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Parte il processo ai tre uomini d'oro della rapina alla Carige di San Bartolomeo al Mare: 800.000 euro il bottino - Riviera24
Tribunale

Parte il processo ai tre uomini d’oro della rapina alla Carige di San Bartolomeo al Mare: 800.000 euro il bottino

.La testimonianza della direttrice, dei colleghi e carabinieri

Imperia. Si apre il processo per rapina a carico di tre dei cinque uomini che nel 27 febbraio del 2012 sottrassero con violenza e minacce quasi 800.000 euro alla banca Carige di San Bartolomeo al Mare. Alla sbarra ci sono: Salvatore Ciancio, 39 anni, Gaetano Di Mariano, 42 anni, e Francesco Busicelli, 35 anni. Gli altri due componenti del commando, ovvero Carmelo Sole di 39 anni e il 33enne Giuseppe Nicolaci sono stati rispettivamente condannati a un anno e tre mesi di reclusione (patteggiamento) e 3 anni e 4 (abbreviato).

Tutti e cinque erano finiti in manette nel giugno del 2013 a termine di un’indagine, battezzata “Final Destination”, coordinata dal pubblico ministero Maria Antonia Di Lazzaro.

Oggi, di fronte al collegio giudicante, presieduto da Donatella Aschero,  del Tribunale sono sfilati vari testimoni.

Prima testimone

Alessandra Tarabusi, direttrice della Banca Carige che si è costituita parte civile. “Alle 15.58 era entrato in banca nonostante fosse chiusa e ricordo benissimo l’orario. Aveva un complice che era giá dentro ed era in coda. Uno dei banditi si era avventato contro un collega e ci avevano detto di non fare scherzi. Poco dopo sono entrati altri due complici con un carrello della spesa. Uno di loro aveva costretto a far entrare in banca anche la madre di una cliente che l’attendeva fuori. Avevano cappellini e coppola in testa”. Gli altri avevano un passamontagna. “Ci hanno portati tutti nella zona archivio. Poco dopo mi hanno accompagnato davanti alle casseforti che nel frattempo si erano chiuse. I banditi ci avevano legati le mano con delle fascette. Dal caveau sentivamo un rumore molto forte. Stavano aprendo le cassette di sicurezza. Poi si sono allarmati perchè avevano visto un vigile all’esterno della banca ed avevano iniziato ad urlare dicendo di fare presto. Si muovevano con molta agilitá, erano sicuramente dei professionisti. Avevano evitato di attendere l’apertura del bancomat. Dopo alcuni giorni mi mostrarono delle foto da parte dei carabinieri. Avevo riconosciuto uno di loro (un bandito che poi aveva patteggiato ndr). La valutazione della refurtiva è stata complessa, ma si parla di 350 mila euro (ma il pm Marrali ha poi spiegato che il bottino era oltre il doppio ndr)”.

Secondo testimone

Massimo Garibbo, vicedirettore della Banca Carige. “Era il 27 febbraio del 2012. Mi trovavo dietro non alle casse. Si era presentata una persona quando ormai eravamo arrivati all’orario di chiusura. Lo avevamo fatto entrare, ma non mi sono reso conto della presenza di altri banditi. Avevo cercato di telefonare al 112 ma uno dei banditi aveva poi preso per il bavero un collega, quindi insieme ai clienti ci avevano portati in archivio. Ci avevano legato i polsi con delle fascette da elettricista, ma quando si sono allontanati ci siamo liberati e avevo chiamato il 112 e la sede centrale di Genova. Per quanto riguarda il bottino non sono stato in grado di quantificarlo, ma ricordo che nelle cassette c’erano denaro e gioielli”.

Terzo testimone

Gerolamo Delfino, cassiere della Banca Carige di San Bartolomeo. “Ricordo che eravamo in due in cassa. Si era avvicinata una persona che aveva chiesto se poteva cambiare una banconota da 500 euro. Poi improvvisamente mi ha preso per la camicia e aveva una mano in tasca e in quel momento era entrato in azione un altro rapinatore che aveva scavalcato il bancone. Ho visto poi che era entrata un’altra persona. In quel momento c’erano i clienti e con loro anche un sacerdote. Il collega Bruna era stato accompagnato nel caveau dai banditi. Qualche giorno dopo mi mostrarono delle foto ed avevo riconosciuto quello che mi aveva preso per il bavero”.

