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I “Capohornisti” a Cervo raccontati dagli anziani del borgo

I naviganti portavano per il viaggio un materassino e la cassetta dei ferri

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Cervo. Gli anziani Capohornisti naviganti cervesi ricordavano volentieri, con una punta di nostalgia, le traversate sui “barchi” a vela ed infarcivano i loro racconti marinareschi di terrificanti avventure che facevano rivivere un’epoca pari a quella dell’isola del tesoro scritta da Robert Louis Stevenson.

Sui suoi libri di bordo Capitan Treggin descrive anche lui da vero scrittore di romanzi, con frasario semidialettale, i fortunali (furiosa tempesta di vento che si abbatte sul mare) durante i quali era impossibile evitare che l’acqua entrasse attraverso i boccaporti, invadendo la stiva dove era posto il carico merci.
Allora, in quel secolo XIX, egli metteva in azione le pompe a mano e “pompando (scrive sul suo giornale di bordo) venivano fuori acqua e fave, acqua e avena, acqua e vino”; e per quanto il carico fosse stato diligentemente stivato sottocoperta, le avarie alle botti di vino erano praticamente ineliminabili.

I contratti con i “padroni” prevedevano anche lo sbarco senza reimbarco.
Abbiamo testimonianza di naviganti che si fermarono ad esempio in Argentina, Uruguay, in Venezuela dove misero su attività e famiglia.
Uno dei cosiddetti “barchi” si chiamava “Emanuele Accame” un “barco” dei migliori e dei più grandi che passava il Capo d’Horn. Quel Capo Horn, dove i due oceani si scontrano, mai domi, mai stanchi. Erano veri marinai senza paure come fu l’Ottocento, che sapevano arrivare in porto senza alberi rotti, con un pezzo di barca ancora galleggiante. Ogni rientro a casa del Treggin col suo equipaggio, li poneva come protagonisti di una grande epopea di avventure sul mare.

Restano dopo anni ed anni affascinanti eroi di casa nostra, che hanno conquistato un posto d’onore nel cuore dei lettori come noi con le loro imprese leggendarie.
Un viaggio sui barchi a vela durava dieci mesi, a volte anche diciannove mesi.
C’è chi tornato doveva farsi riconoscere come un neo Marco Polo o come Ulisse.
Si racconta un caso simile in cui un navigante, non riconosciuto dalla madre, venne riconosciuto dal cane Argo.
Il fedele amico che gli andò incontro facendogli le feste, saltandogli addosso.
Solo allora la Madre gli sorrise riconoscendolo a sua volta dai denti, perché aveva due file di denti bellissimi.
A bordo stavano bene, così dicevano, in quanto mangiavano pastasciutta, fagioli, frutta conservata nei vasi.
Non c’era il medico, ma c’era una piccola farmacia.
Se uno soffriva il caldo, gli facevano i massaggi col ghiaccio, e delle punture (iniezioni) per “dare polso al cuore”.
Avevano tanti rimedi curativi. Le malattie più incurabili erano la febbre gialla e il beri-beri, che causava croste su tutta la pelle, ed era molto contagioso. Poi in agguato si profilava lo scorbuto, ed il succo di limone poteva essere un rimedio.
Nel Borgo gli è stato intitolato un vicolo. Chi si ammalava veniva confinato in una gabbia appartato dagli altri. Arrivati in porto il comandante andava dal console o in capitaneria, denunciava il fatto e il malcapitato veniva sbarcato dal “barco”.

I naviganti portavano per il viaggio un materassino e la cassetta dei ferri. Se erano carpentieri l’ascia, la s-ciuna, la sega, secondo il lavoro che facevano a casa quando non navigavano. Non mancava l’impermeabile, l’incerata, gli stivali.
Le loro cambrette erano le cuccette, una specie di brandine appese al soffitto, su cui sistemavano il materassino, le coperte, ma non le lenzuola. La paga non veniva data a bordo. Veniva elargito solo qualche acconto dal capitano se qualcuno voleva comprarsi un ricordo per portarlo poi a casa. La paga completa veniva data a saldo a viaggio finito, ossia allo sbarco. Eventuali acquisti nel porto d’arrivo dovevano essere autorizzati dal comandante. Finito il viaggio, chi voleva fermarsi otteneva la licenza senza paga, poi ripartiva al primo imbarco possibile.

Nelle ore di svago i naviganti trovavano compagnia grazie ad un sigaro artigianale.
Esso nasceva dalle foglie di tabacco molto larghe. Su di loro spruzzavano un liquore forte tipo cognac o rum, poi le arrotolavano bene su di un ordigno, le lasciavano seccare il tempo necessario per poi fumarle tritate anche nella pipa.
Le loro spose li attendevano con fede e pazienza, occupandosi di casa, campagne e prole.

A volte i premi, per loro, consistevano in bei scialli con i fiocchi, frange luminose stupende, qualche paio di scarpe meravigliose dai colori luccicanti.
Purtroppo qualcuno non tornava più. Esiste un lungo elenco di morti in mare e lasciati tra le braccia delle sue onde.
Sulle banchette si diceva: “quando moriamo noi non ci sono rose sulle nostre tombe né figli sulle onde dell’Oceano, soltanto la benedizione di uno sperduto gabbiano, tra vele, vento e stelle”.

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