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Alberto Alberti a processo per la vendita di pesto con un marchio registrato da altra azienda, si va verso la sentenza

Per il patron dell'omonima azienda e presidente dell'Unione Industriali di Imperia il pm ha chiesto l'assoluzione

Imperia. Sarà pronunciata il prossimo 3 maggio la sentenza nei confronti di  Alberto Alberti, presidente dell’Unione Industriali e patron dell’omonima industria di Pontedassio, sotto processo per la commercializzazione di vasetti di pesto con un marchio che sarebbe stato già registrato da una azienda concorrente.

Oggi il pm ha chiesto l’assoluzione per Alberto Alberti perché il fatto non sussiste, mentre il legale della Cipressa Sapori, Bruno Di Giovanni, ha avanzato la proposta di chiudere la vicenda con una remissione di querela. Istanza che tuttavia non è stata accolta dalla difesa Alberti sostenuta dai legali Serena Pilati e Carlo Fossati. Per il loro assistito hanno chiesto non solo l’assoluzione, ma che Alberti venga risarcito dei danni dalla  Cipressa Sapori per  una somma di 50 mila euro, o in quella diversa somma, maggiore o minore, ritenuta comunque equa, oltre al rimborso delle spese legali sostenute da Alberti.

Una disputa su un marchio utilizzato dall’industria alimentare imperiese, Latte Alberti che si è aperta nei mesi scorsi a palazzo di giustizia a Imperia. Era stato Remo Alberti, proprietario di Cipressa Sapori, azienda concorrente, ora parte civile, ad aver presentato querela ed è riferita al presunto mancato rispetto di una sentenza da parte del Tribunale di Genova di sei anni fa, che stabiliva che Latte Alberti non potesse utilizzare il brand “Alberti” per il pesto, in quanto per quel particolare tipo di prodotto. Il marchio, secondo la querela, era già stato registrato da Cipressa Sapori e non poteva più essere utilizzato.
Il processo viene celebrato nell’aula Trifuoggi davanti al giudice Laura Russo e a difendere Alberti è l’avvocato Carlo Fossati.

Nel corso di un’udienza precedente era stata ascoltata Paola Spaggiari, titolare dell’omonima azienda agricola imperiese: “Dopo una sentenza pronunciata a Genova era arrivata una telefonata nella quale mi si diceva che l’Alberti era stata costretto a rititare il prodotto. A quel punto avevamo portato nel magazzino dell’Alberti il pesto, ma con il nostro marchio. Poi non so che cosa è stato fatto dopo. Non so se poi i vasetti sono stati ritirati dai supermercati e negozi. Le nostre etichette erano state realizzate da un amico”. Etichette con la dicitura “Pesto genovese fresco”.

Ascoltato anche Bruno Bruna, ex amministratore della società che gestiva il Conad di via Argine Destro a Imperia. “Acquistavamo pesto sfuso da diverse aziende anche dalla Alberti. Non ricordo però sino a che periodo abbiamo continuato la vendita del prodotto. Eravamo noi a travasare il pesto che ci arrivava dall’Alberti e quindi a mettere poi una etichetta con gli ingredienti”. Aveva  parlato anche Marco Alberti, cugino dell’imputato, aveva lavorato in azienda come direttore commerciale. “Avevo chiamato io la Spaggiari e mia aveva risposto Roberto Romelli. Lo avevo informato che dovevamo ritirare il prodotto. Sul coperchio – aveva precisato- c’era un sigillo che garantiva che era di Alberti. Abbiamo ritirato tutti i prodotti senza sigilli dell’Agnesi”.

Ora non resta altro che attendere il verdetto del giudice Laura Russo.

 

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