Quarto testimone

Luogotenente dei carabinieri Piercarlo Baldizzone in servizio al nucleo operativo di Imperia. “Eravamo stati informati alle 16.25 della rapina. In quel momento c’erano cinque dipendenti e quattro clienti due dei quali vennero fatti entrare con uno stratagemma. Avevamo acquisito le immagini della Banca Carige e di un distributore di benzina. Avevamo acquisito anche le testimonianze di tutti i presenti. In tutto i rapinatori erano in cinque anche se un quinto soggetto non aveva partecipato attivamente. Uno di loro aveva una ricetrasmittente ed è probabile che fossero stati informati della presenza di un vigile all’esterno della banca. C’era una sesta persona che aveva dato un apporto ma quel giorno non era presente a San Bartolomeo”. Il sottufficiale ha poi fornito in aula i nomi delle persone che facevano parte del commando che quel giorno era entrato in azione. “I banditi avevano asportato nove delle sedici della cassette di sicurezza. Il bottino fu di 799 mila euro tra contanti e preziosi, bottino ricostruito anche grazie ai documenti presentati dai clienti”. Ma il sottufficiale ha anche spiegato che avevano rilevato impronte digitali sul bancone ma inutili. I testimoni ricordarono che alcuni rapinatori avevano il palmo delle mani di colore blu. Venne effettuato un esame sul bancone della direttrice: era quella di una scarpa e di due mani. Ma c’erano impronte anche sul bussolotto ma forse appartenevano anche ai clienti. Tra l’altro uno dei banditi per aprire la porta e scappare utilizzò la nocca della mano e non il dito. Una testimone esterna aveva notato la targa di una macchina, una Y Lancia. “Aveva visto degli uomini armeggiare nel bagagliaio della vettura e tirare fuori un trolley. E le immagini ci consentirono di appurare che era davvero la macchina descritta e la fuga dei banditi alle 16.18 terminata la rapina. La targa tuttavia apparteneva ad una vettura di una donna torinese che mai era stata in Liguria. Sicuramente era stata falsificata. In indagini successive si era scoperto che i quattro erano transitati a Ormea ma con una targa diversa. Erano stati controllati dai carabinieri. A loro i quattro dissero che andavano a Ventimiglia a trovare dei parenti. L’auto era passata anche da Pontedassio alle 12.28, ma quella macchina non era mai entrata dalle 12.45 in poi in Autostrada verso Ventimiglia. Dunque erano rimasti a Imperia”. Il sottufficiale ha anche ricordato che uno dei rapinatori era stato fermato e controllato una settimana prima a San Bartolomeo dove era impegnato per un lavoro giá dal primo febbraio per dare indicazioni ai complici. Ma il carabiniere ha poi ricostruito attraverso intercettazioni telefoniche e perquisizioni le modalitá di identificazione del commando.

LA RICOSTRUZIONE
Le indagini sono partite nel febbraio del 2012, quando cinque malviventi, travisati con passamontagna, hanno fatto irruzione all’interno dell’istituto di credito di San Bartolomeo, portando via contanti e preziosi custoditi nelle cassette di sicurezza del caveau per un valore complessivo di circa 800.000 euro.
I malviventi agirono in modo fulmineo e organizzato, tanto da riuscire a perfezionare il colpo in pochi minuti. L’esame dei filmati e la ricostruzione della scena criminis ha permesso di capire che si trattava di professionisti. Si nota così che il primo rapinatore, entrato in banca in orario di apertura della stessa, si mette in fila, presso una cassa e al momento del suo turno chiede all’operatore di poter cambiare una banconota da 500 euro. Nel frattempo, il secondo rapinatore suona con insistenza alla porta della banca chiedendo di poter entrare.
Una volta dentro si dirige verso la scrivania della Direttrice e scavalcando l’arredo, inizia a urlare dicendo che si trattava di una rapina. Sotto la minaccia di un’arma intima all’impiegata di aprire la porta a bussola, per far entrare un terzo complice. Il primo rapinatore così, intento al cambio della banconota, afferra per il bavero della giacca l’impiegato, urlando ma allo stesso tempo invitando tutti i clienti presenti nella banca a stare calmi.
Ai tre soggetti, presto, se ne unisce un quarto , anch’egli completamente travisato ed entrato all’interno della banca con un trolley nel quale portava strumenti ed arnesi che di li a poco gli avrebbero consentito di spaccare ed aprire le cassette di sicurezza del caveau. I clienti insieme agli impiegati venivano legati ai polsi con delle fascette in plastica e rinchiusi in uno stanzino interno della Filiale.
I rapinatori, a quel punto, chiedono ai clienti terrorizzati se vi fossero persone ad attenderli fuori. Alla risposta affermativa di una signora , uno dei malviventi esce e con la scusa che la madre si sentiva male, fa entrare in filiale i figli della signora così da evitare che questi si insospettissero, non vedendo il genitore. Dopo aver immobilizzato tutti i presenti , i rapinatori chiedono al personale della banca di aprire le casseforti temporizzate, ma questi prendono tempo, riuscendo a far si che le stesse non fossero accessibili.
I malviventi si fanno consegnare dalla direttrice della filiale la chiave del caveau e, mentre il quarto rapinatore resta a sorvegliare i presenti , gli altri tre accedono al locale ove erano custodite le cassette di sicurezza. Prima di allontanarsi , i rapinatori ordinano ai presenti di attendere e non dare l’allarme; solo dopo alcuni minuti gli impiegati con difficoltà riescono a liberarsi delle fascette con le quali erano stati legati e a dare l’allarme.

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