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Ventimiglia, psicologia e polizia di frontiera: nuove tecniche per gli agenti foto

Il dr. Luzi ha tenuto presso la polizia di frontiera, due cicli di formazione “full immersion”, attraverso la messa in atto del progetto “Methods”

Ventimiglia. Il personale della Polizia di Stato è tenuto a formarsi e aggiornarsi periodicamente, affinché possa integrare e migliorare la propria performance lavorativa con nuove conoscenze specifiche di settore e con l’acquisizione di innovative tecniche all’avanguardia.

In tale contesto, nell’ambito del cosiddetto ”aggiornamento professionale settoriale” ovvero l’aggiornamento che viene tenuto in ogni singolo Ufficio, sono state individuate una serie di tematiche particolarmente attinenti ai compiti di istituto che coinvolgono gli Operatori della Frontiera, con particolare attenzione al fenomeno immigrazione e controlli di frontiera: terrorismo internazionale, falso documentale, lingua inglese e francese.
Il personale della polizia di frontiera opera, ormai quotidianamente, in situazioni impreviste ed imprevedibili, spesso in condizioni altamente critiche, durante le quali, oltre all’indispensabile bagaglio di conoscenze tecnico-operative, entrano inevitabilmente in gioco capacità comunicative e competenze di natura relazionale, legate anche alla gestione consapevole ed attiva delle emozioni.

In tale ottica e nel perseguire un processo di modernizzazione ed ottimizzazione delle risorse, con lo scopo di rendere sempre più efficiente ed efficace l’azione operativa, è stato richiesto il coinvolgimento del Centro Psicotecnico della Polizia di Stato, ufficio che si occupa, in modo preponderante ed esclusivo, di psicologia del lavoro. E’ stato pertanto inserito, tra i docenti del programma di aggiornamento, il dr. Sandro Luzi, Direttore Tecnico Capo Psicologo del Centro Psicotecnico della Direzione Centrale per le Risorse Umane, psicodrammatista ed esperto in tecniche attive di gruppo.

Il dr. Luzi ha tenuto presso la polizia di frontiera, due cicli di formazione “full immersion”, attraverso la messa in atto del progetto “Methods” (area estratta dal progetto “Psipol.forte”), ideato in modo specifico per il Settore Frontiera e per la prima volta presentato ad un servizio di specialità territoriale.

Per consentire la partecipazione a tutto il personale è stato approntato un programma didattico della durata di tre giorni per il primo ciclo e di due per il secondo ed è stata allestita una stanza “ad hoc” trasformata in un vero e proprio “set” psicodrammatico di psicologia del lavoro, attraverso l’installazione di impianti luce, acustico e di registrazione per favorire ed accompagnare lo svolgimento delle tecniche psicologiche attive. Tale “setting” formativo ha permesso ai corsisti di rappresentare, analizzare ed elaborare servizi di polizia particolarmente “critici” riguardanti la gestione dei migranti (ad esempio tentativi repentini ed inaspettati di migranti disperati di gettarsi dalla frontiera di Ponte San Luigi, tratti in salvo da operatori di frontiera con l’ausilio di colleghi; l’affidamento di minore maltrattato dai genitori ad una struttura; la disperazione di alcune giovanissime donne ai C.I.E., conflitti a fuoco e interventi con colleghi feriti e vittime ecc.); la narrazione delle attività tecnico-operative, nella prima fase degli incontri, ha fatto emergere componenti emozionali che connotano le attività specifiche di polizia. Attraverso la formazione esperienziale, tali vissuti sono stati rielaborati al fine di potenziare le capacità di prestazione professionale.
La seconda fase è stata caratterizzata dall’analisi delle tecniche operative e la valutazione degli aspetti psicologici coinvolti. Tali processi sono stati affrontati utilizzando la rappresentazione psicodrammatica delle criticità, anche attraverso le tecniche del “fermo immagine fotografico”, della “scultura”, dell’”inversione di ruolo e ”della “moltiplicazione psicodrammatica” nella fase di “sharing”, al fine di porre in luce gli elementi della condivisione, l’empatia e il confronto di gruppo.

Tale metodologia ha permesso agli operatori di acquisire consapevolezza degli elementi psichici in “gioco” nella relazione con l’immigrato e con il cittadino nonché di comprendere ed assimilare nella propria formazione, i comportamenti più costruttivi ed efficaci per la gestione delle fasi operative di servizio.

Infatti, nella propria vita professionale l’operatore mette in realtà continuamente alla prova non solo le proprie competenze tecniche, ma anche e soprattutto il proprio coinvolgimento emotivo. Pertanto, quando le emozioni sono gestite in modo consapevole ed attivo diventano un elemento funzionale al successo professionale, diversamente possono rappresentare un ostacolo.
Tutto il personale della Frontiera si è mostrato fortemente coinvolto ed interessato e ha manifestato grande entusiasmo a tal punto che, coloro che non avevano potuto partecipare, per motivi di servizio al primo ciclo, ha chiesto, a viva voce, di organizzarne un secondo.

perimentare concretamente una rielaborazione attiva dei propri vissuti emotivi e cognitivi emergenti in determinate circostanze lavorative, ha dato loro modo di cogliere come gli “aspetti umani” posseggano in se risorse fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi istituzionali. La conoscenza e la padronanza di tali fattori possono permettere all’operatore lo sviluppo esponenziale delle modalità tecnico-operative già acquisite, diventarne più consapevoli e potenziare, inoltre, le loro capacità trasversali nel fare polizia di frontiera.

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