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Da “Centovetrine” ai corti impegnati nel sociale: l’attrice sanremese Valeria Di Pace si racconta foto

Dopo la soap di Canale 5 e le fiction “Distretto di polizia” e “Squadra mobile”, ha preso parte ai cortometraggi "Alcol assassino" e "Woman respect" sostenendo le cause giovanili e femminili

Sanremo. Dall’effusione sentimentale della telenovela alle pellicole cinematografiche impegnate nel sociale. Prosegue con successo il percorso artistico di Valeria di Pace. Dopo la soap Centovetrine e le fiction Distretto di polizia e Squadra mobile, che, tra gli altri, l’hanno vista impersonare ruoli «cattivissimi e senza scrupoli», la talentuosa attrice sanremese è approdata davanti alla macchina da presa del cortometraggio autorale lanciando campagne di sensibilizzazione su tematiche giovanili, femminili e non solo, come racconta in quest’intervista.

Prossimamente ti vedremo presentare il nuovo corto di Marco Esposito “Alcol assassino” in celebri festival italiani, ce ne vuoi parlare?

Certamente. Lo scorso anno è stato lanciato un progetto nazionale di sensibilizzazione contro la guida in stato di ebbrezza da parte dei più giovani che ha aperto le porte alla realizzazione di un cortometraggio con la regia di Marco Esposito, “Alcol assassino”, appunto. Il corto, girato a marzo 2017 nelle province campane di Salerno, Napoli e Avellino, tratta di tematiche molto forti. Protagonista è una famiglia di cui io interpreto la madre e Salvatore Gisonna il padre, mio marito. Al centro della trama nostra figlia: un’adolescente persa in quella prima età delle uscite con gli amici, delle notti in discoteca e che gode della piena fiducia dei suoi genitori. Una fiducia che presto viene tradita: inizia a bere e a rientrare a casa completamente ubriaca. Dopo un incipit quasi leggero, sdrammatizzato dalla bravura comica di Gisonna, il ritmo si fa sempre più incalzante e drammatico fino a culminare in una scena di grosso impatto sul finale. “Alcol assassino” è stato un lavoro intensissimo e non per l’impegno richiesto nel girarlo (dura 15 minuti), quanto per i temi affrontanti, volti a sensibilizzare i giovani sulle tragiche conseguenze di atti quali ingurgitare bevande alcoliche per il bisogno di sentirsi parte di qualcosa, per liberarsi dal proprio disagio interiore. Credo che esistano altri modi per far uscire la propria storia, il proprio malessere, le proprie emozioni.

Ad esempio?

Parlare, parlare e ancora parlare. Il dialogo è fondamentale in ogni periodo dell’esistenza umana, ma soprattutto in un’età delicata quale è quella dell’adolescenza. La famiglia, la scuola e anche le istituzioni dovrebbero essere visti come punti di riferimento dai nostri ragazzi. L’alcolismo giovanile è una delle piaghe più diffuse nella società di oggi. Io non ho figli ma mi dispiaccio sempre nell’apprendere di ragazzi che hanno perso la vita perché si sono messi in auto dopo aver bevuto troppo o hanno abusato di sostanze stupefacenti. Mi dispiace vedere che si sono annullati, hanno spezzato la loro vita per un momento di ebbrezza ricercato per il bisogno di colmare un vuoto che la parola di un genitore o un insegnante avrebbe potuto riempire. Se potessi, ma magari un giorno lo farò, andrei in giro per l’Italia organizzando convegni dedicati alle storie dei nostri ragazzi, li farei “salire in cattedra” e gli permetterei di raccontarsi. Perché ognuno di noi ha una storia particolare, celata agli occhi degli altri, da cui possiamo salvarci soltanto buttandola fuori.

Qual è invece la storia di Valeria Di Pace, l’attrice ma prima di tutto la donna?

