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Dalla Città dei Fiori alla terra dei fiordi: Sebastiano Costanzo racconta la sua svolta di vita in Norvegia

Il 31enne sanremese è tra i milioni di italiani fuggiti alla crisi: “Qui il lavoro non manca. Il problema più grande? Abituarsi al sole di mezzanotte e alla notte polare”

Nell’Europa oppressa dai debiti sovrani la Norvegia è una felice eccezione. Secondo il Rapporto annuale sullo Sviluppo Umano 2015 dell’Onu, la terra dei fiordi è il miglior paese al mondo in cui vivere. Il mercato del lavoro è florido, il tasso di disoccupazione è ai minimi storici (solo il 4% – dati relativi a marzo 2015), e c’è molta richiesta di lavoratori, i quali, tra l’altro, ricevono un trattamento fra i più equi dell’unione Europea.

La Norvegia è un paese freddo ma anche il paese dalle grandi possibilità. E non sorprende che negli ultimi anni sia diventata il naturale approdo di chi vuole lasciarsi alle spalle la recessione che ha colpito il Mediterraneo; di quella miriade di giovani italiani idiomi della crisi.

Tra i circa duemila connazionali che attualmente hanno acquisito la residenza norvegese c’è Sebastiano Costanzo, 31anni, nato e cresciuto a Sanremo.

Nel dicembre 2013”, racconta Sebastiano, “con un biglietto di sola andata sono partito alla volta della Norvegia. Durante l’estate avevo conosciuto un italo norvegese che ogni anno trascorre le vacanze a Sanremo. Mi aveva parlato del luogo in cui viveva, Kristiansund, dello stato di benessere del suo paese e mi ero “acceso”. Sono geometra e da diversi anni a Sanremo il lavoro andava sempre più decrescendo. Non avendo nulla da perdere, avendo un amico, Stefano, che già si era trasferito lì, ho preso coraggio e sono fuggito, anche a costo di cambiare completamente vita.

Appena arrivato a Kristiansund, sulla costa sud occidentale dello stato scandinavo, Sebastiano si innamora subito del luogo:

Qui la natura è la regina indiscussa, i suoi paesaggi sono vari e spettacolari, da toglierti il fiato. Nonostante questo però i primi mesi non sono stati per nulla facili. Anzitutto l’apparato burocratico: il sistema norvegese è eccellente ma è necessario seguire tutta una serie di iter a cui noi italiani non siamo avvezzi; il lavoro: bisogna trovare entro tre mesi un impiego altrimenti sei costretto a rientrare nel tuo paese e all’inizio, per via della lingua, avevo il terrore di non essere assunto da nessuna azienda; la lingua appunto: il norvegese è difficilissimo e per di più a Kristiansund parlano il dialetto. Solo l’inglese non bastava, mi sono dovuto iscrivere a scuola e seguire ore e ore di lezione. Altra grossa problematica il sole di mezzanotte e la notte polare: sono i fenomeni più spettacolari e misteriosi del nostro pianeta ma adattarsi a un’esposizione diurna o notturna perenne richiede molto, moltissimo tempo.

A parte queste difficoltà in breve tempo Sebastiano si inserisce nella comunità di Kristiansund. E il lavoro non tarda ad arrivare:

In Norvegia l’offerta lavorativa è alta, come i suoi compensi economici: uno stipendio è il triplo di quello italiano. I settori più produttivi sono quelli che attengono le grandi risorse del paese: gli idrocarburi, la pesca marittima e il terziario. Io sono riuscito a inserirmi in quest’ultimo. Dapprima nell’ambito della ristorazione con l’assunzione come cameriere in un locale thailandese, poi come impiegato in una fabbrica chimica, l’Algea. In Norvegia i sei mesi di luce alternati ai sei mesi di buio hanno permesso alle alghe del mare di acquisire particolarità che le rendono ottimi fertilizzanti da utilizzare nel settore agricolo. Algea è una delle principali aziende del paese esportatrici in tutto il mondo e sorprendentemente italiana. Dato che qui il mercato del lavoro è vivo ma il costo della vita è vertiginoso, affianco l’attività in fabbrica a extra in un ristorante di cucina brasiliana. La Norvegia è un porto internazionale dove persone proveniente dai quattro angoli della Terra hanno trovato un tesoro. Oggi come oggi ho il progetto di far carriera qui, di trasferirmi in un centro più grande, magari Oslo, di crescere e aprimi un’attività mia. Professionalmente parlando, di realizzare quello che l’Italia non mi permetteva di fare.

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