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Rocchetta Nervina, l’antica coltivazione del grano torna sulle alture del borgo medievale fotogallery

Quest'antica tradizione, smarrita con il tempo, è stata riscoperta grazie all'impegno di alcuni volontari del paese

Rocchetta Nervina. Pochi lo sanno ma sui terreni del piccolo borgo medievale della val Nervia, meta turistica per chi ama le escursioni o d’estate tuffarsi nelle acque gelide dei suoi laghetti, una volta si coltivava il grano.

La prima semina e raccolta del "germinato" a Rocchetta Nervina

Quest’antica tradizione, smarrita con il tempo, è stata riscoperta grazie all’impegno di alcuni volontari del paese, attraverso la coltivazione di una particolare qualità di grano, il “germinato”, nota già dal tempo degli egizi per essere una qualità capace di dare grandi risultati in termini di produzione, pure avendo a disposizione piccole superfici di fondo.

Il gruppo di persone che ha avuto l’idea di rilanciare questa tecnica è coordinato da Philippe Sofiotti, di origini italiane e accento francese. “Quando abbiamo deciso di partire con quest’esperimento l’intento era di piantare del grano sui terreni del Comune a monte del paese, utilizzando il “grano germinato”, un tipo di grano e una metodologia di coltivazione utilizzata in antichità dagli egizi, che permette di ottenere ampi raccolti su piccole fondi grazie alla capacità della pianta di svilupparsi. Per avere un’idea noi abbiamo piantato un seme ogni 40 cm, al posto di 1 ogni 5 come succede nell’agricoltura intensiva moderna.”

La prima semina e raccolta del

Le prime testimonianze di questa coltivazione le troviamo nell’epoca di Nerone. Da un seme se ne possono ottenere fino a 12.000. L’esperimento è proprio quello di provare a dimostrare che anche in Liguria si potrebbero recuperare i terrazzamenti incolti coltivando il grano. Certo il vantaggio di avere semi in abbondanza, senza bisogno di acquistarli, è equilibrato dalla necessità di più manodopera. Lo stesso tentativo abbiamo provato a farlo su più ampia scala a Vallebona e si è arrivati ad avere un’equivalenza di venti quintali ad ettero. Ma si può arrivare anche a cento.

La nostra scommessa però è quella di fare cultura con il grano. Il frumento può essere un fattore capace di aprire la mente. Il pane è un alimento base della nostra cultura culinaria e in qualche modo ci incuriosisce. Credo che ci appartenga consapevolmente o inconsapevolmente. Coltivarlo, osservarlo, ci aiuta a recuperare dei gesti dimenticati.”

La prima semina e raccolta del

L’attività di Philippe è partita proprio su quei terreni che erano della curia e che forse saranno trasformati in parcheggi. Vicenda che è costata al Comune la bandiera nera di Legambiente, assegnata pochi giorni fa.

“Siamo partiti d’accordo con la curia che era proprietaria dell’area con l’intento di sviluppare qualcosa a Rocchetta e di aprire le porte ad un settore che potrebbe valorizzare il turismo. Invece piantando il grano abbiamo scoperchiato una pentola. Un giorno si sono manifestate delle persone che ci hanno iniziato a domandare perché stavamo facendo questo se tanto quei terreni erano destinati ad essere cementificati. Così siamo andati in Comune e abbiamo scovato il progetto dei parcheggi del quale la popolazione era all’oscuro. Se non avessimo piantato il grano, a lavorare il terreno avremmo le ruspe al posto delle zappe”.

E adesso? “Adesso si vedrà. Il grano è stato raccolto, diviso tra i volontari o donato agli amici, il giro di boa fatto. Ci hanno proposto un altro terreno, però noi vorremmo rimanere lì perché il luogo è molto bello. Un giorno è venuta una signora del paese di più di 85 anni che mi fa: “Philippe hai fatto rivivere mio nonno che qui piantava il grano con cui si facevano le ostie. Speriamo che la cittadinanza risponda e si unisca a questo percorso.”

“Se qualcuno vuole approfondire c’è un bellissimo libro di cui mi sono innamorato che si chiama “La Coltivazione Familiare del Grano, per l’indipendenza alimentare” di Pierre Sauvageot e Paul Grillo.”

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