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A Cervo ‘u Sepurtu’ nella settimana Santa nella chiesa dei Corallini e i piattini con i germogli di grano, lenticchie e lino foto

Una tradizione da riprendere con un laboratorio ad hoc come quello dei Parmuei

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Cervo. Era compito di ogni famiglia allestire “u Sepurtu”, il Santo Sepolcro all’altare del Cristo in croce, scultura lignea del Maragliano nella chiesa parrocchiale dei Corallini, durante la settimana Santa.

Nonne, madri, fanciulle, per tempo mettevano semi di lino, di fagioli, di lenticchie, di ceci, di soia e di grano in piatti coperti da tele inumidite di iuta in locali al buio.

Ognuna li modellava secondo il proprio estro e fantasia, in base ad esperienze tramandate negli anni.
Erano stupende creazioni floreali dal colore verde chiaro sorrette su steli smeraldo, fitti e basculanti, come tante canne al vento di ruscello.

Nella penombra della chiesa, difronte a quell’altare, sbocciava un giardino di palme e di fiori, di ramoscelli d’ulivo e di lumini che tremolano in quei piatti decorati da frange e ricami ad uncinetto.

Ai piedi di questo santo sepolcro, che riproduceva e simulava l’orto dei getsemani, venivano posti gli inginocchiatoi per l’ora dell’adorazione dei fedeli, organizzati dalla delegata dell’azione cattolica, conosciuta come la signora Pagnotta.

Secondo la tradizione questi germogli di grano dovevano essere chiari, un colore comunque tendente al giallo, come quella del grano. Da quest’ultimo infatti si ricava la farina e di conseguenza anche l’ostia che rappresenta appunto il corpo di Cristo. Poi un profumo di rose e di gelsomini, tanto cari ai Cervesi che avevano dedicato loro due carugi, si mescolava con quello della cera delle candele che scivolava a frotte copiosa dai candelabri, nell’aria tiepida di quelle sere di Passione e vigilia di Pasqua.

“U Sepurtu” abbinava fede e passione di tutto un Borgo. Al tutto seguiva il canto del miserere e delle lodi penitenziali, le confraternite e la lunga processione del venerdì santo: gli eventi di una intensa settimana di tradizioni.

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