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Vivere con un cane, impariamo a parlare la stessa lingua

Condividere la nostra vita con un cane vuol dire creare un’intensa intimità e usare delle abitudini comuni

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Condividere la nostra vita con un cane vuol dire creare un’intensa intimità e usare delle abitudini comuni, dei veri e propri rituali che ci fanno sentire in una sorta di limbo di affinità elettive. Per esempio è vero che cane e proprietario si assomigliano e non solo perché già nell’adozione la persona cerca una tipologia di cane che più gli si confà ma soprattutto perché vivere insieme crea una specie di convergenza comportamentale attraverso le emozioni, l’assunzione di tempi e ritmi condivisi, la mimesi.

Detto questo non dobbiamo ritenere il rapporto con il nostro peloso esente dal rischio di fraintendimenti, anzi. Anche se perennemente vicino a noi, appartiene a un’altra specie, profondamente diverso da noi nella percezione del mondo, nella maniera di comunicare, negli interessi e nelle motivazioni, nelle caratteristiche cognitive, negli stili sociali e relazionali. Averlo vicino ci fa dimenticare questa distanza e si è portati a pensare di conoscere perfettamente il proprio beniamino e di poter intuire quello che ci sta dicendo.

Nella mia esperienza accade molto spesso che le persone rimangono come sorprese quando si sottolinea l’importanza di acquisire una preparazione sul profilo comportamentale del proprio animale, dichiarando: “ma io ho sempre avuto cani” oppure “vivo con i cani fin da quando ero bambino”. La verità è un’altra: non basta vedere le stelle tutti i giorni per diventare un astronomo.

L’abbraccio è forse l’esempio più comprensibile e chiaro. Per l’uomo, come per gli altri primati, questo gesto indica disponibilità o richiesta affettiva, è cioè un segnale di pace e di vicinanza, mentre per il cane indica la volontà di sottomettere l’altro o comunque di intraprendere una prova di forza, è cioè un gesto tutt’altro che benevolo che il nostro cane può al limite tollerare ma che può essere causa di aggressione se fatto con un cane sconosciuto.

Allo stesso modo esiste una ricerca condotta dall’etologo Roberto Marchesini su un campione di 200 proprietari di cani ai quali chiedeva il significato di una trentina di segnali che comunemente il cane emette – come il leccarsi il naso, leccarsi il labbro, alzare una zampa, volgere lo sguardo da un’altra parte, abbassare la testa, sbadigliare, mettersi a pancia in su, leccare il viso, dare la zampa – e i risultati sono stati disastrosi. Solo il dieci per cento riusciva a interpretare correttamente almeno cinque segnali. Questo significa che gran parte delle persone che vivono con il loro cane, in realtà ignorano quello che lui comunica loro nella quotidianità, non lo osservano o se lo fanno non approfondiscono il significato di quello che notano.

Anche per quanto riguarda il modo di rivolgersi ai cani le cose non vanno meglio. La gran parte delle persone approccia il cane in modo frontale, tende a guardarlo negli occhi, non è in grado di trasmettergli la direzione nella passeggiata al guinzaglio, non conosce le aree corrette dove accarezzarlo, non sa gestire l’attenzione, non è in grado di comunicare il proprio dissenso verso un atteggiamento non voluto. Insomma, per avvicinarsi ai cani ma anche a tutti gli altri animali è indispensabile conoscere il loro linguaggio , così come quando vogliamo viaggiare in un altro Paese.

Educatore cinofilo Luca Suman

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