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Giro d’Italia, due sanremesi in Israele nel sogno di Fabio Aru foto

Un biglietto staccato d'euforia con gli zaini pronti da settimane per Andrea Baldizzone e Luca Bruna

Sanremo. Da qualche ora è partita la terza tappa del Giro d’Italia. Dopo Gerusalemme e Tel Aviv, la carovana rosa sta attraversando il cuore del deserto israeliano. Da Be’ er Sheva, la città dove Abramo osò piantare nella sabbia un vigneto e la sua stessa casa, nel pomeriggio i corridori giungeranno sulle rive del Mar Rosso, nel luogo del leggendario incontro fra Re Salomone e la regina di Saba, Eliat. 229 km tra funghi di pietra e ponti naturali, con l’insidia del Makhtesh Ramon: uno dei più maestosi crateri del mondo. Ammirare lo snodarsi del serpentone sarà un colpo d’occhio mozzafiato. Per sportivi, addetti ai lavori e anche curiosi locali e turisti. I media stimano che la 101esima edizione della grande corsa a tappe, la prima con partenza al di fuori dei confini europei, abbia richiamato nella Terra Promessa più di 10mila persone. Tra questi, due sanremesi.

Andrea Baldizzone e Luca Bruna, entrambi classe 1986, sono partiti lo scorso 2 maggio alla volta della Città Santa. Un biglietto staccato d’euforia con gli zaini pronti da settimane. «Siamo due appassionati di ciclismo da sempre, come potevamo perdere un simile evento? – raccontano a Riviera24.it dalla loro stanza di albergo a Tel Aviv –. Ci conosciamo fin da ragazzini e insieme abbiamo seguito innumerevoli tappe del Giro d’Italia e del Tour de France, alcuni anni fa siamo anche andati a Firenze per il Mondiale. Quando abbiamo saputo che l’edizione 2018 del Giro si sarebbe tenuta a Gerusalemme, non ci abbiamo pensato due volte a organizzare il viaggio. Ci siamo detti, perché non unire il lato sportivo a quello turistico? Siamo anche due appassionati viaggiatori e Israele era una meta che ci ronzava in testa da un po’».

Non a caso, per Israele ospitare la grande partenza del Giro d’Italia, avvenuta il 4 maggio a pochi metri dal Santo Sepolcro, il Muro del Pianto e la Spianata delle moschee, è stata (e qui citiamo le parole della direttrice dell’Ufficio nazionale israeliano del turismo, Avital Kotzer Adari) “un’ opportunità straordinaria per far conoscere agli italiani, e non solo, il nostro Paese”, che per l’occasione è stato trasformato in un inaudito contenitore di eventi, con strade e locali vestiti a festa. «Siamo stati accolti da una macchina organizzativa caldissima – proseguono i due che sono accompagnati da una cara amica, Elisa Riciputo –. Sinceramente non ce lo aspettavamo. In concomitanza alle prime due tappe, ovunque abbiamo trovato musica, party, palloncini e striscioni rosa. In giro, poi, tantissima gente, soprattutto israeliani, adulti e giovanissimi che si divertivano a fare le foto con i corridori. Con alcuni abbiamo anche stretto amicizia e parlando abbiamo scoperto che, nonostante le varie polemiche che sono sorte, la manifestazione era molto attesa fra la gente sotto diversi punti di vista».

E in effetti, in un momento storicamente complesso come quello attuale, lo scatto della crono individuale di apertura alle 13.50 di venerdì scorso ha avuto per Israele l’effetto benefico e galvanizzante di una mini Olimpiade. Gli aeroporti nazionali hanno visto sbarcare un esercito pacifico di circa 2000 uomini tra ciclisti, allenatori, tecnici e meccanici, più i 600 giornalisti e le 70 troupe televisive accreditate e arrivate da ogni parte del mondo. Il tutto nel mese in cui Israele festeggia i 70 anni dalla sua fondazione (il prossimo 15 maggio), e con un investimento da parte del Governo di 7,5 milioni in aggiunta ai 20 messi a disposizione dal magnate ebreo-canadese Sylvan Adams.

«Abbiamo trovato un clima davvero fantastico e, contrariamente a quanto siamo abituati a leggere sui giornali o ad ascoltare alla televisione, estremamente sicuro. Il percorso è controllato da non so quante telecamere e un ingente dispositivo di sicurezza vigila sulla folla», aggiunge Luca, rimasto particolarmente colpito dall’incontro fra le vie di Gerusalemme con un giovane di vent’anni che su una spalla portava una sacca da palestra e sull’altra un mitra. «Alla sua vista – confessa –, sono rimasto sbalordito, senza parole e ho compreso l’essenza vera di questa città, della sua storia, la reale portata di questo 101esimo Giro d’Italia», che, in un saliscendi lungo i luoghi che hanno assistito ai conflitti religiosi più cruenti dell’umanità, si svolge nel nome di Gino Bartali: l’immenso ciclista italiano già riconosciuto da Israele come “Giusto” tra le nazioni per avere salvato 1000 ebrei dai nazisti e oggi suo cittadino onorario.

«Assistere a questa edizione della corsa – sottolinea Andrea – è stato davvero emozionante, soprattutto dal punto di vista umano. Ci ha aperto una nuova finestra sul mondo e torneremo a casa più ricchi che mai. Quanto all’aspetto sportivo, siamo molto contenti della vittoria di ieri di Elia Viviani, ma tifiamo Fabio Aru e speriamo che nelle prossime tappe riesca a vincere. Dopo Tel Aviv, non seguiremo più il Giro dal vivo, il nostro viaggio prosegue per Petra, in Giordania, e poi torneremo a Sanremo. La gara però continua» e chissà che a volare sul traguardo il prossimo 27 maggio a Roma non sia proprio il beniamino dei nostri due tifosi giramondo, già sul podio finale della “rosa” in due occasioni, nel 2014 e nel 2015. «Forza Aru, siamo con te!»

A seguito del Giro come cronometrista, dalla provincia di Imperia in Israele c’è anche Alessio Bianchini di Arma di Taggia. 

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