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Triora, un paese contro i migranti: “Cosa stanno a fare qui?” foto

I residenti: "Troppi per il nostro paese che d'inverno si spopola"

Triora. Sono arrivati questa mattina all’alba i diciannove migranti che hanno trovato alloggio nelle camere dell’ex albergo “La Colomba d’oro”, alle porte del borgo delle streghe. Un edificio che da un lato si affaccia sulla strada provinciale e dall’altro, con una terrazza grande e soleggiata, dà sui monti e sui boschi della valle Argentina. 
Un borgo ricco di storia e di fascino, che d’estate si riempie di turisti ma d’inverno è quasi disabitato: un paese dove tutti si chiamano per nome e dove alle porte delle abitazioni non è insolito trovare ancora le chiavi inserite nelle serrature. A Triora il tempo scorre più lento e tutto parla di un passato diventato segno distintivo del borgo. Streghe, stregoneria, magia qui sono ovunque. Dai gadget per i turisti ai cartelli stradali: tutto parla di magia.
Oggi però non si parla d’altro che dell’arrivo dei giovani migranti, tutti uomini, che sono stati sistemati in camere doppie, ciascuna dotata di bagno privato e wifi. 
Lì dove un tempo potevano soggiornare anche novanta turisti, ora ci sono diciannove stranieri e anche se la struttura all’interno è stata suddivisa in due parti da una tramezza e solo una sezione dell’ex albergo è stato affittato alla cooperativa, nessuno in paese sembra credere che i migranti resteranno diciannove.

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Già così, comunque, a residenti e commercianti la situazione non piace per nulla. Anzi. “Diciannove sono troppi. Noi eravamo d’accordo per un massimo di cinque o sei persone”, dichiara Lilia Lanteri, dal bancone del suo negozio “Non solo magia”, in via Roma, “Sono tutti ragazzi, cosa gli facciamo fare? Anche se fossero solo sei, comunque, non farebbero niente come non fanno niente da nessuna parte”. La commerciante rincara la dose: “Questi non sono profughi, non scappano da una guerra. Vengono qui perché giustamente vengono mantenuti o perché in cerca di lavoro. Ma a Triora vivono poche persone per la maggioranza anziane e ora si trovano questi ragazzi, ma che cosa fanno qua? Questo è un paese turistico in estate e d’inverno è per vecchi”. Sul fatto che il numero dei migranti inseriti nel CAS (centro di accoglienza straordinario) restino solo 19, Lilia Lanteri dice: “Non siamo stupiti da credere che ne rimangano così pochi in un albergo simile. Come in tutti gli altri posti d’Italia, riempiranno Triora. E poi cosa ne facciamo?”.

“Non li volevamo, non li vogliamo e che non ne mettano degli altri perché altrimenti siamo pronti a protestare”. E’ categorico il produttore agricolo Bruno Antonio: “In un paese in cui d’inverno ci sono 120/130 persone non possono esserci anche solo 20 di loro. Non me ne frega niente dove li mandano: che restino in Africa”.

Dello stesso tenore anche le dichiarazioni di Annamaria Oliva, parrucchiera del paese: “In un paese piccolo come Triora questi migranti non ci stanno bene perché non sanno cosa fare, non hanno contatti con altre persone: è il posto meno indicato per metterli”. Grazie al suo lavoro, a contatto con la gente, Annamaria è riuscita a raccogliere le impressioni di tanti: “Sono quasi tutti contrari al loro arrivo qui. In un paesino come Triora, che era la perla della valle Argentina, la popolazione maggiore sarà di persone di colore che non conoscono le nostre tradizioni e abitudini e qui non sanno proprio cosa fare”. Conclude la parrucchiera: “Qui già non c’è lavoro per noi e stentiamo a sopravvivere, cosa faranno loro? E poi mi chiedo come mai siano sempre e solo tutti uomini: non ci sono né donne né bambini. Solo ragazzi tra i 18 e i 25 anni. Perché?”.

“Il problema sostanziale è che sulla carta il Comune di Triora è molto esteso ma ha una densità di popolazione bassissima e di conseguenza un numero così consistente rispetto al numero effettivo degli abitanti è fuori luogo”, dichiara Clara Lanteri, barista, “Nessuno nega di dar loro una mano, ma con le giuste proporzioni: qua sinceramente parliamo di una cosa che non ha senso. Ora sono 20, ma la struttura è grossa: da informazioni acquisite da persone che abitano altrove: sono partiti con un tot per poi accrescere in maniera esponenziale. Questo può essere solo il precedente di qualcosa di più consistente e questo sinceramente a noi fa un po’ paura”.

“Ognuno deve stare a casa propria”, dice risoluta Rosa Bertolli, friulana, che vive a Torino e trascorre nella casa del marito i mesi estivi, “Noi veniamo da Torino è lì siamo invasi. Se ne arrivano cento, dieci sono bravi ma gli altri 90 portano solo delinquenza. A Torino alla sera non si può uscire perché abbiamo tutti paura. Io sono del parere che bisogna aiutarli, se possibile, ma a casa loro”.

Non mancano accuse all’amministrazione, in particolare al sindaco, “Non ha detto nulla finché non è stato eletto”, dichiarano commercianti e residenti, “E non ha presentato un progetto per lo SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) che avrebbe fatto arrivare qui solo sei migranti”.

Nel frattempo gli ospiti della “Colomba d’oro” iniziano ad ambientarsi, esplorando l’interno della struttura che resta off limits per i giornalisti e affacciandosi sulla strada e in terrazza. Non parlano italiano e sono spaesati. Anche la loro diffidenza è palpabile.
Non sanno che Triora d’inverno è fredda e si spopola e non conoscono i ritmi e la storia di un paese che nella storia è ancora immerso. Non sanno che quell’albergo in cui ora si trovano è rimasto chiuso per cinque anni perché dichiarato inagibile per la capienza delle 40 camere che possiede e che la proprietaria dell’immobile, Simona Pastor, per andare incontro alle spese sostenute nonostante la struttura fosse chiusa, ha preferito affittarne una parte ad una cooperativa, la stessa che ha messo a nuovo le stanze per portarli lì, in quello che una volta era il più bell’albergo di Triora e che oggi è un Cas, un centro di accoglienza straordinario per migranti.

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