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Già a un anno con lo smartphone. Claudio Muià “E nel mio studio pediatrico è anche peggio!”

Il noto pediatra sanremese rincara la dose sui dati già allarmanti della rilevazione nazionale

Sanremo. “Ormai lo riscontro quotidianamente: quando mi sento dire ‘Mio figlio ha 6 mesi e guarda già la tv!’ oppure quando le mamme con nonchalance piazzano in mano ai loro figli il cellulare mentre io li sto appoggiando sul fasciatoio per visitarli. Non solo i numeri che emergono su scala nazionale sono da far tremare i polsi…da quello che vedo nel mio studio, penso che la reale situazione sia anche più drammatica”. Così il pediatra sanremese Claudio Muià commenta turbato la recente analisi realizzata su tutto il territorio italiano che evidenza quanto lo smodato avanzare della tecnologia abbia ormai intaccato definitivamente anche la sfera dei piccolissimi, con strascichi che repentinamente ci hanno fatto ormai oltrepassare la soglia del non ritorno.

Attraverso 1.500 questionari girati dai medici pediatri alle famiglie italiane, l’osservazione curata dal Centro per la Salute del Bambino onlus e dell’Associazione Culturale Pediatri, conferma infatti che 1 bambino su 5 maneggia un cellulare già nel primo anno di vita mentre tra 3 e 5 anni 80% ci si destreggia perfettamente nell’uso. Se, come viene sottolineato, si considera che lo smartphone è oggetto ormai in uso abituale nel 100% delle famiglie e il tablet lo è al 68%, è inevitabile l’essere arrivati al dato misurato da Net Children Go Mobile nel 2015 tra gli adolescenti in cui il 26% già a 9 / 10 anni possiede un pc tutto proprio, l’11% uno smartphone o un tablet (4%) e più della metà del totale dei giovanissimi non spegne mai il proprio cellulare, nemmeno di notte.

Lo schermo a mo’ di baby sitter invece di usare semplicemente quella comunicazione, fatta di parole, sguardi e contatto, propria del genere umano. Più facile, più sbrigativo. Vien da se che il 30% dei genitori, per calmare un semplice capriccio, propini l’aggeggio tecnologico nel primo anno di età del bambino arrivando al 70% dei casi dal secondo al quinto anni di età.

Senza scordare che il problema è anche di salute a causa del rischio di convulsioni in soggetti a nostra insaputa predisposti, ai bambini abbiamo fatto perdere l’uso della relazione e dell’interazione, tra loro e con gli adulti. “E’incredibile come qui, in sala d’aspetto, i genitori non si parlino più come succedeva una volta, quando l’attesa di essere chiamati diventava l’occasione per conoscere altre famiglie e scambiarsi consigli ed informazioni; i bambini non giocano più con i loro coetanei, confrontandosi in vitali socializzazioni. Li vedi lì, seduti, sia bambini che genitori, ognuno isolato dall’altro, ognuno assorto chi a giocare chi a chattare”.

Forse sarebbe dunque il caso di fermarci un attimo a pensare. Perché quando un genitore afferma “tanto lo fanno tutti” probabilmente è l’inizio della fine. Il cellulare, poi la moto… così facendo tutto diventa lecito, tutto diventa il giusto da farsi. “Purtroppo, questa strada è ormai figlia di nostri tempi. Stiamo davvero esagerando., A questo punto ci vuole solo buon senso”. E di buon senso, per fortuna, lo studio un po’ ne racconta, registrando che 2 genitori su 3 stanno accanto ai propri bambini durante l’uso degli apparecchi elettronici e che almeno 4 volte alla settimana il 58% dei nuclei familiari ha ancora il piacere della lettura di un libro insieme ai figli. Perché l’educazione alla lettura tradizionale non solo diventa uno strumento pedagogico ma permette anche quell’assorbimento profondo che solo la lettura su carta riesce a fissare nel nostro cervello.

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