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Battì Fibbia: ecco chi era l’enfant gaté della Sanremo storica

Una "macchietta" vivace e pittoresca che sta continuando a far parlare di sé anche sui social

Sanremo. Battì Fibbia o semplicemente Batì era il soprannome con il quale era conosciuto delle più famose macchiette della Sanremo degli anni ’50 e ’60 . Al secolo Giovanni Battista Ameglio, classe 1913, questo personaggio che si potrebbe definire tragicomico è tornato a far parlare di sé anche nell’era dei social media dopo che alcune sue foto hanno iniziato a circolare su diversi gruppi e pagine Facebook.

“Mettiti lì Batì” gli dicevano gli amici bontemponi dopo aver lanciato un sasso contro la vetrina di un negozio, e Battì Fibbia rimaneva fermo fino a che non arrivavano i carabinieri, spesso allertati dagli amici stessi. Alla fine il tutto si concludeva tra tante risate e un pezzo di sardenaira o un bicchiere di vino.

Tantissime le storie e i racconti che lo riguardano: da quella volta in cui guidò la celebre rivolta del “Popolo della Scarpetta” facendo un comizio per chiedere più pane per i cittadini, a quando, in occasione di una celebrazione funebre, iniziò un battibecco con l’amico Toni, colpevole a sua detta di non essersi tolto il cappello al cospetto della salma.

Era fatto così Battì Fibbia, un personaggio pittoresco e sempre sopra le righe. Il suo soprannome era dovuto al modo particolare di indossare le fibbie dei pantaloni come se fossero ornamenti d’alta moda.

Proveniva da una famiglia modesta. Il padre ferroviere era morto in un incidente quando lui aveva soltanto 13 anni e Batì si era ritrovato da solo insieme alla madre nella piccola casa di Via dei Bottini, nel cuore di Sanremo Vecchia.

Per le vie della Pigna e del centro erano in tanti a conoscerlo e a volergli bene. Lo avevano preso tutti in simpatia e spesso c’era chi gli offriva da mangiare o da bere nei locali dell’epoca. Dal canto suo, Battì Fibbia portava sempre tanta simpatia, senza tirarsi mai indietro davanti a qualche goliardata con gli amici o ad un buon bicchiere di vino.

In un racconto del libro La Pigna al Buio, Giulio Costa e Renato Tavanti lo descrivono come un personaggio un po’ trasandato ma ben voluto da tutti.

I vestiti che indossava, eternamente quelli, facevano oramai parte integrante della sua stessa pelle, quindi di quella immagine consolidata grazie alla quale era divenuto un po’ l’enfant gàté dell’intera città. Non era possidente, per di più disoccupato cronico senza lavoro fisso, ed anche invalido di guerra“.

Pare infatti che durante la Campagna d’Africa, intento a riparare l’alloggio di un superiore, si fosse infortunato a causa di uno schizzo di calce viva, perdendo completamente l’uso di un occhio.

Battì Fibbia era anche conosciuto per essere un pluridecorato campione “intersindacale” di corsa nei sacchi, nonché uno degli storici concorrenti della gara ciclo-umoristica “La Vena Varicosa d’Oro”, la competizione organizzata dall’omonima associazione comico-culturale di Sanremo che terminava con il tuffo dei corridori nelle acque dello Zampillo.

La sua figura è anche presente in una celebre caricatura disegnata dall’umorista Jean Buttin, raccolta nel libro Veia Sanremu, dove Battì Fibbia è rappresentato mentre indossa un frac e delle medaglie.

Nel fumetto a lui dedicato, questo personaggio vivace e colorito viene affettuosamente ricordato così:

“É il solo sopravvissuto dei tipi umani, il cui ricordo è da noi custodito gelosamente in fondo all’anima, perché facevano macchia di colore sul grigiore addormentato di certe strade. Di questi tipi il calamitoso temporale del progresso ha tolto di mezzo la semenza.