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Corsa al regalo, sfarzo e povertà: la storia di Francesco, italiano “che aspetta la pensione” foto

"Ero un artigiano", racconta l'uomo, sempre fissando il vuoto, "Ora ho 67 anni e forse a gennaio avrò la pensione che aspetto da due anni"

Ventimiglia. Mancano pochi giorni al Natale e nelle strade della città di confine c’è fermento. La corsa al regalo per il marito, la moglie, l’amica, il figlio, i genitori si fa sempre più frenetica. Sotto l’albero, alla mezzanotte del 24 dicembre o la mattina di Natale, bimbi e adulti scarteranno i doni ricevuti.

C’è chi può permettersi solo un pensiero da poche decine di euro e chi, invece, si rivolge a costosi negozi che vendono vestiti e oggetti di lusso.

Ma per le strade sono in tanti, soli e poveri, a chiedere aiuto. Lo fanno in silenzio, con un senso di vergogna tanto forte da far male a chi si avvicina loro.
Sono italiani. Ce ne sono tanti, sempre di più. Uomini, soprattutto, che senza mostrare alcuna menomazione fisica e senza cartelli eclatanti che parlano dei 5 o 6 figli da nutrire, se ne stanno immobili ad un angolo della strada.
Qualche passante timidamente si avvicina: c’è chi porge una moneta, chi sorride e saluta. Una giovane coppia si ferma a coccolare il cane di un clochard, l’ultimo fedele amico rimasto. Mentre un’anziana signora accarezza il volto di un uomo, che chiameremo Francesco, per tutelare la sua privacy. Gli parla gentilmente, gli offre una moneta e lo accarezza.

L’uomo è seduto su una sedia. Al suo fianco un cartone di detersivo vuoto, utilizzato come valigia. Un cagnolino di peluche gli tiene compagnia.
Francesco non chiede ai passanti. Sta in silenzio. Gli occhi fissi, carichi di dolore, disperazione. “Sono un italiano che aspetta la pensione”: questa la scritta ai suoi piedi, vicina ad un cappello al contrario dove i passanti lasciano qualche spicciolo.
“Ero un artigiano”, racconta l’uomo, sempre fissando il vuoto, “Ora ho 67 anni e forse a gennaio avrò la pensione che aspetto da due anni”.
E nel frattempo, per andare avanti, chiede l’elemosina: “Vivo a Ventimiglia, sotto un balcone che mi ripara dalla pioggia”, dice. Tutto quello che gli è rimasto se lo porta dietro, in un cartone di detersivo. Con la speranza che prima o poi riceva quel poco che gli è dovuto per vivere una vita più dignitosa.

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