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Ius soli, giovani sanremesi di origine straniera: “La cittadinanza è più che un documento”

In questi giorni si è tornati a discutere sulla proposta di legge volta ad espandere i criteri per ottenere la cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori stranieri e per quelli arrivati in Italia da piccoli

Sanremo. In questi giorni si è tornati a discutere della legge sulla cittadinanza, in particolare sulla normativa proposta alla fine del 2015 e ancora in attesa di essere approvata dal Senato. Questa legge, se approvata, andrebbe a espandere i criteri per ottenere la cittadinanza, facilitando le cose soprattutto per i bambini nati in Italia da genitori stranieri e per quelli arrivati in Italia da piccoli.

Attualmente in Italia è ancora in vigore la legge 91 emanata nel 1992. Stando a questa legge, l’unico modo di acquisire la cittadinanza è lo “ius sanguinis” ovvero il “diritto di sangue”. In breve, un bambino ottiene automaticamente la cittadinanza italiana se almeno uno dei genitori è italiano. Per quanto riguarda i bambini nati in Italia da genitori stranieri, la cittadinanza si può ottenere al compimento dei 18 anni, sempre che si sia mantenuta la residenza nel nostro Paese.

La nuova legge proposta andrebbe ad aggiungere due nuovi criteri per ottenere la cittadinanza italiana prima del raggiungimento della maggior età: lo ius soli temperato (il diritto legato al territorio, che permetterebbe di acquisire la cittadinanza ai bambini stranieri se almeno uno dei due genitori si trova legalmente in Italia da almeno 5 anni) e lo ius culturae (“diritto legato all’istruzione”, che permette di ottenere la cittadinanza a tutti i bambini che hanno frequentato le scuole italiane per almeno 5 anni).

R24Young ha raccolto la testimonianza di alcuni ragazzi di origine straniera che risiedono a Sanremo da molti anni: Georgy Tkachenko, 20 anni, Mario Hamzaj, 23 anni, e una ragazza che preferisce rimanere anonima. Ecco i loro punti di vista su questa nuova riforma:

«Sono nato a Krasnodar in Russia – racconta Georgy  – e sono arrivato in Italia nel 1999 insieme a mia nonna e a mio fratello. Ho vissuto praticamente tutta la mia vita in Italia, quindi la considero la mia nazione. Mi sento bene integrato, per quanto riguarda le differenze culturali mi sento più distante dai miei conoscenti russi rispetto che ai miei amici italiani. Dal mio punto di vista ottenere la cittadinanza italiana prima dei 18 anni sarebbe una cosa positiva soprattutto a livello burocratico, perché faciliterebbe l’ottenimento di alcuni documenti, come ad esempio il passaporto, richiesti dai datori di lavoro».

«Sono nato in Albania a Berat e risiedo a Sanremo dalla fine del 2008 – ci spiega invece Mario – ho sentito parlare di questa nuova riforma e penso che sia una legge giusta e logica, poiché chi nasce in Italia di conseguenza si inserisce nella società italiana e dovrebbe avere i diritti del cittadino italiano. A mio avviso però, qualunque persona richiedente la cittadinanza dovrebbe essere messo sotto un esame di cultura generale e di grammatica italiana, perché la cultura e l’istruzione sono dei principi per essere cittadino. Mi soffermo sull’istruzione perché essa è imprescindibile per integrarsi. Per me l’integrazione è rispettare e convivere con le regole e le tradizioni di un paese, ma anche condividere le proprie esperienze e le proprie culture. Integrazione è Unione. La cittadinanza italiana significa tanto – continua – è più di un documento. Per me sarebbe un riconoscimento e una tappa importante per la mia vita. Ottenerla, significherebbe poter cogliere numerose opportunità: potrei candidarmi a dei concorsi importanti nelle ambasciate, applicare la candidatura per dei Master importanti, svolgere lavori amministrativi. Potrei decidere di vivere in altri paesi senza problemi burocratici. Ma non solo, cittadinanza vorrebbe dire uguaglianza. Mi sentirei più vicino a voi di quanto lo sia già. Ma diventare cittadino italiano non dev’essere una cosa scontata, deve essere voluto, sentito da dentro. Bisogna essere pronti a volersi sentire italiani e onorati di questo riconoscimento. È un modo per essere tutti più simili e avere gli stessi diritti e le nostre diversità potremmo condividerle e completarci. Sia dal punto di vista burocratico che umano la cittadinanza oggi ha un grande valore».

«Sono nata in Romania e ho vissuto lì i primi due anni della mia vita dei quali non ricordo praticamente nulla. Si può dire quindi che la mia vita sia iniziata in Italia: i miei genitori hanno trovato lavoro  all’età di tre anni ho cominciato ad andare all’asilo e senza difficoltà, fin da subito, ho imparato la lingua – racconta la ragazza –. Penso che la legge riguardante lo ius soli possa essere vista come un primo passo verso un’integrazione sociale più “sentita”. Mi spiego meglio: molte persone faticano a vedere una persona di origini non italiane come italiano, ed è una cosa che da una parte posso comprendere, ma dall’altra trovo assurda, perché un bambino arrivato da piccolo o addirittura nato in Italia sarà il primo a sentirsi italiano. Credo e spero che grazie a questa riforma si possa cominciare a vedere queste persone come italiani veri e propri e non categorizzarli in base alla loro nazionalità. L’integrazione per me è far parte attivamente di una comunità – conclude  non chiudersi sempre nelle proprie origini, che vanno sicuramente preservate, ma sforzarsi di partecipare e conoscere il paese in cui si vive, e questa cosa purtroppo non accade spesso, almeno nella nostra zona, mi sembra sempre che ci siano delle comunità che si rinchiudono in loro stesse e a me dispiace davvero tanto perché penso che l’integrazione sia importante per far crescere un Paese».