incontaminata e qualcuno ha anche la connessione internet. Poi c’è sempre qualcosa da fare. In queste settimane, per esempio, stiamo dando una mano alla Proloco per organizzare la festa di Sant’Antonio. Abbiamo preparato circa 20 kg di sugeli. Come si fanno? Semplice: farina, sale e un po’ d’olio per amalgamare il tutto. Poi si impastano facendo delle striscioline che noi chiamiamo bisce. Il procedimento è lo stesso di quello degli gnocchi, ma invece di schiacciarli con la forchetta usiamo il dito. Dopodiché vengono fatti bollire in acqua salata con patate per 20 minuti. È un piatto della nostra tradizione popolare, povero ma nutriente. Generalmente li condiamo con il brusso ma vanno bene anche il sugo di pomodoro, la gorgonzola e pure la lepre! Sarò di parte, però sono buonissimi! Lo dice anche mia figlia che a Realdo viene poco ma da quando gli ho insegnato la ricetta di famiglia li prepara ad ogni ricorrenza e io divento felice, perché mi rendo conto di essere riuscita nel mio intento: trasmettere alle nuove generazioni i sapori di un passato che non vogliamo dimenticare».

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