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Presentazione delle attività del CEA del Parco delle Alpi Liguri

La consigliera del Parco Gabriella Badano: "La conoscenza del Parco è la ragione stessa del suo essere" .

Rezzo. Il 31 Ottobre c’è stato chi non ha pensato solo ad Halloween: a Rezzo il Centro Educazione Ambientale (CEA) del Parco delle Alpi Liguri ha indetto una presentazione del catalogo con le sue attività. Durata tutta la mattina, fatta tramite la testimonianza diretta di coloro che costituiscono l’anima delle nostre Alpi: guide ambientali, responsabili degli INFOparchi, coordinatori e consiglieri, a costituire un folto gruppo di relatori anche molto giovani, ma estremamente esperti e motivati a proteggere e far conoscere un Parco di primordine. “La conoscenza del Parco è la ragione stessa del suo essere” è il concetto accennato da Gabriella Badano.

Aspettando una prossima presentazione sulla costa, qui di seguito il racconto dell’intensa mattina.

Poco prima dei saluti iniziali e dell’intervento del Sindaco Ennio Semeria, del direttore del Parco Eligio Bertone e della consigliera del Parco Gabriella Badano (tre dei soli quattro relatori over 40) la Sala si è riempita del tutto: posti a sedere ed non. Tra il pubblico ho riconosciuto alcune persone con incarichi comunali in paesi vicini, una buona delegazione dell’Associazione Sportivo Dilettantistica Monesi Young, ed anche il documentarista Roberto Pecchinino, oltre che diverse insegnanti di scuole della costa ed educatori soprattutto imperiesi. Questo è il pubblico che è stato condotto nella presentazione da Fabio Boero, tramite della Cooperativa Hesperos ed educatore ambientale, responsabile del CEA ed organizzatore della giornata, il quale ha scelto di parlare del Parco attraverso il Parco: i volti degli esperti riuniti hanno contato sia di elementi addetti al dietro le quinte (gestione e valorizzazione del Parco) sia di elementi operanti sul campo, nei campi, e fuori campo, quali il primo relatore.

Fabiano Sartirana, naturalista e guida ambientale escursionistica, ha dato una panoramica generale del nostro Parco: dati e caratteristiche, oltre che terminologia utile a comprendere i successivi interventi e la particolare geo-morfologia del Parco stesso, particolare per il suo clima alpino a contatto con il clima mediterraneo. La vicinanza e compresenza di questi due climi permette alle nostre terre non solo d’essere il limite meridionale della distribuzione di molte specie animali e vegetali, ma anche d’avere in un territorio relativamente poco esteso un numero di specie animali e vegetali di poco inferiore a quelle presenti sull’intero territorio italiano, territorio già caratterizzato da una buona biodiversità. Sartirana ha quindi portato come esempio la popolazione di rapaci notturni e diurni del territorio, scendendo nei dettagli delle varie specie, sui metodi per il loro studio e della loro relazione con un Parco che è abitato. Di fatto, Sartirana ha anche introdotto una delle altre fondamentali caratteristiche peculiari del Parco delle Alpi Liguri: la forte antropizzazione del territorio. Il panorama naturale ha tracce antropiche ovunque, magari rade e/o antiche. Ma la relazione fra alpi, mare, e umanità è sempre stata immanente.

Queste particolari caratteristiche hanno spinto il Parco delle Alpi Liguri, quello delle Alpi Marittime, del Marguareis, tutto il sistema intorno ai giardini Hanbury, e la Provincia di Imperia a richiedere il riconoscimento di tale zona come patrimonio UNESCO.

Questo insieme di eccellenze, anche ben preservate, è spesso sconosciuto alla stessa popolazione. Ma la nuova ventata di esperti ha subito iniziato a muoversi verso la divulgazione, come ha spiegato nel successivo intervento Daniela Girardengo, responsabile dell’INFOparco di Mendatica. Centro nevralgico di una rete che collega varie realtà montane liguri, insieme alla sede di Pigna che ospita il CEA, sono realtà incaricate di promuovere e diffondere le attività del Parco in modo sostenibile e remunerativo. Girardengo ha spiegato il perché del termine “Parco”: è un termine vetrina, per mostrare quanto ci sia da vedere, la qualità dell’accoglienza e rassicurare del fatto che di impervio vi siano solo le montagne. E che è una fortuna e ricchezza il fatto siano impervie. I parchi accolgono, e divertendo possono insegnare facendosi vivere. Anche grazie a chi, come Girardengo, lavora nel dietro le quinte, concentrandosi a favorire la partecipazione di tutto quell’ambiente antropico già presente, ossia della popolazione del Parco. Popolazione interessante a livello culturale e turistico quanto gli altri elementi naturali, perché nel tempo ha riempito di storia ogni ettaro di monti e vie che sono state contese e curate da vari popoli e fazioni succedutisi nei secoli.

