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Prometeoedio: un superlativo Teatro della Tosse porta in scena il lato umano degli dei fotogallery

Potente e suggestivo, il Prometeo di Eschilo non è mai stato così contemporaneo

Bordighera. Terzo capitolo della trilogia sul potere e sulla ribellione dell’uomo ad esso, il Prometeoedio di Emanuele Conte (ispirato al “Prometeo incatenato” di Eschilo), in scena ieri al Palazzo del Parco, ha riscosso uno strepitoso successo.

Dopo l’Antigone di Anouilh e il Caligola di Camus, sempre riletti in chiave moderna dal regista del Teatro della Tosse, con Prometeoedio la compagnia genovese ha raggiunto l’acme: il punto più alto.

Grazie all’eccezionale bravura degli attori e alla suggestiva scenografia, Prometeoedio è uno spettacolo potente, iconico, atavico e contemporaneo al contempo.

Al centro della scena c’è Prometeo, il dio ribelle e rivoluzionario che ha osato sfidare Zeus, contravvenendo al suo volere pur di donare il fuoco agli uomini. A interpretare il dio beniamino degli uomini è l’eccellente Gianmaria Martini. Giovane e determinato, il suo Prometeo non scende a compromessi, non chiede pietà né perdono: sa di essersi messo contro il capo degli dei, sa di aver osato ribellarsi al padre, sa che soffrirà in eterno o, meglio, “finché Zeus lo vorrà”. Ma, nonostante sia stato condannato ad una pena indicibile, non torna indietro: meglio il dolore che la schiavitù di chi asserve al potere per paura delle conseguenze, per paura del castigo di un dio. Per paura di uccidere il padre.

A nulla serve il tentativo di Oceano (Pietro Fabbri) che emerge dagli abissi per convincere Prometeo a invocare il perdono di Zeus.
A nulla servono le parole proferite da Ermes: un superbo Enrico Campanati porta in scena il figlio prediletto da Zeus che tenta invano di piegare lo spirito di Prometeo. Del volere di Zeus “me ne fotto”, replica il dio ribelle che rinuncia alla sua immortalità per avvicinarsi al mondo degli uomini.

A Prometeo è negato ogni conforto, se non quello ambiguo delle Oceanine (Andrea Di Casa), figure sfuggenti e piene di reverenziale timore nei confronti del sacro.

L’uomo con la sua fragilità, rappresentata da Io (Alessia Pellegrino) – bellissima fanciulla amata da Zeus – trova il suo riscatto nell’opera di Conte.
Sì perché gli dei, in fondo, non sono dissimili da quelle creature piccole, indifese e mortali che popolano la terra.
Cosa sono gli dei? Si vendicano, soffrono e sono causa di sofferenza. Gli dei giudicano, gli dei fomentano l’odio. Gli dei amano. Gli dei possono tutto, ma non tengono tra le dita le fila del destino. Gli dei sono immortali, ma temono la morte. Mentre l’uomo, che nasce già sapendo di dover morire, e che nonostante questa consapevolezza trova ogni giorno la forza di alzarsi e vivere, conosce un qualcosa a loro sconosciuto: la dignità. L’unica vera salvezza di fronte all’ineluttabile destino umano: il riscatto dell’uomo nei confronti di dio.

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