Non ho mai attraversati fasi di ribellione, neppure durante l’adolescenza. Caratterialmente sono molto timida e sono cresciuta in una famiglia severissima che mi permetteva di uscire solo in determinati giorni e orari e mai fino a tardi. Una famiglia che amo ma che purtroppo non ha mai appoggiato il mio percorso artistico. I miei genitori hanno sempre voluto diventassi magistrato. Preso il diploma di maturità, in un primo momento ho assecondato i loro desideri e mi sono iscritta a Giurisprudenza: non era però la mia strada e poco dopo sono passata a Psicologia. Loro non erano d’accordo, così ho dovuto iniziare ad arrangiarmi da me, a fare piccoli lavoretti per mantenermi, pagarmi gli studi. Sono stati anni durissimi dove tuttavia non mi sono mai buttata a terra, non ho neppure mai fatto un tiro di sigaretta, forse neppure mai bevuto un bicchiere di vino. Nonostante tutti i problemi, sono stata capace di non mettere in pericolo la mia vita, perseguendo con tenacia e coraggio i miei sogni. Infatti, quando ancora studiavo, mi sono avvicinata al mondo della recitazione. Ero ad Alessandria con alcuni amici che mi hanno presentato i membri di una compagnia di attori:affascinata, mi sono lanciata nel loro microcosmo debuttando poco dopo in “Uno sguardo dal ponte” di Arthur Miller. Interpretavo la giovane Catherine, un personaggio che mi ha permesso di scoprire la mia vocazione teatrale nonché la mia predilezione per il ruolo drammatico: l’unico mezzo che ancora oggi possiedo per far parlare quelle emozioni che compongono la mia “storia” e che altrimenti mi farebbero soccombere.

Ruoli tragici, positivi, forse anche eroici che, tuttavia non ti hanno negato la possibilità di cimentarti nei cosiddetti personaggi “cattivi”, non è vero?

Ebbene sì. Dopo “Uno sguardo dal ponte” ho fatto e superato un provino per la soap di Canale 5 Centovetrine, nel cui cast sono stata due anni. Ero quella che gli addetti ai lavori chiamano la “comparsa parlante”. Non ero però un personaggio buono e portatore di valori positivi. Affiancavo il malvagio della telenovela, l’attore Luca Biagini, prendevo parte insieme a lui a grandi eventi, in cui sfoggiavo vestiti da gran galà e interagivo con potenti industriali. Sono stata poi la cattivissima fidanzata di uno spacciatore di droga nelle due serie di Squadra Mobile, fiction sempre di Canale 5. Questo, tuttavia, dopo la parentesi buona a Distretto di Polizia 6, la cui prima puntata si apriva proprio con me che, interpretando la segretaria di un avvocato, una segretaria premurosa e di gran cuore, mi impegnavo nelle ricerche di un bambino scomparso, lo ritrovavo e riconducevo fra le braccia disperate della madre. Per chi come me si ritiene una persona buona, incapace di far del male a qualcuno, recitare nei panni di un personaggio cattivo, criminale o senza scrupoli è molto divertente: è l’opposto di come sei e dunque sei obbligato ad andare nel profondo di te stesso e far uscire espressioni, toni di voce, modalità di pensiero che mai avresti pensato di possedere. Ma è proprio questo il bello di fare l’attore, un mestiere che l’accademia del cinema di Roma e i suoi prestigiosi insegnanti, solo per citarne alcuni, attori e registi del calibro di Pupi Avati, Giuliana De Sio o Alexis Sweet, mi ha permesso di affinare. 

Dal teatro alla soap e poi ancora alla fiction e al corto, passando per le prestigiose aule dell’accademia del cinema di Roma dove, fra gli altri, hai avuto come insegnanti attori e registi del calibro di Pupi Avati, Giuliana De Sio, Alexis Sweet. Nuovi progetti all’orizzonte?

Sì, ci sono nuovi progetti ma anzitutto ci tengo a ricordare che prima ancora di “Alcol assassino” mi sono avvicinata al genere del cortometraggio con “Cinque donne e un maggiordomo”: un corto semi-comico di Tonino Zingardi dove ho recitato nella parte di una riccona che arrivata a casa trova il corpo suicida di un uomo spregevole, snob, pieno di parole cattive per chiunque. Ma al di là di ciò, ritornando alla tua domanda, attualmente sono impegnata in un altro grande progetto che porta all’attenzione pubblica una tematica forte come quella dell’abuso di alcol fra i giovani, la violenza sulle donne. Il corto, sempre di Esposito, si chiama “Woman respect” e io interpreto una psicologa che collabora con la polizia per difendere le donne vittime di maltrattamenti, fisici, sessuali e psicologici. Una causa, quella della lotta contro la violenza di genere, nella quale sono impegnata attivamente anche nella vita reale facendo parte del progetto nazionale “No violence” di Michele Simolo. Nella società attuale gli episodi di violenza contro le donne sono purtroppo diventati una costante e, come intende fare “Woman respect”, adattare il potere persuasivo del cinema, delle immagini, dello spettacolo in generale per dar vita a campagne di sensibilizzazione sul tema credo sia la maniera più nobile di svolgere la nostra professione. Ma non solo le donne: anticipo che all’orizzonte c’è anche un nuovo lavoro che riguarda i bambini autistici, di cui però al momento non posso svelare nulla.

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