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Sanremo, a Mirkoeilcane il premio della critica “Mia Martini”: convince la giuria il testo dedicato al dramma dei profughi visto con gli occhi di un bambino

Il cantautore 32enne si immedesima nel piccolo "Mario": un bimbo come gli altri che sogna di fare il calciatore

Sanremo. Con un ritornello ipnotico, insistente, martellante e strofe che ritraggono un dramma visto dagli occhi innocenti di un bambino, Mirkoeilcane si è aggiudicato il premio della critica “Mia Martini” per la sezione nuove proposte. A lui sono andati 74 dei 130 voti validi della giuria. Al secondo posto Ultimo con la sua “Il ballo delle incertezze” (19 voti) e al terzo “Il mago” di Mudimbi (12 voti).
Ad Alice Caioli in gara con la canzone “Specchi rotti”, invece, è andato il Premio Lucio Dalla.

“Stiamo tutti bene”, recita la canzone: ma bene, Mario, il bimbo di 7 anni strappato dai suoi giochi per conoscere sofferenza e morte, non sta per nulla. Nel viaggio della speranza attraverso il Mediterraneo, il piccolo conosce la brutalità: vede persone gettate in mare e anche se la madre cerca di nascondergli la realtà, Mario inizia a sospettare che quello che gli racconta la mamma non sia vero o almeno non lo sia del tutto.

“Ciao, mi chiamo Mario e ho 7 anni, 7 e mezzo per la precisione, mi piace il sole, l’amicizia, le persone buone, il calcio, le canzoni allegre ed il profumo buono della pelle di mia madre”, si presenta il bimbo a cui è stato dato il nome Mario, il nome più comune perché lui è un bambino come tutti gli altri e come tutti gli altri gioca a pallone e sogna, da grande, di fare il calciatore.

Poi il viaggio per raggiungere il papà che Mario non vede da diversi mesi. Un viaggio che ai suoi occhi di bambino appare, all’inizio, una vacanza anche se un po’ difficoltoso: “Ma guarda te a jella proprio a me doveva capitare / quattro giorni su sta barca, intorno ancora solo mare / ma ti pare giusto / uno va in vacanza per la prima volta / e quelli lì davanti son capaci di sbagliare rotta / che poi a chiamarla barca / ci vuole un bel coraggio / stare in tre / seduti in mezzo metro di spazio / è come me e gli altri 200 / tutti intenti a pregare / ed io vorrei soltanto alzarmi e palleggiare / Ma se soltanto sporgo anche di un centimetro il piede / questo davanti si sveglia / e inizia a dire che ha sete / io ho pure sete, fame, sonno / e mi fa male la schiena / ma non c’è mica bisogno /di fare tutta sta scena”.

Diretta, disincantata, pura: la canzone del romano Mirko Mancini, vero nome dell’artista 32enne, è un pugno allo stomaco che lascia senza fiato chi l’ascolta. Un testo che ricorda il De André più socialmente impegnato: il Faber che con “La guerra di Piero” raccontava la morte e la fine della pietà e che con “Girotondo” lasciava che le bombe cadessero addosso ai bambini, rivive nel dramma contemporaneo di un migrante come tanti, uno delle migliaia. Uno che ha un nome comune, Mario.

“S’è fatta notte, ho freddo”, dice Mario alla fine, “e in cielo non c’è neanche la luna / gente grida, chiede aiuto / ma nessuno risponde / mi guardo intorno e neanche a dirlo / vedo sempre e solo onde / dopo onde, ancora onde / allora onde evitare di addormentarmi / come gli altri /ed esser buttato in mare / mi unisco al coro della barca / e inizio a piangere e gridare / non ho forza, chiudo gli occhi /e non so neanche nuotare Stiamo tutti bene”. Ma bene non sta nessuno, solo che è meglio credere così. Perché la morte di Mario, un bimbo come milioni di altri bimbi, un bimbo che sogna di fare il calciatore da grande, un bimbo che corre come il vento e ama la sua mamma, non è possibile da sopportare. Per questo, “stiamo tutti bene”. Stiamo tutti bene.

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