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Rapina alla Carige di San Bartolomeo, un bandito confessa: “Io c’ero, non conosco nessun altro”

I rapinatori: “Facciamo questo grazie Mario Monti”; in banca c’era anche un sacerdote

Imperia. Per il processo “Final Destination” per la rapina alla Carige del 27 febbraio 2012 a San Bartolomeo con l’arresto di tutta la banda sono stati ascoltati questa mattina tre testimoni. E soprattutto uno dei banditi che faceva parte del commando degli uomini d’oro, Carmelo Sole che aveva confessato, in un documento, di aver partecipato all’assalto perché si trovava in difficoltà economiche. “Mi sono autoaccusato di aver partecipato alla rapina. Se ho aggiunto all’epoca di aver scritto che c’erano altre persone l’avevo detto solo per avere una riduzione della pena. Tutti i nomi che il pm mi ha fatto non li conosco”. Nei suoi confronti è probabile che si procederà per calunnia

Imputati in questo caso vi sono tre dei cinque uomini che si erano impossessati dopo aver minacciato clienti e impiegati quasi 800.000 euro. Alla sbarra ci sono: Salvatore Ciancio, Gaetano Di Mariano e Francesco Busicelli. Gli altri due componenti del commando, appunto Carmelo Sole e Giuseppe Nicolaci sono stati rispettivamente condannati a un anno e tre mesi di reclusione (patteggiamento) e 3 anni e 4 mesi (abbreviato).

Il bandito Carmelo Sole, ancora detenuto in carcere, è stato accompagnato in aula dalla polizia penitenziaria.

Un dipendente, Antonio R., ha ricostruito il movimentato assalto alla banca di San Bartolomeo e quindi descritto i rapinatori. “In tutto ricordo di aver visto almeno quattro persone. Si muovevano repentinamente all’interno della banca. Noi stiamo stati rinchiusi in uno sgabuzzino, mentre i banditi a martellate aprivano le cassette di sicurezza”. E mentre aprivano le cassette ripetevano “facciamo questo grazie a Mario Monti”.

Valentina R. ha raccontato quei drammatici momenti. “Avevo parcheggiato l’auto all’esterno della banca e con me c’era il compagno di mia suocera. Un uomo mi aveva convinta ad entrare in banca perché c’era una signora che si era sentita male. Ero preoccupata perché in banca appunto c’era mia suocera. Una volta dentro non mi sono resa conto che era in corso una rapina. Mi hanno accompagnata in una stanza e li ho visto mia suocera e altre persone, tra cui un prete, tutti legati con delle fascette. Mia suocera aveva detto ai banditi che ero incinta e quindi, dopo avermi fatto sedere, mi avevamo portato un bicchiere d’acqua. Non ho visto armi”. La testimone ha poi descritto, come hanno fatto altri testi citati dal pm Marrali, i rapinatori. Il collegio del tribunale ha ritenuto superfluo ascoltare il compagno della donna che quel giorno era in auto con la nuora della pensionata.

LA RICOSTRUZIONE
Le indagini sono partite nel febbraio del 2012, quando cinque malviventi, travisati con passamontagna, hanno fatto irruzione all’interno dell’istituto di credito di San Bartolomeo, portando via contanti e preziosi custoditi nelle cassette di sicurezza del caveau per un valore complessivo di circa 800.000 euro.
I malviventi agirono in modo fulmineo e organizzato, tanto da riuscire a perfezionare il colpo in pochi minuti. L’esame dei filmati e la ricostruzione della scena criminis ha permesso di capire che si trattava di professionisti. Si nota così che il primo rapinatore, entrato in banca in orario di apertura della stessa, si mette in fila, presso una cassa e al momento del suo turno chiede all’operatore di poter cambiare una banconota da 500 euro. Nel frattempo, il secondo rapinatore suona con insistenza alla porta della banca chiedendo di poter entrare.
Una volta dentro si dirige verso la scrivania della Direttrice e scavalcando l’arredo, inizia a urlare dicendo che si trattava di una rapina. Sotto la minaccia di un’arma intima all’impiegata di aprire la porta a bussola, per far entrare un terzo complice. Il primo rapinatore così, intento al cambio della banconota, afferra per il bavero della giacca l’impiegato, urlando ma allo stesso tempo invitando tutti i clienti presenti nella banca a stare calmi.
Ai tre soggetti, presto, se ne unisce un quarto , anch’egli completamente travisato ed entrato all’interno della banca con un trolley nel quale portava strumenti ed arnesi che di li a poco gli avrebbero consentito di spaccare ed aprire le cassette di sicurezza del caveau. I clienti insieme agli impiegati venivano legati ai polsi con delle fascette in plastica e rinchiusi in uno stanzino interno della Filiale.
I rapinatori, a quel punto, chiedono ai clienti terrorizzati se vi fossero persone ad attenderli fuori. Alla risposta affermativa di una signora , uno dei malviventi esce e con la scusa che la madre si sentiva male, fa entrare in filiale i figli della signora così da evitare che questi si insospettissero, non vedendo il genitore. Dopo aver immobilizzato tutti i presenti , i rapinatori chiedono al personale della banca di aprire le casseforti temporizzate, ma questi prendono tempo, riuscendo a far si che le stesse non fossero accessibili.
I malviventi si fanno consegnare dalla direttrice della filiale la chiave del caveau e, mentre il quarto rapinatore resta a sorvegliare i presenti , gli altri tre accedono al locale ove erano custodite le cassette di sicurezza. Prima di allontanarsi , i rapinatori ordinano ai presenti di attendere e non dare l’allarme; solo dopo alcuni minuti gli impiegati con difficoltà riescono a liberarsi delle fascette con le quali erano stati legati e a dare l’allarme.

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