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Il 23 febbraio di centotrenta anni fa il catastrofico terremoto che segnò il Ponente ligure

Comuni come Bussana, Bajardo e Diano Marina vennero distrutti. Oltre seicento le vittime accertate e quasi altrettanti feriti

Imperia.È sempre terremoto, tutti terremoto, null’altro che terremoto! Non si parla, non si discute d’altro. La politica africana, la crisi ministeriale non esistono più. Le scosse che giornalmente si sentono, per quanto leggere, lasciano sempre in apprensione il popolino, il quale non sa decidersi a passare la notte in casa. Venerdì i bivacchi per le strade hanno cessato a causa delle piogge ma ieri sera, anche perché nella giornata si sono intese due scosse assai vive, moltissimi, specialmente del basso popolo, sono tornati a piantare le tende sulla spianata del Bisagno, sui terrapieni, all’Acquasola, disposti a pigliarsi una bronchite piuttosto che a dormire nelle proprie case. Lo spettacolo che presenta quella popolazione coi sacchi da viaggio, coi fagotti, provvista di coperte e materassi, accampata come in tempo di guerra, è attristante. Fanno pena i tanti poveri i bambini, i tanti vecchi ed alcuni infermi che dovranno risentirsi delle nottate passato allo scoperto”. Così il quotidiano La Stampa apriva l’edizione locale del 28 febbraio 1887, esattamente cinque giorni dopo la violentissima scossa di terremoto che segnò in maniera inesorabile la storia del Ponente ligure. 

Era il 23 febbraio di centotrenta anni fa e poco dopo il sorgere del sole, alle 06.21, una potente scossa di magnitudo 6.5 della scala Richter fece tremare la Riviera. Alla prima scossa ne seguirono due di uguale intensità: una alle 6.29 e l’altra alle 8.51. L’epicentro fu individuato nei pressi di Diano Marina e Diano Castello mentre il raggio d’azione delle vibrazioni sismiche coinvolse l’intero territorio e quelli circostanti interessando un’aria di circa 568.000 km². Il terremoto fu avvertito dalla provincia di Genova alla Costa Azzurra (fino a Montpellier), da Basilea (Svizzera) all’area settentrionale della Sardegna.

Gli effetti dell’evento furono particolarmente drammatici in corrispondenza della regione montuosa che segna il confine tra la catena appenninica e le Alpi marittime. Edifici crollati, case ridotte a macerie, profonde fenditure aperte nel terreno. Comuni come Bussana, Bajardo e Diano Marina vennero distrutti. Gravissimi danni si registrarono anche a Imperia, Diano Castello, Castellaro e Taggia. Alla scossa principale, inoltre, seguirono uno tsunami con onde che di fronte al comune di Alassio raggiunsero i quattro metri di altezza, e innumerevoli movimenti tellurici: nel corso del giorno 23 febbraio e nella notte tra il 23 e il 24 si contarono ventidue scosse a cui si aggiunse un numero elevato di scosse di assestamento che perdurarono fino all’11 marzo, quando se ne verificò una di pari intensità alla prima.

La successione causò il panico nella popolazione che, come si legge nell’articolo riportato in apertura, in preda al terrore e all’orrore abbandonò la propria casa preferendo trascorrere la notte all’addiaccio e trovando riparo in baracche, capannoni, vetture e tranvie. Senza dimenticare il bilancio che fu catastrofico: oltre seicento le vittime accertate nell’allora provincia di Porto Maurizio e quasi altrettanti feriti. Secondo Stefano Delfino, giornalista de La Stampa, in un intervento apparso sull’edizione locale del quotidiano il 14 ottobre 1987, i morti furono almeno 618, 447 i feriti. Caso eclatante fu quello del comune di Bussana, danneggiato a tal punto da indurre al suo abbandono e al conseguente spostamento dell’abitato a valle. Ciò, tuttavia, con una perdita di vite umane in numero decisamente minore rispetto, ad esempio, a Bajardo (220 morti) o Diano Marina (190 morti e 102 feriti).

Da ricordare, in ultimo, che al momento delle prime scosse gran parte della popolazione si trovava in chiesa per assistere alla funzione liturgica del “mercoledì delle Ceneri”. Così in una drammatica cronaca dell’epoca: “Era il primo giorno di quaresima, alle ore sei e venticinque. Il parroco di qui aveva imposto le sacre Ceneri all’ ultimo giunto quando parve che la mite brezza di poco prima si fosse d’un subito cambiata in un vento furioso, il quale aumentava in un crescendo spaventoso. La terra si scuote, traballa, a lungo ondeggia, poi si aggira vorticosa; si direbbe il finimondo: si odono rumori diversi di muri caduti, di legname che si spezza, di ferro che si torce, ma ad un tratto i diversi frastuoni, le grida disperate sono vinte da un sordo e cupo rimbombo, che vince tutti gli altri”.

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