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Imperia, false autopsie: chiesti 6 anni e 6 mesi per la dottoressa Del Vecchio

Per i reati di falso, truffa e peculato

Imperia. Al termine di una requisitoria di oltre tre ore, il pubblico ministero Grazia Pradella ha chiesto una condanna complessiva finale di anni 6 e mesi 6 di reclusione nei confronti della dottoressa Simona Del Vecchio, ex dirigente della struttura complessa di medicina legale dell’Asl 1 imperiese, per i reati di falso, truffa e peculato. La parte civile, ovvero l’Asl 1 imperiese, ha invece formulato una richiesta di risarcimento danni complessiva di euro 153.769,64, di cui 120mila euro per danni di immagine.

Dopo aver ringraziato i militari della Guardia di Finanza del maresciallo Cariddi che hanno svolto “indagini complesse in un ambiente particolarmente ostile, con grande coraggio e soprattutto autonomia di giudizio, mettendo il massimo impegno e la massima professionalità in un’indagine che fin dall’inizio si è dimostrata in salita”, il pubblico ministero Grazia Pradella ha spiegato al collegio del tribunale di Imperia, presieduto dal giudice Aschero con a latere i giudici Russo e Lungaro, come gli elementi probatori raccolti abbiano confermato pienamente l’ipotesi accusatoria nei confronti della dottoressa Simona Del Vecchio, con riferimento a tutte le fattispecie di reato: falso, peculato e truffa. Così come è emerso dagli interrogatori dei testi durante la fase dibattimentale del processo.

Intercettazioni telefoniche e ambientali, pedinamenti, prove raccolte a seguito di perquisizioni documentali, dichiarazioni rilasciate dai testimoni ai militari della Guardia di Finanza nonché interrogatori nel corso del processo hanno portato il pm a presupporre l’esistenza di un vero e proprio metodo di lavoro secondo il quale i certificati venivano falsificati ogni qual volta si trattava di morti anziani, escludendo scientificamente tutte quelle morti di giovani e quelle morti “strane” che avrebbero potuto far nascere dei sospetti. “Un metodo agghiacciante”, lo ha definito la Pradella, “Quasi a fare una drammatica tabella di valori tra morti”. E ha aggiunto: “Sono indignata come pubblico ministero, come paziente e come familiare di persona anziana”.
“Su 100 certificati, 95 li facevo a tavolino”: è quanto l’impiegata amministrativa dell’Asl 1 imperiese, Stefania Stella, ha dichiarato in fase dibattimentale rispondendo ad una precisa domanda del pm. Una proporzione, questa, avvalorata dalle deposizioni di altri testimoni.

Superficialità, approssimazione, utilizzo incongruo dei mezzi pubblici: nel corso della requisitoria il pm Grazia Pradella ha più volte puntato il dito contro il “metodo non solo disinvolto, ma illecito, adottato dalla dottoressa Del Vecchio in prima persona e da altri colleghi con frequenza e modalità diversa, con il quale sono state gestiste le problematiche dei defunti con incomprensibile e ingiustificata disinvoltura”. Il magistrato ha ricordato come “punture conservative venissero affidate ai cassamortari”, mentre a pensionati che nulla c’entravano con la struttura complessa di medicina legale e via dicendo. “Ne esce un quadro avvilente della concezione della professione medica”, ha dichiarato Pradella, “Certo, la dottoressa avrà raggiunto gli obiettivi di risultato che l’Asl le imponeva, ma a che prezzo? Al prezzo di trattare la morte nel modo che fin troppo chiaramente emerge dagli atti di questa indagine e che ha trovato una conferma decisa, reiterata, con toni che a volte mi hanno stupito in sede di dibattimento”. Proprio per il comportamento tenuto dalla dottoressa Simona Del Vecchio nel corso del processo, il pubblico ministero ha ritenuto che l’imputata, seppur incensurata, non avesse diritto di usufruire delle attenuanti generiche.

