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La storia

Ventimiglia, sulla rotta dei migranti dove paura e pericoli non fermano chi sogna la Francia fotogallery

Nella via di fuga dove è morta Milet incontriamo tre eritrei, pur terrorizzati proseguono il loro viaggio

Ventimiglia. Non è difficile passare il confine. Basta avere coraggio. Tanto. Il coraggio di attraversare quattro corsie di autostrada sulla quale auto e camion viaggiano sopra i 100 all’ora.

Le prime due corsie che i migranti incontrano sul loro cammino, infatti, sono quelle che portano in Italia. Alcuni si sbagliano e le percorrono. Per arrivare in Francia, però, bisogna oltrepassarle, camminare lungo il cavalcavia che congiunge le due strade, e poi attraversare di corsa le ultime due e proseguire verso ovest, là dove si intravedono le luci del porto di Mentone. Là è dove vogliono arrivare.

A Grimaldi c’è un sentiero: è questo l’ultimo tratto “sicuro” che i migranti percorrono per raggiungere il loro sogno. Si cammina su una strada sterrata e polverosa, tra una parete di roccia e un bosco che digrada sul mare, quasi uno strapiombo.

E’ questo il tragitto che venerdì ha percorso Milet Tesfamariam, 17 anni ancora da compiere: una ragazzina che, come tutti gli adolescenti, aveva un sogno e voleva realizzarlo. Un sogno che ha pagato con la vita.
Milet era con altre sei persone, sopravvissute al passaggio di un tir che non l’ha vista percorrere la stretta galleria Cima Girata, l’ultima prima di arrivare in Francia. Come lei, come i suoi familiari, ogni giorno decine e decine di persone compiono lo stesso percorso.

Anche ieri, nascosti nella semi-oscurità che già intorno alle 20,00 scende in quell’ultimo lembo di macchina mediterranea, tre giovani di nazionalità eritrea attendevano il momento di “saltare” in autostrada. Sì, saltare. Perché per superare la rete metallica che cinge il confine con l’A10, è necessaria un po’ di forza e tanta agilità. Si cerca un varco nelle maglie della rete che, nei tratti più bassi, è attorcigliata dal filo spinato. Se non si trova, per la fretta dettata dalla paura, allora basta arrampicarsi e scavalcare.

Un balzo e si è dentro: su una sorta di piccolo terrazzamento rettangolare che solo un muretto separa dalla carreggiata. Non si sente nulla se non il rumore delle auto e dei camion che sfrecciano a pochi centimetri da te. I tre giovani eritrei hanno paura: lo si legge nei loro occhi. Stanno rannicchiati dietro a quel muretto, stretti l’uno all’altro per ripararsi dal freddo vortice d’aria lasciato dal passaggio dei veicoli. “Dobbiamo andare”, dicono. Ma non avete paura? “Sì”. Non parlano molto inglese. Pochissime parole. Ma per capirli bastano gli sguardi. Nei loro occhi c’è il terrore. Sanno di Milet perché anche loro erano nella chiesa di Sant’Antonio delle Gianchette. Milet l’avevano vista qualche giorno prima e venerdì notte hanno saputo che era morta, travolta da un camion. Hanno pregato per lei, stringendo un rosario tra le dita, ma la paura di fare la stessa fine non li ha fermati.

Dopo qualche istante di esitazione, si attraversa, di corsa. Con il cuore che sembra uscire dal petto dalla forza con cui batte, si corre con tutte le proprie forze guardando dritto davanti. Senti le auto sfrecciare pochi istanti dopo il tuo passaggio e capisci quanto la vita sia immensa ed effimera al tempo stesso. Non è l’ultimo “passaggio” da attraversare: mancano le ultime due corsie, quelle della direzione Francia. Un altro respiro e poi via, di corsa.

I tre ragazzi, dei quali è stato impossibile capire i nomi, non si fermano: continuano a correre dentro la prima galleria che incontrano, a pochi metri dal punto in cui sono entrati in autostrada.
Non smettono di correre nemmeno dentro il tunnel, dove le macchine sembrano arrivarti addosso e tu non le vedi, avverti solo il loro passaggio perché l’aria ti spinge contro le pareti della galleria. Non smettono di correre finché hanno fiato in corpo e poi camminano veloci per quasi sette chilometri, verso una meta, verso un destino incerto, verso un paese che non li vuole.

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