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Cervo e i suoi naviganti, storie di mare di altri tempi

Il Pilone in prossimità della casa del Pirata, le leggende di marinai di un tempo passato

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Cervo. A proposito di Cervo e dei suoi Naviganti cui è stata intitolata la via omonima.
Dice lo storico Svetonio che esistevano, distribuite lungo la Strada Romana antica, (ormai cancellata), delle mansioni “per opportuna loca”. La vetta del colle su cui sorge oggi il castello di Cervo era appunto uno di questi luoghi opportuni sia per la sua elevata posizione strategica, sia per la relativa vicinanza del villaggio degli infidi Ingauni che potevano così essere agevolmente tenuti d’occhio. Questi “per opportuna loca” fornivano servizi e mano d’opera, sia per le sorgenti delle Morene che qui vicino scaturiscono ancora oggi, sia infine per i due moli naturali: quello del Porteghetto e quello del Pilone che offrivano un facile-sicuro approdo anche ad imbarcazioni di notevole stazza.

Difatti la piccola rada a ridosso del Pilone rappresentava il porto di Cervo. Vi operava la Compagnia di Sant’Erasmo presieduta da un anziano navigante.  Chi voleva utilizzare l’argano per tirare in secco la sua imbarcazione doveva pagare lire 1,40 per un gozzo e lire 1,16 per una gondola.

Da ricerche possiamo immaginare l’origine del nome Pilone. Ad esempio da “pilum” (dal latino plurale “pila”) pilastro oppure giavellotto, data la sua conformazione di un tempo simile ad un particolare tipo di asta da breve distanza. Potrebbe anche derivare dal greco “epineion” che significa porto oppure, sempre dal greco, “pylon-onos” ossia portale monumentale tipico del tempio egizio che dà adito al cortile di ingresso ed è costituito da due tratti di muraglia rastremati verso l’alto tra i quali si apre la porta per entrare.

Possiamo anche pensare alla sua conformazione rassomigliante a un “berretto in feltro” che in greco si dice “pilos”. Una cosa però è certa: Il Pilone è sempre stato storicamente un punto d’approdo. Oggi, proprio al Pilone ed in prossimità della casa del Pirata si può osservare uno scarno e lungo gancio, come il volto di un marinaio d’un tempo marcato da rughe come onde. Quasi l’indice di mano callosa e sempre abbronzata dal sole al salso marino di quegli uomini asciutti “tutti nervi che il loro occhio non li ingannava”. Uomini dal passo sghembo, obbligati a danzare il rullio delle proprie navi, attraverso una vita di pericoli, avventura dopo avventura, di ogni loro periglioso viaggio. Qui, su quel gancio si appendevano le malle per disinfettarle con fumenti. I marinai che sbarcavano venivano visitati nella vicina casa di Sanità, al suo fianco (oggi ancora presente).

Poi ecco il toponimo “Porteghetto” che nasce da due possibili significati etimologici e relative motivazioni: il portico e il porto. Il portico (dal latino porticus, da porta) è una galleria aperta, collocata per lo più all’esterno e può avere funzione di riparo. Il portico era già noto all’architettura pre-greca ma conobbe un grande sviluppo e utilizzo nella civiltà greca (stoà) e romana.

Il nesso con la scogliera del Porteghetto è che tale scogliera terminava con un ampio arco naturale a guisa di portico. Una sorta di antro affascinante, quanto misterioso, degno di un poema greco. Per quanto riguarda il nome porto, il riferimento nasce dalla sua funzionalità.
Vicino alla scogliera del Porteghetto sfocia il Rio Schenassi (grande schiena, perché abbraccia il colle del parco del Ciapà compreso il Castellaro, fino alla Colla).

Il rio Schenassi in epoca lontana, era una notevole fonte di rifornimento d’acqua dolce, in primis per le navi fenicie e poi per quelle greche e romane, che quivi sostavano, per poi proseguire verso Massalia (Marsiglia) antica colonia greca della Gallia o Massilia per i romani. Questa calle e insenatura rappresentava pertanto già un sicuro porto marittimo per i Fenici che furono un popolo originariamente insediatosi sulle coste orientali del mar Mediterraneo, nei pressi dell’attuale Libano, e del quale si ha notizia fin dal XXI secolo a.C.