Nel Parco ci abitiamo“, e questa è condizione che, come spesso accade, è arma a doppio taglio. Per gestire tale situazione, Girardengo ha illustrato le 5 C: il Coordinamento necessario per unire la Val Nervia, la Valle Arroscia e la Valle Argentina, le tre macro-zone del Parco; la Collaborazione, ossia il fare rete con il territorio e gli altri territori. Il nostro, in quanto abitato, ospita moltissime realtà adatte alla collaborazione, in primis appunto Monesi Young, già da tempo collaborante con il CEA e presente e partecipe all’evento. La Collaborazione è estesa anche agli abitanti dei piccoli comuni, in quanto gli INFOparchi hanno preso nel tempo anche connotazione di assistenza tecnologico/comunicativa per gli abitanti del posto; la terza C è la Condivisione delle attività tra centri, delle informazioni e dei risultati, di modo che ovunque sia accessibile ogni materiale utile al curioso, all’insegnante, al turista, all’esperto ecc.; la Comunicazione al grande pubblico attraverso il web, newsletter, app apposite, pubblicazioni varie e non solo (Girardengo fa molti interventi in radio); il Coinvolgimento di chi il Parco lo abita, requisito fondamentale per attivare un passaparola che sia anche un “passa-azione”, si veda il supportare nel creare associazioni o mettere in contatto varie realtà per rendere il territorio sempre più “auto-preservante e auto-promuovente”. Il coinvolgimento è quindi inevitabile, ma non sempre questo coinvolgimento è attivo, consapevole o comunque costruttivo. Vi è quindi un altro punto, conseguenza degli altri: quello del Creare Consapevolezza, su cui si sono concentrati a vario titolo i successivi interventi e la giornata in genere.

Stefano Brighenti vi si è concentrato come atteggiamento. È stato il relatore più giovane e coinvolgente, nonostante abbia portato un intervento dal tema piuttosto poco pubblicitario: le acque dolci del Parco. Ha sforato la sua tempistica di intervento in modo più palese che i relatori precedenti (e successivi) dilagando nel fornire una mappa idrografica del Parco delle Alpi Liguri ed attigui, completa di storia della documentazione delle acque (riassumibile in “Non se ne è interessato mai nessuno prima, nonostante sia fondamentale.”), della definizione di “corsi d’acqua” e del loro ambiente, completo degli ecosistemi delle rive e delle condizioni delle foci, spesso estremamente antropizzate. Il panorama da lui descritto è comunque quello di un ambiente generalmente molto ben conservato, anche grazie all’impervietà del territorio. Panorama molto vario e ricco, seppur comunque minacciato da vari rischi soprattutto alle foci dove il terreno più facile ha consentito una antropizzazione anche eccessiva, specialmente nelle due generazioni a noi (relatori e giornalista) precedenti.

Matteo Serafini, naturalista e guida ambientale escursionistica, è stato incisivo nel mettere in luce la varie contingenze odierne dello stretto rapporto umano-natura. Incisivo come i denti dei grandi predatori che studia. Prendendo ad esempio il rapporto economia-lupo italiano, ha affrontato il discorso dei danni causati dalle attività umane quanto quelli causati dalle attività animali alle persone. Danni alle persone che sono davvero tali quando non prevenuti e, soprattutto, quando mal amministrati, non tanto per inefficacia degli uffici, ma per il preoccupante graduale smantellamento di quei settori della sicurezza pubblica specializzati nello gestire problematiche ambientali. Cosa che causa una sempre minor voglia degli abitanti del Parco di cercare una giustizia di collaborazione, optando per una più facile ed egoista.

