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I balneari bussano ai candidati politici: “Più certezze per la categoria”

La rabbia del Sib-Confcommercio è anche per l’impugnazione di tutte le leggi regionali che avevano tentato di colmare il vuoto nazionale

Durata trentennale per le attuali concessioni, riconoscimento del valore commerciale delle imprese, riforma dei canoni con l’abrogazione dei valori Omi, reintepretazione dei concetti di “facile/difficle rimozione” delle strutture per evitare gli incameramenti, apertura annuale delle spiagge e adeguamento dell’Iva al 10% come per le altre imprese turistiche.

Sono le nuove richieste del Sindacato italiano balneari – Confcommercio, rivolte a tutte le forze politiche in questi giorni di campagna elettorale, per sollecitare una riforma definitiva delle concessioni demaniali marittime al prossimo governo, di qualsiasi colore sarà. Redatte lo scorso venerdì, le cinque pagine di documento firmate dal Sib-Confcommercio e riproposte da Mondobalneare, il portale di riferimento della categoria, sottolineano l’urgenza di risolvere il vuoto normativo in cui si trovano le migliaia di stabilimenti balneari italiani, in seguito al recepimento della direttiva europea Bolkestein sulla liberalizzazione dei servizi che – sostiene il sindacato – solo in Italia vuole essere applicata in maniera restrittiva, mentre «altri Paesi europei nostri competitori si sono dotati di leggi che hanno dato stabilità e slancio alle attività balneari». «È ormai ampiamente condiviso che il turismo italiano costituisce un settore fondamentale per l’economia nazionale», esordisce il Sib, citando un peso complessivo dell’11% sul Pil e del 13,5% sull’occupazione. Eppure, «contrasta con questi rilievi il colpevole ritardo delle nostre istituzioni nell’affrontare e risolvere la grave situazione di profondo malessere del settore per un superato assetto normativo causa di contenzioso e di stallo negli investimenti e nell’innovazione. Sono trascorsi ben tredici anni dalle prime avvisaglie giurisprudenziali (sentenza del Consiglio di Stato n. 168 del 25 gennaio 2005) e otto anni (D.L. 30 dicembre 2009 n. 194) dalla formale abrogazione della norma che costituiva la fonte di stabilità nel tempo per queste imprese» (il cosiddetto “diritto di insistenza” o “rinnovo automatico”); «abrogazione che ha avviato un lungo periodo di precarietà e che ha causato il quasi totale blocco degli investimenti».

La rabbia del Sib-Confcommercio è anche per l’impugnazione di tutte le leggi regionali che avevano tentato di colmare il vuoto nazionale: «Non possiamo non rimarcare con amarezza e preoccupazione che in tutti questi anni i vari governi che si sono succeduti (ben cinque!) non solo non hanno risolto il problema ma, nel contempo, hanno impugnato davanti alla Corte costituzionale tutte le leggi regionali (Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Abruzzo, Veneto, Marche, Liguria) che hanno tentato di proteggere i concessionari». Tutto ciò implica, secondo il Sindacato italiano balneari, l’immediata e urgente revisione della normativa sulle concessioni demaniali marittime, disciplinata dall’ormai obsoleto Codice della navigazione del 1942. E «in tale riordino è di particolare centralità la salvaguardia delle aziende attualmente operanti nel rispetto di due principi giuridici e di giustizia tanto elementari quanto fondamentali proprio del diritto europeo: in primo luogo la tutela della certezza del diritto e della buona fede di chi ha confidato in un assetto normativo e amministrativo previgente, il cosiddetto “legittimo affidamento” che rischia di essere gravemente leso e offeso se non viene trovato il corretto e giusto rimedio»; e in secondo luogo «il diritto sulla proprietà della propria azienda costituzionalmente e comunitariamente tutelato».

D’altronde, sottolinea il Sib, «è miope e sbagliato pensare all’Europa solo come concorrenza e non anche come tutela della certezza del diritto e di salvaguardia della proprietà aziendale», ed «è inaccettabile che in Spagna le concessioni siano state prorogate di 45 anni e in Portogallo abbiano una durata di 75 anni (per non parlare della Croazia dove hanno una durata di 99 anni) mentre da noi debbano avere una durata di sei anni». Per questo, il Sindacato italiano balneari fa proprie le richieste «che peraltro sono ampiamente contenute nello studio per la Commissione UE petizioni “Concessioni balneari in Italia e direttiva 2006/123/EC nel contesto europeo”».

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