“In sei mesi la dottoressa Del Vecchio ha fatto un certificato necroscopico corretto”, ha dichiarato in aula il dottor Giovanni Scevola, direttore della struttura complessa “Risorse Umane” della Asl. “Un dato che deve far riflettere”, ha detto la Pradella, cha ha ricordato come i certificati contestati, nello stesso arco temporale, siano invece 86.

L’indagine ha portato allo smantellamento della struttura di medicina legale in quanto tutti i medici, ad eccezione del dottor Leoncini, sono stati indagati ed in seguito allontanati e vi sono tuttora dei procedimenti disciplinari in corso. All’interno del gruppo di lavoro, la posizione della dottoressa Del Vecchio, ex dirigente, è peculiare.

Visite necroscopiche mai effettuate, compilazione di certificati necroscopici da parte di persone che non avevano il titolo per farlo, ma erano in possesso di certificati lasciati in bianco dalla dottoressa Del Vecchio. Certificati contenuti in una “cartellina” in possesso all’impiegata amministrativa Stefania Stella, come emerge dalle dichiarazioni dei testimoni. Proprio la signora Stella, in fase dibattimentale, per sua stessa ammissione ha detto di aver “collaborato” fornendo il proprio ausilio e seguendo indicazioni della dottoressa nella redazione di certificati necroscopici falsi. Motivo per cui la donna ha patteggiato e scontato una condanna a 4 mesi.

A testimonianza di quanto accadesse nel dipartimento di medicina legale ci sono anche le intercettazioni telefoniche tra la dottoressa e gli addetti delle agenzie di pompe funebri, tra cui emerge la figura di un tale Federico che tramite messaggio WhatsApp ha inviato in almeno un caso la foto di un defunto alla Del Vecchio, che stava facendo compere in un centro commerciale fuori provincia. Poi ci sono i famigliari dei defunti che hanno dichiarato di non aver mai visto il medico legale nelle proprie abitazioni.

Emblematico il caso della defunta Concetta O. L’anziana, si scoprirà poi, era morta a seguito di un trauma cranico causato dall’utilizzo improprio di un alza-persone da parte di due infermiere. Per evitare che “saltasse il funerale” già organizzato, la Del Vecchio avrebbe cancellato la voce “trauma cranico” dal certificato Istat redatto dal medico dell’ospedale di Imperia dove la donna era stata ricoverata, e scrivendo invece come causa della morte: “insufficienza respiratoria”. Ma le intercettazioni telefoniche dimostrano come la dottoressa Del Vecchio non fosse a conoscenza del caso e avesse invece tentato di fare un favore all’amica dell’agenzia funebre che le aveva telefonato in lacrime, preoccupata di dover rimandare il funerale.

“Ma lascia perdere, se scriviamo “trauma cranico” poi ci tocca far l’autopsia ad un’ottantenne”: si sente in una delle intercettazioni. “Non c’è scritto ma ce lo scrivo io: morte per insufficienza respiratoria”, dice ancora la Del Vecchio. “Come se la verità naturalistica debba essere piegata dalla verità opportunistica e della superficialità: tutto per fare di corsa un funerale”, ha concluso il pm, “La signora Concetta ha diritto ad avere tutta la dignità di qualsiasi altra persona”.

Al termine della requisitoria, prima di formulare la richiesta di condanna, il pubblico ministero ha parlato del reato di “peculato”: il primo dei reati contestati alla Del Vecchio in quanto “reato spia”, come lo ha definito la Pradella. “E’ stato il reato per cui i finanzieri di propria iniziativa, intuendo che chi fosse ben altro, hanno iniziato ad investigare sul dipartimento di medicina legale”. La dottoressa, è dimostrato da intercettazioni ambientali, utilizzava la Fiat Panda aziendale per fini ameni: “per farsi le unghie e portare il cane dal veterinario”, ha ricordato il magistrato, “Invece che per andare a visitare le salme, come la Legge prevedeva”.

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