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Stop alle fabbriche del matrimonio, il monito del vescovo Suetta: “Senza senso partire da Milano per sposarsi al mare” foto

Dopo il richiamo ai parroci sulla musica non sacra in chiesa, ora il vescovo chiude alle cerimonie di non residenti e stranieri nella diocesi

Sanremo. “Vuoi sposarmi? Lo voglio.” Quanti romanzi o film romantici hanno come colpo di scena di storie complicate questa famosa dichiarazione d’amore, accompagnata dalla consegna dell’anello nuziale… Se vi trovate in vacanza o avete portato la vostra futura sposa nel luogo del vostro primo incontro per farle la fatidica domanda, sperate di aver scelto un posto vicino a casa, perché il rischio è quello di dover attendere il viaggio di ritorno per trovare un sacerdote disposto a sposarvi.

Dopo aver proibito, la scorsa estate, che nella chiesa di San Nicolò da Bari a Perinaldo venissero suonate musiche di Handel perché non sacre, monsignor Suetta, vescovo della diocesi di Ventimiglia-Sanremo, è tornato a chiedere rispetto e maggiore attenzione, ai parroci della sua diocesi, sui matrimoni tra persone che non risiedano nel luogo in cui desiderino sposarsi o in quello nel quale volessero trasferirsi per convivere.

I primi che hanno sofferto sulla propria pelle il monito del vescovo sono stati una coppia di americani che aveva scelto la nostra provincia per il giorno del “sì”. Risultato: biglietto dell’aereo già in tasca, è partita la ricerca alla città italiana ove convolare a nozze.

Vero è che spulciando il codice canonico si può leggere, all’articolo 1110, che: “L’Ordinario e il parroco personali, in forza dell’ufficio assistono validamente soltanto al matrimonio di coloro di cui almeno un contraente sia suddito nell’ambito della sua giurisdizione.” Orbene il codice, nel suo linguaggio arcaio e formalista, prescrive piuttosto chiaramente ai parroci di “assistere validamente al matrimonio” soltanto i futuri sposi che abbiano un radicamento nella chiesa scelta, cioè che vi risiedano, o nella cui zona si vogliono trasferire.

“Ho ribadito il principio generale che ognuno deve sposarsi nella propria comunità parrocchiale”, spiega il vescovo Suetta raggiunto per un commento sulla notizia. “Come previsto dal codice di diritto canonico: la parrocchia dello sposo o della sposa, oppure il luogo dove andranno ad abitare. Poi ci possono essere delle eccezioni per persone che in ragione delle proprie origini sono legate a questa provincia.”

Quindi fine delle cerimonie in chiese location?

“Se uno parte da Milano per venire a sposarsi al mare per me non ha senso. E’ una cosa molto semplice, la norma generale è quella del buon senso, legata al significato intrinseco del sacramento. A giudizio dei parroci o del vescovo questa norma può essere derogata. Io ho dato indicazioni pastorali un po’ più precise, nel senso che in tutti i modi si favorisca il rispetto di questo significato di fondo, parrocchia dello sposo o dello sposa, o dove vanno ad abitare.”

Le sue posizioni più “tradizionaliste”, mi passi il termine, stanno facendo discutere nella comunità parrocchiale e tra la gente. Perché un vescovo come lei, che ha dimostrato grande apertura verso tematiche che in pochi hanno avuto il coraggio di affrontare, come quella dei migranti, con l’accoglienza alla chiesa delle Gianchette nel periodo dell’emergenza umanitaria, decide di tornare indietro rispetto a certi usi che all’interno della chiesa si stavano consolidando?

“Non mi leggo tradizionalista, se si vuole intendere un’esasperazione. Queste cose le faccio di proposito ma non per creare dei problemi. La mia è una sorta di vigilanza, nel senso che a me pare di cogliere nel contesto generale della società una certa liquidità, tutto va bene e tutto fa brodo. C’è il rischio che alcuni aspetti tipici, in questo caso la fede, si disperdano.”

“Pensiamo alla pizza prodotta da una multinazionale. Una tradizione, nel senso puro del termine, che oggi tende ad essere omologata.”

“Nella nostra società abbiamo un’idea di fede che rischia di sbiadire per attestarsi su una posizione totalmente poco definita. Per questo richiamo i parroci ad una maggiore attenzione. Non chiedo di arroccarsi su posizioni chiuse nel senso di tradizionaliste o sulla difensiva. Ci sono delle realtà che hanno la loro specificità e che non devono essere perdute.”

Ma qual è il rischio che lei crede si possa correre?

“Oggi quel è il rischio che si corre? Che le location e il contorno prevalgano sul senso del sacramento. La mia attenzione non è perché voglia creare dei divieti assurdi, ma di dire che se scegli di celebrare il matrimonio religioso e ti riconosci parte della comunità cattolica, non puoi pretendere un “servizio di agenzia”.

Quindi due innamorati che siano credenti e decidano istintivamente di sposarsi, magari durante una vacanza o in altro luogo lontano da casa, non dovrebbero farlo?

“Se due persone si amano e sono credenti, sotto un certo punto di vista è giusto che il loro sentimento prevalga. Tuttavia c’è un aspetto che viene messo all’angolo: quello comunitario. Cosa ben diversa dalla fede “a supermercato” o “fai da te”. Quel che serve prendo e il resto lo lascio, disinteressandomene. Questo non è possibile per chi segue l’insegnamento del vangelo. La fede cristiana ha una dimensione comunitaria imprescindibile. Chi non coglie quest’aspetto, probabilmente è perché facilmente condizionato dal clima della “società liquida” e non riesce a valorizzarlo. Il mio scopo è quello di impedire le “fabbriche di matrimoni”, per dare spazio al contenuto. Il sacramento.”

Tra società liquida e fede la battaglia è solo all’inizio.

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