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Ventimiglia, le riflessioni dell’associazione Arci Al Confine per la giornata mondiale del rifugiato

Duro intervento della neonata associazione culturale sulla situazione della città di confine

Ventimiglia. Da alcuni giorni leggiamo sulla stampa locale una serie di dichiarazioni, che sembrano insistere nel voler imputare ad alcune delle associazioni che assistono i migranti in transito a Ventimiglia, la situazione di emergenza umanitaria che si sta ormai cronicizzando all’esterno dei campi ufficialmente preposti all’accoglienza ed in particolare lungo le sponde del fiume Roja.

Di fronte ad un tale tentativo di mistificazione sentiamo il dovere di chiarire alla cittadinanza, spesso male informata, una serie di punti, a nostro avviso fondamentali, per riuscire a comprendere meglio la natura della tragedia che si sta consumando quotidianamente sotto i nostri occhi.

PUNTO 1. LA FRONTIERA.
A Ventimiglia i migranti arrivano per passare la frontiera francese (e sin qui scopriamo l’acqua calda); la Francia ufficialmente chiude le frontiere in barba agli accordi di Schenghen sulla libera circolazione delle persone e respinge persino i minori non accompagnati che, in base al diritto internazionale, avrebbero diritto di accoglienza a prescindere; nella realtà dei fatti i migranti passano a migliaia (per questo continuano ad affluire senza sosta in città) facendo la fortuna della criminalità organizzata che, nella maggior parte dei casi, ne organizza il trasporto clandestino oltrefrontiera; la stessa criminalità organizzata, sotto i nostri occhi complici ed impotenti, fa opera di induzione alla prostituzione per tutte quelle donne straniere che non hanno i soldi per pagare i passeurs.

Se poi ogni tanto c’è qualche cittadino italiano o francese di buon cuore che decide di aiutare gratuitamente alcuni di questi migranti a passare la frontiera, lo fa a suo rischio e pericolo perché la legge non fa molta distinzione tra un mafioso che specula sulle disgrazie del prossimo suo ed un obiettore di coscienza che tenta di sottrarre donne e bambini ai loschi traffici dei passeurs di professione.
Tutto questo è naturalmente a conoscenza delle autorità sia italiane che francesi ma, vivendo ormai in un clima di perpetua campagna elettorale (e qui non ne facciamo una questione di destra e di sinistra) si preferisce proseguire con questa chiusura di facciata che ha già causato la morte di parecchi migranti anche minorenni e che, tra l’altro, sta mettendo a dura prova la convivenza civile in una piccola cittadina di frontiera come la nostra che, sin qui, è stata, tutto sommato e per fortuna, tollerante ed accogliente.

PUNTO 2. IDENTIFICAZIONE E DIRITTO D‘ASILO
In base alla sciagurata convenzione di Dublino del 1990, rinnovata più volte dai governi italiani che si sono succeduti via via negli anni, un migrante extracomunitario che sbarca in Europa deve fare domanda d’asilo nel paese in cui, per la prima volta, è stato identificato; meccanismo ingiusto ed assurdo che, se applicato alla lettera, nella pratica stabilisce che i milioni di migranti attualmente in fuga da guerre, carestie e dittature del continente africano e del Medio Oriente dovrebbero essere ospitati nella quasi totalità da Italia e Grecia; chiaramente un migrante che voglia raggiungere i propri cari in Germania o in Svezia cercherà in tutti i modi di non essere identificato in Sicilia o a Ventimiglia per non dover passare il resto della propria vita in Italia; del resto, negli anni passati, le stesse forze dell’ordine italiane lasciavano passare parecchi dei migranti sbarcati in Sicilia ed in Calabria senza identificarli, proprio al fine di non impedire loro di presentare domanda d’asilo dove meglio preferivano; l’Italia per questo è stata più volte sanzionata dalla Comunità Europea che negli ultimi tempi ha deciso di pattugliare le coste Italiane con una forza di polizia europea (FRONTEX) che ormai identifica quasi tutti allo sbarco.

