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Sub morí in porto a Imperia, il drammatico racconto del collega sopravvissuto alla tragedia foto

Una storia che risale a 4 anni fa ricordata in tribunale

Imperia. Sul banco degli imputati, accusati di omicidio colposo, ci sono Massimiliano Tortorella e Marco Cuppari, amministratore di fatto il primo e di diritto il secondo della Marittima Sub Service. La storia risale al 2013 ed è quella relativa alla morte di Gianni Previato, 26 anni, un sub che lavorava in nero nel porto di Imperia. Si era salvato il suo collega: Gergin Cviatkov di origine bulgara.

Oggi, davanti al giudice Alessia Ceccardi, presente la madre del sub, ha testimoniato Gergin Cviatkov, ex dipendente della Marittima Sub Service per due anni che era sul gommone il giorno della tragedia. “Era Marco Cuppari a darci le indicazioni. Io ero sommozzatore e mi occupavo di dragaggi, pulizia del porto e di imbarcazioni. Ero sul gommone quando è successo il dramma. Lui era sceso in acqua e io facevo assistenza nel l’area portuale al mattino e poi al pomeriggio ero sceso io in acqua.Quel pomeriggio era arrivata una chiamata da Cuppari che aveva ricevuto Previato. Dovevamo liberare urgentemente dalle cime rimaste impigliate nell’elica della Dea Diana. Eravamo partiti, io ero sdraiato sul tubolare sinistro. Mi ero assicurato con una mano ad una cima del gommone che conoscevamo bene. La consolle era a prua e il conducente era al timone. Ad un certo punto mi sono ritrovato in acqua ed ero dolorante. Intorno a me non c’era nessuno. Eravamo stati affiancati da una imbarcazione ed ho chiesto allo skipper di cercare il mio collega. Ma non vedeva nessuno. Mi aveva lanciato una cima per soccorrermi. Poi sono scattate le ricerche del mio collega. Indossavamo le divise da lavoro e stivaletti in cuoio. Quel giorno il tempo era buono, poi è cambiato e l’acqua era fredda”. Il mare quel giorno era increspato e c’era vento.

Alla domanda dell’avvocato Pezzini che difende Cuppari il sub ha risposto che “il gommone solitamente andava piú veloce rispetto ai tre nodi”.

Ascoltati anche altri dipendenti che erano alle.dipendenze della ditta che operava in porto. “Il tubolare di prua – ha raccontato uno di loro – era sfondato e il motore era spento, la manetta dell’acceleratore era comunque al massimo può essere che per il contraccolpo sia stata spinta in avanti. Il salvagente non era presente a bordo forse era volato in acqua. Era un gommone da 40 cavalli e molto leggero. Ma dubito che andasse veloce quel giorno. Io non ho mai viaggiato al massimo. Ma nessuno di noi rispettava i tre nodi”.

Un altro dipendente ha raccontato i drammatici soccorsi.”Avevamo trovato Gianni sott’acqua. Il corpo andava su e giú. Un sub lo aveva riportato in superficie e quindi una volta issato a bordo del gommone ero andato verso lo scivolo dove c’era la Croce Rossa ad attendere il nostro arrivo”.

E Tortorella nelle dichiarazioni spontanee ha riferito che “il gommone era usato, l’anulare di salvataggio c’era”.

In una udienza precedente, a febbraio, il vicecomandante della Capitaneria Michele Burlando aveva raccontato come si era svolti i fatti. “Sul gommone c’erano due persone la persona deceduta e un collega. Dovevano intervenire per liberare l’elica da una cima della motonave Dea Diana. Durante il tragitto c’era mare e vento e il gommone si era incastrato in un pontile. A causa dell’urto i due erano stati sbalzati in acqua. Il Previato era finito sott’acqua trascinato poi per una decina di metri dalla corrente. Il corpo non galleggiava era immerso. Forse la velocitá del mezzo (viaggiava ad una velocitá superiore ai tre nodi ndr ha riferito Burlando) ha causato l’incidente di un gommone particolarmente leggero”.

E il maresciallo del nucleo ispettorato del lavoro dei carabinieri di Imperia Carmelo Franzò aveva spiegato che “erano stati effettuati accertamenti e si era scoperto che non era in regola. C’era stato un tentativo maldestro di assunzione dopo il decesso”. Escluso da questo procedimento la responsabilità civile dell’assicurazione del gommone sul quale si trovava Previato.
Fatto questo che, in soldoni, fa si che la parte civile del processo, la madre del sommozzatore non venga risarcita se non dagli imputati. Sempre che questi vengano condannati.

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