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Agnesi come Cerere, un poema per non dimenticare lo storico pastificio

Nell'Agnesi Cerere sono stati avanzati alcuni pensieri che dovrebbero interessare la cittadinanza

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Imperia. “Sei mesi fa scrissi una poesia per la causa Agnesi. E’ stato bello, – afferma Leonardo Fasciana – divertente, umilmente nobile; una vicenda che ai più ha fatto sorridere. Ora basta. Mi pare che il tempo per essere spensierati sia finito da un pezzo. Oggi torno con una nuova poesia, anzi, un poema che ha lo stesso titolo della poesia precedente. L’Agnesi Cerere, un poema di 1331 versi che, suddiviso in 8 capitoli, narra della storia dell’Agnesi dalla sua fondazione, il 1824, fino ad oggi, alla chiusura dello stabilimento di Imperia. Alcuni estratti li leggerò venerdì 9 Dicembre presso il Bar 11 alle ore 21. L’intera vicenda è stata narrata in chiave epico-mitologica in rapporto ad eventi storici realmente accaduti: il mulino di Pontedassio, il mulino di Imperia, il viaggio dei velieri fino in Ucraina, l’apogeo della fabbrica e la sua rovinosa caduta.

Ho trovato giusto scrivere questo poema per conferire alla storia di questa fabbrica la solennità che merita, e l’ho fatto tramite le mie più grandi passioni: la letteratura classica e la sua mitologia. Soprattutto ho voluto che il significato di fondo fosse prettamente classico. Qualora aveste avuto il piacere di studiare Aristotele, dovreste ricordarvi di una parola coniata da lui stesso: Entelechia, un termine greco che significa: “la realizzazione, la concretizzazione e l’espressione delle proprie massime potenzialità”. Tradotto in maniera molto spiccia vuol dire: “più di così non si può fare”. Ebbene, l’Agnesi Cerere è l’opera dell’entelechia perduta, che descrive fatalmente la perdita di un enorme occasione di rilancio per una città che presenta al suo interno gravi problemi di vario genere. Questa opera la dedico alla Cittadinanza di Imperia, alla quale invito a riflettere su questo fatto che è stato il colpo più basso arrecato al prestigio di questa città, la pagina più nera della nostra economia, che stiamo attraversando col nostro proverbiale silenzio. Chiedo che questo ennesimo silenzio sia da intendersi come un silenzio di riflessione, un esame di coscienza su come vogliamo che Imperia torni a risplendere. Nell’Agnesi Cerere sono stati avanzati alcuni pensieri che dovrebbero interessare la cittadinanza, come la ricerca della propria entelechia che si ottiene avendo come fine ultimo la prosperità, economica e socio-culturale; smettendo di pensare ad opere pubbliche titaniche, i cui esiti sono sempre disastrosi e si ripercuotono negativamente sulla collettività e il prestigio amministrativo; ricercando una soluzione ai problemi con una mentalità basata sulla Concordia, e non su una dialettica politica distruttiva; entrando nell’ordine di pensiero che siamo una comunità, e non gente che pensa al suo unico tornaconto.

Voglio che un giorno, il più vicino possibile, Imperia si svegli e dica: “abbiamo concretizzato le nostre potenzialità”. Così facendo, questa città entrerà in una spirale di continuo progresso su tutti i settori. Non ho intenzione di avanzare nessuna polemica sulla causa Agnesi; siccome il tempo per farlo è scaduto, i miei pensieri li tengo per me, altrimenti sarebbe “mugugnare”; una cosa che dovremmo tutti quanti incominciare a toglierci dalla testa. Avanzare ora il mio personale “mugugno” sarebbe alimentare una sorta di “cancro sociale” che sta colpendo questa città in particolare e la sta distruggendo. Però attenzione: non sto dicendo che non abbiamo il giusto diritto di lamentarci, ma non abbiamo più il diritto di lamentarci come bambini sulle cose più inutili, perché queste appunto sono un potentissimo freno allo sviluppo di questa città; sviluppo di cui Imperia ne ha bisogno ora più che mai. “Mugugnare” vuol dire “brontolare”, e quello lo fanno i bambini; lamentarsi vuol dire protestare, agire partecipando attivamente. In merito a colui che nella poesia scorsa avevo chiamato “futurista”, voglio fare una cosa che spesso i poeti antichi facevano nelle loro poesie: invocare un nume tutelare. Io invoco Nemesi, la divinità che oggi si può identificare con il “karma”. Qui cito l’ultimo estratto dell’Agnesi Cerere, dove appunto c’è questa invocazione:

“Quanto a Ibride [il futurista] lo vidi per l’ultima volta fuggire
dal retro del teatro, dove escono gli attori derisi dal pubblico;
era già scappato quando Giove scagliava Tonante fulmini,
fulmini di rabbia. Alla sua sagoma ormai svanita
Leonzio [uno dei protagonisti] rivolse queste ultime parole:

Dove fuggi, Ibride?
Dove scappi, o Scellerato?

Non puoi sfuggire alla volontà di Nemesi,
l’Ultrice nelle cui vene scorre sangue di Erinni!

Nemmeno le montagne più alte
competono con l’elevazione delle sue ali.

Nemmeno la svolta più repentina
sarà pari alla torsione del suo volo.

Nemmeno tra le sorgenti più impervie
berrai acqua pura della sua vendetta.

Nemmeno i boschi più fitti ed oscuri
potranno opporsi al colpo della sua spada.

Nemmeno le stelle più fulgenti
potranno dar pace al tuo sonno.

Nemmeno la notte più serena
potrà calmare il suo cuore gonfio d’ira.

Nemmeno i prati più rigogliosi
reggeranno alla siccità accecante del suo odio.

Nemmeno le lande più sconfinate
potranno distrarla dalla tua fuga.

Nemmeno trincerato dietro alte mura
potrai resistere alla sua violenza d’onagro.

Nemmeno tra la folla più assordante
i suoi passi potranno tacere.

Nemmeno l’avvocato più retorico
potrà mediare per la pena del tuo peccato.

Nemmeno la clemenza di un re giusto
potrà intercedere con la sua intransigenza.

Nemesi sta arrivando
a velocità inesorabile

Non ti resta altro che invocare
un’effimera pietà, un pentimento
lungo il viso ti risparmierà l’attesa.

Invanamente.
“Sei arrivato al capolinea, Spudorato!”

- scacco matto.

Queste furono le ultime parole di me Leonzio;
le dissi tra il clangore dei cancelli
che si chiudevano e pronunziavano
l’estrema sentenza. Mi allontanai
col capo cosparso di cenere e la cetra
abbandonata sul freddo asfalto.
Te, Agnesi, ho cantato sotto la danza delle fulgenti spighe.”

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