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Via dei Bottai e i Bottai a Cervo tra storia e leggenda di arte, artisti, balli, costumi e folklore foto

Si intrecciarono nel corso dei secoli

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Cervo. I Greci e i Romani usarono le anfore di terracotta per il commercio dell’olio e del vino attraverso il mar Mediterraneo.

Furono i Celti che, assemblando le assi ricavate dal tronco d’albero, inventarono il primo contenitore in legno da trasporto. Il mestiere di bottaio si diffuse anche nelle nostre zone sui terrazzamenti della zona detta della Luva, del Montepiano, della Colombera, della Murte e della Colla con la coltivazione della vite del vermentino e del pigato.
I nostri bottai producevano in gran quantità i contenitori da trasporto: i mastelli in legno di abete, per le mele, per le olive e per l’uva.

Le bigonce, più grandi, avevano il fondo apribile.
I barili di castagno ( bari’)erano utili per l’acqua, per il vino, per l’olio.
I barilotti di pochi litri di vino venivano portati nei campi per uso e consumo personale.
Si costruivano i grossi tini per l’uva pigiata, le tinozze (tine)per il bucato.
Le botti di piccole e medie dimensioni erano in legno di rovere.
Questi artigiani lavoravano all’aperto e sotto gli occhi di tutti costruivano o riparavano le botti, curandone anche la loro manutenzione.
La botte veniva impregnata d’acqua per far aderire così l’assemblaggio.
Il lavoro del bottaio cominciava con la sega da taglio, con cui si preparavano le assicelle ricurve della lunghezza della botte da costruire.
L’artigiano si sedeva a cavalcioni su un banco, chiamato cavalletto o spianatoio, che gli serviva anche da morsa.
Egli sgrossava ogni doga con un’ascia dalla lama larga e ricurva, dal manico corto e sfalsato, dopo averne intaccate le capruggini, poi l’affinava con la pialla.
Usava inoltre grossi coltelli a due manici, dei raschietti a sgorbia e di rifinitura.

Infine impugnava un grande piallone fissato al pavimento per terminare il lavoro.
Il montaggio della struttura cominciava con l’inserimento dei cerchi, che anticamente erano anch’essi di legno.
In alcuni posti c’era il cerchiaio, specializzato nella costruzione dei cerchi di castagno, di betulla o di salice, che usava coltelli da tacche a lama molto larga.
Ma anche quando si cominciò la cerchiatura in ferro si abbinava quella in legno, per ammortizzare gli urti e dare più consistenza ai contenitori.
Assemblate le doghe con i cerchi e inumidito il fusto all’esterno, il bottaio accendeva un braciere all’interno.
Il calore e il vapore davano la curvatura definitiva alle doghe.
Si passava alla costruzione del fondo che veniva poi incastrato nella botte.
Lo sportellino, indispensabile per pulire la botte, veniva serrato con una traversa di legno, bloccata da una staffa di ferro.

La cannella (cantabruna), infilata nel fondo anteriore della botte o nello sportello, serviva per spillare il vino.
Il tappo di legno o di sughero, chiudeva il cocchiume rotondo, situato in alto sulla botte, dove si versava il vino.
A Cervo questo mestiere è scomparso da un buon numero di anni.
Rimane solo un viottolo, nei pressi della spiaggia del Pilone, intitolato a questo nobile mestiere artigianale e naturalmente ai suoi artisti. Non a caso esso è situato vicino all’allora porto del Pilone, dove si verificava il maggior traffico mercantile marittimo del Borgo.

Si racconta che le navi scaricassero in prossimità della riva le botti a mare.
Esse poi venivano recuperate, convogliate e tratte all’asciutto in battigia.
In quanto al vino, prezioso contenuto, le leggi in vigore erano severissime.
Onde evitare che si vinificasse uva non ben matura era fissato il giorno esatto di inizio della vendemmia.
Per impedire tagli e misture non era poi consentito di tenere vino nostrano, più pregiato, nella stessa cantina rispetto a quello importato.

I Censori non percepivano stipendio alcuno e “si scusavano della carica”, cioè rassegnavano le dimissioni, se risultavano imparentati con qualche rivenditore, oppure se non si ritenevano all’altezza del compito, come “Peppin da Villa” che confessò di non riuscire a distinguere il vino nostrale da quello francese.
L’onesto uomo si dimise perciò da Censore. Non manca come sempre una leggenda-tradizione: la danza dei Bottai.

La danza dei Bottai era una danza rappresentata dai bottai di Cervo nel periodo di carnevale.
Si trattava di una tradizione cervese tramandata nel corso dei secoli passati, molto affine alla festa che si tiene a Monaco di Baviera, non a caso i Clavesana discendono da Aleramo ed Alasia figlia di Ottone I di Germania.
La leggenda dice che la danza fu eseguita per la prima volta il 1517 durante la pestilenza che decimava gli abitanti del Borgo, per rallegrare e stanare la popolazione che non si fidava più di uscire da casa.
Con questa danza la cittadinanza riprese a sperare e la vita tornò per le vie del Borgo.
I bottai vengono sempre accompagnati da un vivace e petulante arlecchino.

Si balla tutti tenendosi per mano l’uno con l’altro agitando ghirlande di ulivi e palme, creando varie formazioni.
Il costume dei bottai risale al ‘700 e prevede scarpe nere, calze gialle, pantaloni blu alla marinara che vanno fino alle ginocchia, una giacca rossa, un cappello blu con pon pon giallo.

Un tempo, nei giorni di carnevale alle ore quindici, i rintocchi della campana della chiesa dei Corallini annunciavano la danza dei Bottai. Oggi tutto è solo un ricordo custodito tra le assi virtuali della memoria, lungo questo stretto viottolo impervio che sale dal mare. E ancora come un tempo arieggia il profumo della vendemmia carducciana nel verso “andava l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar”.

Oppure il profumo dell’olio di prima spremitura nei versi montaliani “pure colline chiudevano d’intorno marina e case; ulivi le vestivano qua e là disseminati come greggi”. Chissà se si potrà portare dal virtuale al reale questa tradizione e magari coniugarla con quella delle streghe del varco Bondai?!

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