Essi furono soprattutto un popolo di pescatori e navigatori. Conoscevano e sapevano tracciare le rotte ed erano in grado di navigare di notte, prendendo come riferimento la Stella Polare.
Praticavano la navigazione sottocosta per poter attraccare in caso di difficoltà, fare rifornimento di acqua dolce e viveri e commerciare con le popolazioni locali. Seppero produrre, con il legno di cedro, navi molto robuste, adatte per il commercio, che potevano contenere grandi quantità di merci.

Tra la fine del secolo XVIII e l’inizio di quello successivo, a Cervo visse l’insegnante Luigi Spiaggia. Egli mise in pista o meglio sullo scalo, una scuola nautica. La sua perizia era tale in quell’insegnamento che molti furono i giovani ad accorrere, da tutta la riviera, alle sue lezioni.
Da quell’aula magna si diplomarono numerosi provetti capitani di marina mercantile a vela, detti padroni marittimi. Fu per Cervo un’epoca epica dei “Barchi a vela” e dei suoi valorosi e coraggiosi Capitani di lungo corso.

Ricordiamo i capitani: Tambuscio, Caneto, Celestin, Treggin, Pancè, veri lupi di mare dotati di perizia e coraggio al tempo stesso che trascorsero un’ intera vita a bordo delle loro navi velate contro raffiche di vento e marosi, tra pennoni e sartiane fragili, loro uomini dal forte carattere.
E come non ricordare il cantiere detto “u Ciante'” dove presero il varo i piroscafi Amor, Fede,Speranza e tanti altri. E la Cappella di Sant’Erasmo, patrono dei naviganti, proprio al suo ridosso e immortalata con un altare ricco di marmi plasmati da Antonio Pittaluga nella chiesa dei Corallini con i suoi barcarezzi nei mari di Sardegna e Corsica fino al Magreb.

E poi ancora i suoi eroi di capo Horn, intrepidi lupi di mare. Capo Horn e i Capohornisti due miti ed una identica storia per Cervo.

Cosa significa doppiare Capo Horn per un marinaio Cervese? “Per prima cosa significa che stai per tornare a casa”. E per seconda? “Che entri a far parte di una storia antica. Quella dei clipper e della corsa all’oro”. Il mito di Capo Horn nasce allora. I cercatori evitavano di attraversare l’America, perché era pericoloso. E partivano cercando di raggiungere l’ovest, da est, via mare, a bordo di queste navi che avevano ancora le vele quadrate e quindi di bolina non andavano.

Non avevano le carte nautiche e nemmeno un’idea chiara dello zoccolo continentale.
Arrivavano al Capo e si trovavano nel punto del pianeta in cui gli oceani si scontrano e formano muri d’acqua cattivissimi. Vento e mare contro la faccia, onde come mostri. Molti affondavano.
Altri ci mettevano anche due mesi per una manciata di miglia. Fare Capo Horn per un marinaio implica due cose: o hai fatto i Mari del Sud o, ancora peggio, l’hai fatto al contrario, sfidando alghe giganti, come gomene, anche 20 metri, e iceberg. Comunque sia, hai fatto qualcosa di grande e sei un Capohornista. Il mare purtroppo è stato teatro tragico di guerre.

Come non ricordare i tanti marinai eroi di guerra in tante battaglie come a capo Matapan.
E poi tutte le generazioni di fuochisti, mozzi, nostromi, capitani di lungo corso che hanno calcato navi petroliere, bananiere, e più di recente container e da crociera. Cervo e’ un veliero e tanti naviganti che hanno immortalato un Borgo e scritto la storia di tutti i mari. Cervo e’ in quel salmo 17 che aleggia sulla navata della chiesa dei Corallini: ”assumpsit me de aquis multis/super excelsa statuens me” (mi fece assurgere dai flutti/collocandomi in un’altissima posizione),
quasi ad indicare e dipingere una chiesa che prende forma e nasce dalle acque stesse del mare.
Cervo ha ben donde di essere fiera dei suoi naviganti Cervesi.

Questi uomini, con i visi cotti dal sole e le loro mani salate. Con quelle rughe color ruggine intorno agli occhi e sulla fronte imperlata di salsedine. Quei loro visi antichi dallo sguardo giovane e fiero. Pescatori di corallo, e gente di mare in ogni epoca e continente, di sogni infiniti e ricordi che dureranno per sempre.

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