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“Preghiamo per restare umani”: l’appello di don Rito al termine del ricordo dei migranti morti a Ventimiglia fotogallery

La celebrazione organizzata dalla comunità di Sant'Egidio di Genova

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Ventimiglia. Un centinaio di persone, tra cui profughi ospiti della comunità di Sant’Egidio di Genova e giovani donne accolte nella chiesa di Sant’Antonio alle Gianchette, ha partecipato alla serata di preghiera organizzata nella cattedrale di Ventimiglia in memoria di tutte le persone che hanno perso la vita nei viaggi verso l’Europa ed, in particolare, per i migranti morti al confine tra l’Italia e la Francia.

Morire di speranza

“Fratelli e sorelle, accogliamo in mezzo a noi la croce che guida la nostra preghiera. Fissando lo sguardo su di lei, ritroveremo gli occhi e le mani tese delle donne, degli uomini, dei bambini, che hanno perso la vita cercando la salvezza. Che la loro memoria illuminata dal vangelo sia viva in mezzo a noi e, scuotendo le coscienze, spinga tutti all’amore, alla compassione, all’accoglienza”, ha detto don Luca Salomone, parroco di Ventimiglia alta che ha celebrato la funzione insieme a don Rito Alvarez, parroco di Sant’Antonio (la chiesa che ha aperto le porte ai migranti) e padre Alexis Bassoma dello Sma (società missioni africane), originario del Togo ma residente a Genova.

Don Luca Salomone

Una croce realizzata con due remi di legno, a simboleggiare le navi con i quali migliaia di migranti raggiungono le coste italiane, è stata posizionata da alcuni profughi davanti all’altare. Ai piedi della croce, due portacandele, con ceri accesi per ricordare le vittime delle migrazioni a cominciare dalla 16enne Milet Tesfamarian, travolta da un tir nell’ottobre del 2016 mentre cercava di raggiungere la Francia attraversando l’autostrada, fino al 23enne che si è tolto la vita gettandosi sotto le ruote di un camion betoniera a Latte, poche settimane fa.

“In principio siamo stati creati da dio, siamo figli dello stesso padre e siamo tutti fratelli”, ha dichiarato don Rito, “Non so poi cosa sia andato storto in questo mondo, dove sembra che non siamo tutti fratelli. Ed ecco che la situazione è un po’ cambiata nella storia e quando dico che dobbiamo entrare nella profondità di dio e ricordare le nostre origini, dobbiamo cercare di riflettere, oggi, di fronte alla situazione nella quale ci troviamo e soprattutto ricordarci che tutti siamo fratelli e non possiamo essere indifferenti di fronte a quello che noi stiamo vivendo”.

“Sarebbe bello conoscere la storia di tutte queste persone che hanno perso la vita, la famiglia, le speranze, sarebbe bello sapere come desideravano trovare l’Europa, un mondo dove trovare fratelli e una vita nuova. Sarebbe bello conoscere le storie di tutte quelle persone che incontriamo, dei minori non accompagnati, delle donne oggetto di tratte e sfruttate, delle famiglie che hanno perso i bambini in viaggio, come quella madre che ci aveva raccontato di aver perso il figlio di 11 anni in mare”, ha aggiunto don Rito che ha poi paragonato i migranti agli ebrei perseguitati dal nazifascismo: “A volte mi viene da pensare che quando guardiamo i film della seconda guerra mondiale e soprattutto quelli sulle deportazioni noi ci sentiamo male, quando vediamo tutte le persone che venivano caricate nei treni e portate nei campi di concentramento stiamo male. Ma non vi sembra che viviamo anche noi queste situazioni nel mondo attuale?. Tante volte le persone vengono rincorse e mandate via nei campi: papa Francesco ha detto che i campi della Libia sono veri campi di concentramento”.

Al termine della sua riflessione, il parroco delle Gianchette ha chiesto di pregare anche per “tutte quelle persone che sono arrabbiate perché noi facciamo accoglienza o facciamo qualcosa per questi poveri fratelli che si trovano in questa situazione. Preghiamo perché abbiamo bisogno di essere umani per essere cristiani, abbiamo bisogno di dio di questi tempi, abbiamo bisogno di guardare il volto delle persone, gli occhi delle persone indistintamente”.

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