Tra i migranti che giungono a Ventimiglia per passare la frontiera troviamo varie tipologie: richiedenti asilo ancora in attesa di risposta ospitati in altre regioni d’Italia che tentano comunque di passare la frontiera perché hanno già capito che in Italia avrebbero scarsissime possibilità di inserimento lavorativo; rifugiati che dopo l’ottenimento dell’asilo politico in Italia si sono ritrovati in strada anch’essi senza casa e lavoro ed hanno così deciso di tentare la fortuna altrove; altri ancora cui è stata respinta la richiesta d’asilo e si sono ritrovati con un foglio di espulsione in tasca e l’obbligo di lasciare il territorio nazionale non si sa bene con quali mezzi e per quali vie; infine una piccola percentuale di persone non ancora identificate; in una situazione così complessa e confusa alcuni temono che, sottoposti ad un controllo di polizia, possano essere rispediti nuovamente in località del sud Italia (la maggior parte dei pullmann della Riviera Trasporti che continuano a portare via regolarmente i migranti da Ventimiglia sono diretti a Taranto) dovendo poi ricominciare da capo il loro personale viaggio della speranza pieno di stenti e pericoli vari.

Di fronte ad un fenomeno così complesso e di tale portata, l’anno passato si era saggiamente deciso di aprire a Ventimiglia un campo di transito senza obbligo di identificazione e limite numerico per garantire vitto, alloggio ed assistenza sanitaria a tutti i migranti in transito, liberando al contempo la città dal degrado e dal rischio di epidemie e/o di episodi di intolleranza razzista.
Con l’avvento del nuovo ministero Minniti, si è deciso di porre un limite numerico agli ingressi al campo e di mettere l’obbligo di identificazione al fine di garantire maggiore sicurezza all’interno dello stesso campo Roja; il risultato è sotto gli occhi di tutti: tutti coloro che, per svariati motivi, temono l’identificazione restano sul greto del fiume o a spasso per la città, fianco a fianco con le decine e decine di minori non accompagnati che, per evitare situazioni di promiscuità, qualcuno ha deciso che non debbano aver diritto di accesso al campo ; a quanto pare, invece, la promiscuità sulle rive del fiume e con quasi nulli controlli di polizia, è invece ben tollerata; a nostro parere sarebbe stato più semplice lasciare le cose come stavano intensificando piuttosto controlli ed identificazioni di polizia all’esterno del campo di accoglienza.

L’ipotesi che con questa nuova gestione del campo Roja molti si sarebbero accampati nuovamente sulle rive del fiume con tutto ciò che ne consegue, era stata formulata più di un mese fa durante un incontro tra associazioni, Comune e Prefettura ed oggi ciò che temevamo si sta puntualmente verificando; dunque sembra quantomeno paradossale che qualcuno tenti ora di scaricare le colpe sui pochi francesi che vengono a dare una mano ai migranti ed alla città distribuendo cibo a chi ha fame.

Nessuno di noi può pensare, ragionevolmente, di porre realmente rimedio ad una tragedia di tale portata, frutto di una guerra spietata che le superpotenze mondiali (anche dietro lo spauracchio dell’Isis) stanno combattendo tra di loro per accaparrarsi le risorse del continente africano, il più ricco ma anche il più depredato del pianeta; e dietro questa guerra se ne cela una ancor più mostruosa: quella che pochi ricchi sempre più ricchi stanno combattendo contro miliardi di poveri sempre più poveri senza distinzione di razza, religione e colore della pelle; e gli effetti, purtroppo, li vediamo anche in Italia, nel rapido aumento delle situazioni di indigenza di casa nostra.
Basti pensare che, in base alle stime più recenti, nel 2017 le otto persone più ricche del pianeta posseggono ormai l’equivalente della ricchezza appartenente ai tre miliardi e seicento milioni di persone più povere.

Luoghi come Ventimiglia, Calais, Lampedusa rappresentano osservatori privilegiati di un ordine economico-sociale che sta naufragando nel suo complesso; e qualcosa, forse, possiamo farla proprio noi, iniziando a denunciare l’ipocrisia delle frontiere chiuse per finta a vantaggio esclusivo delle organizzazioni criminali e dei politici rampanti di turno; pretendendo la presa in carico istituzionale dei ragazzini senza genitori abbandonati al loro destino sul greto di un fiume in mezzo a topi ed escrementi; pretendendo diritti e dignità per i poveri di casa nostra così come per quelli che fuggono da paesi messi ancora peggio del nostro; cominciando a chiedere a quegli otto ricchissimi del pianeta di rinunciare a qualcosa a vantaggio di chi non ha più nulla e denunciando il rischio onnipresente di ricadere nella trappola della guerra tra poveri che nel secolo appena trascorso ha già causato due conflitti mondiali e più di cinquanta milioni di morti innocenti.

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