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Enrico Ritzu, l’inventore dell’orologio che gira al contrario

“Non passa occasione che quel cliente non mi faccia notare quel singolare oggetto sempre al suo braccio, dicendomi ‘è precisissimo, spacca il secondo!”

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Sanremo. Non si spegne l’eco per quell’orologio aggiustato in modo così anomalo da Enrico Ritzu che tuttora continua a riceve il grazie del suo cliente incredulo.

Lo storico orologiaio sanremese, infatti, qualche tempo fa l’ha davvero fatta grossa: al legittimo proprietario (il Signor Semeria) ha riconsegnato l’orologio, si finalmente riaccomodato ma, che da quel momento, si è messo a girare al ‘contrario’. “Mentre lo aggiustavo mi sono accorto che l’ultima ruotina del meccanismo (che è magnetica), per un caso fortuito aveva percepito l’influenza del resto del meccanismo. A seconda di come la muovevo, l’orologio andava o avanti o indietro. Così lasciato che girasse in senso antiorario”.

 Un orologio davvero unico “e non passa occasione che, trovandosi da queste parti, quel cliente, a cui la mia decisione è piaciuta moltissimo, non mi faccia notare quel singolare oggetto sempre al suo braccio, dicendomi ‘è precisissimo, spacca il secondo!

La molla per questo suo lavoro in cui manualità e passione sono le parole chiave, a Ritzu è scattata da ragazzino, precisamente a 11 anni “quando, abitando a Cagliari, (dove sono nato nel ’40) passavo ore a guardare all’opera mio zio orologiaio. Così, dopo il militare e dopo aver lavorato due anni a Ventimiglia, sono arrivato a Sanremo dove, il 2 gennaio del ’65 ho iniziato, senza più smettere, in questa storica bottega”.

Anche nel suo caso il mestiere si è imparato con pazienza, talvolta rubando – in senso buono – i segreti e le sue piccole astuzie. “Ancora mi ricordo quando, alla fine della guerra, mio zio nei casi in cui era difficile trovare i pezzi di ricambio, al posto dell’asse del cilindro (pezzi interni al meccanismo) mi aveva consigliato di infilare la punta della spina di un fico d’india.

Le sue mani hanno sistemato centinaia, migliaia di orologi, molti dei quali di prestigiose marche, pezzi di alto antiquariato e valore economico.

Ma oggi Ritzu, tra i pochissimi rimasti in città, sa che la sua clientela nel tempo è cambiata così come lo stesso suo lavoro. Fino a 20 anni fa si usavano i classici orologi meccanici, per intenderci quelli con la carica manuale i cui pezzi, come minimo, partivano dalle vecchie 50 mila lire, e poi pezzi importanti, orologi, magari inglesi o tedeschi, in cui veramente era insito il valore. Le riparazioni, in quei casi, economicamente valevano la pena.

Oggi il commercio estero, specialmente cinese e giapponese, ha invaso il mercato con articoli al primo impatto molto simili ma di costo assai inferiore. “Adesso, un orologio nuovo – continua – a volte si trova talmente a poco che sistemarlo diventa francamente sconveniente”.

Ma lui, comunque, tutti i giorni continua ad aprire la sua bottega aspettando che qualcuno richieda il suo prezioso intervento.

Sul suo bancone gli attrezzi del mestiere sono pochi ma sono quelli indispensabili: oltre ai soliti liquidi utili per pulire e riparare, una lente, una pinza e un cacciavite. L’esperienza fa il resto. La sua casa, in verità. È piena di libri sull’argomento. Confessa il pallino di comprarne tanti per poi accorgersi di non trovarci nulla di interessante e di particolare che già non sappia. “Il tempo per me? – confessa chiudendo la chiacchierata – Scorre troppo veloce. Sarà questa mia voglia di uscire, di fare tante cose. Il guaio è che gli orologi si fermano, il tempo no”.

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