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Sabina Airoldi e il globicefalo: un amore a prima vista foto

"In quel momento mi sono disperatamente, follemente, innamorata dei cetaci"

Sanremo. “Sono passati quasi trent’anni, eppure lo ricordo come se fosse ieri”, racconta così Sabina Airoldi, con la voce emozionata, il suo primo incontro con i globicefali.
A sentire le sue parole sembra davvero di essere lì, in mezzo ad un mare calmissimo e azzurro, a respirare il profumo di salsedine sotto ad un sole tiepido e luminoso.

“Era il 1988 ed io ero solo una ragazzetta”, ricorda l’Airoldi, “Era arrivato sulla radio un avviso ai naviganti in cui si diceva che c’era una grande chiazza nera in mare: dall’aereo da cui era stata avvistata, sembrava si trattasse di un riversamento in acqua di idrocarburi”.
Il sospetto, dunque, era quello che una petroliera, passando, avesse ripulito le vasche, scaricandone in mare aperto il contenuto oleoso.

“Eravamo vicini alla zona indicata dall’avviso”, continua la biologa marina, “Così abbiamo deciso di avvicinarci per effettuare dei prelievi e vedere cosa stava succedendo”.
In realtà – e per fortuna – non si trattava di una chiazza di petrolio, ma di un enorme branco di globicefali che si era radunato in mezzo al mare.
“Sono cetacei completamente neri che raggiungono i 6 metri di lunghezza”, spiega l’Airoldi, “Ed erano circa 90 individui uno vicinissimo all’altro. In un pomeriggio di mare piattissimo, visti dall’alto di un aereo, sembravano un’indistinta macchia nera”.

“Quella dei globicefali, è una delle specie in assoluto con più alta gregarietà sociale”, dichiara l’Airoldi, tornando per un momento a vestire i panni della ricercatrice scientifica. Ma l’emozione prende ben presto il sopravvento, quando racconta di come, insieme ad un gruppo di altri giovani biologi, si avvicina con un gommone al branco.
Gli animali, intimoriti dalla presenza dell’uomo, sfuggono velocemente, immergendosi negli abissi. Ma i ricercatori non devono attendere molto, prima di poter ammirare da vicino un simpatico globicefalo, vinto dalla curiosità di scoprire qualcosa su quegli strani animali che si sono avvicinati al suo branco.
“Ero emozionatissima”, ricorda l’Airoldi, “Perché era la prima volta che li vedevo dal vivo. Io, due studentesse e un ragazzino al timone. Avevamo tutti la macchina fotografica al collo per poter fotoidentificare meglio gli individui”.

“All’improvviso, un giovane globicefalo è emerso dall’acqua con la sua testa enorme”, racconta la biologa, “Si vedeva tutta la testa fino al dorso e metà della pinna dorsale. E’ uscito fuori e ci guardava. Poi si è girato un pochino su un lato per vederci meglio e, come se ciò non gli bastasse, è uscito ancora maggiormente dall’acqua, in verticale, per guardare dentro al gommone: il tutto a circa un metro di distanza da noi. Poi si è girato un’ultima volta a guardarci e si è immerso di nuovo”.

“Saranno passati almeno dieci secondi in tutto questo e indovina quante foto abbiamo scattato in tre? Zero”, ride la ricercatrice, “Siamo rimasti a bocca aperta, paralizzati. E non siamo riusciti a dire niente per almeno due o tre minuti”.

“Se chiudo gli occhi e penso alla prima grande, fortissima emozione”, conclude Sabina Airoldi, “E’ stata l’incontro con questo animale. In quel momento mi sono disperatamente, follemente, innamorata dei cetaci”. E quest’amore continua ancora oggi, dopo trent’anni di ricerca in mare a bordo dell’imbarcazione di Tethys.

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