Il lavoro di questi esperti è ingente: nonostante la grande biodiversità le documentazioni che hanno ricevuto in eredità sono poche o nulle, sia per quanto riguarda i dati del territorio sia per quanto riguarda l’amministrazione dello stesso, la sua relazione con la società e giurisdizione. Questo ha comportato per loro anche il dover farsi riconoscere dalle stesse amministrazioni che il territorio lo abitano, il dover occuparsi dei danni causati da specie non autoctone inserite sul territorio o da ristrutturazioni e lavori pubblici che, per quanto abbiano fatto passi da gigante nella tutela del territorio antropico di intervento, non prendono ancora in considerazione un ambiente naturale presente ed estremamente vicino a quello cittadino, quando non compresente. Del resto, in Liguria lo spazio è stretto per tutti. Altro elemento che come l’impervietà del territorio è in realtà una fortuna (a volte scomoda). Questa è la prima generazione di esperti che si riunisce per attivamente rivolgere tale caratteristica a vantaggio.

Luca Patelli ha quindi spiegato l’unione dei ruoli sul campo e dietro le quinte. Coordinatore regionale e consigliere nazionale dell’Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche (AIGAE), oltre che fotografo, ha spiegato dell’alto livello di certificazione richiesto e riconosciuto alle nostre guide ambientali. Conoscenza delle lingue, del territorio, essere in grado di gestirsi, gestire e raccontare, sapendo ogni volta costruire una regia diversa a seconda del percorso, del pubblico, dell’atmosfera del momento. Luca Patelli è stato sia molto tecnico e reale, calcando sull’importanza delle competenze, conoscenze e dell’ “empatia registica” da usare a fini remunerativi indispensabili per il Parco, sia molto coinvolto. Si è trattato, escluso Fabio Boero, di uno degli under 40 “meno under”, testimone e anche co-autore di alcuni degli ultimi cambiamenti nella gestione delle varie documentazioni e riconoscimenti che attestano la professionalità e ruolo delle guide. Documenti dei quali chiedono molto più spesso, perché più consapevoli, i turisti stranieri piuttosto che quelli italiani, più consapevoli ed attenti ai titoli. Formazione, formazione continua, assicurazioni, profitto, gestione, inventiva, empatia, iniziativa: tutte le qualità che stanno dietro ad un lavoro prezioso perché “didascalico” come quello della guida, un lavoro “alchemico”. Due termini di Patelli, che riporto insieme alle sue definizioni: il ruolo della guida è di essere scientifica come un chimico, ma profondamente umana, empatica e flessibile, e quindi di essere più simile all’alchimista. Suo ruolo è anche fornire didascalie alle immagini del territorio.

Aggiungo quindi la personale sintesi (I. Biscaglia è il nome da linciare se tale sintesi non calza) della definizione di “alchimista didascalico”: colui il quale ha un ampio bagaglio scientifico, ma vissuto e quindi umano, in grado allora di fornire le giuste didascalie ad ognuna delle immagini che ogni persona si costruisce visitando il Parco. Ossia l’alchimista didascalico è un regista di più film contemporaneamente, in grado di far dire ai foresti “vorrei trasferirmi qua” e magari ai locali “agli americani l’America, noi ci teniamo la valle”.

Fabio Boero è intervenuto brevemente alcune volte durante la mattinata sottolineando, anche per esperienza personale, il coinvolgimento ed entusiasmo di ragazzi ed adulti partecipanti alle attività del Parco. Attività che, ha ribadito nel suo intervento di chiusura, sono aperte non solo al mondo giovani, ma parimenti anche al mondo adulti ed anziani, ed in gruppi anche misti: ribadendo ancora come il nostro Parco sia abitato, ha volto l’attenzione sugli accenti sociali di una riscoperta del territorio in esperienze che, gestite da un tale panorama di esperti, possono rivalorizzare natura e persone di ogni età, capacità e provenienza.

Le varie formule e dettagli tecnici per operare tale obiettivo sono stati esposti in forma sintetica nel Catalogo delle attività del CEA, libretto presentato e messo a disposizione dei presenti. Un esempio di quanto descritto nel catalogo è stato dato con la proiezione di “Mendatica, una giornata speciale”, breve documentario realizzato da Alchimie, network di formazione e percorsi educativi e creativi, in una giornata di attività CEA dedicata alla scuola estiva di San Lorenzo e al gruppo ANFFAS di Sanremo.

In un territorio così antropizzato e ricco di storia non poteva mancare un intervento artistico: Franco Bianchi, presidente della Cooperativa Ottagono e ultimo relatore over 40, si è prestato per una accessibilissima eppure molto dettagliata analisi degli affreschi del Santuario della Madonna Bambina, descrivendo non solo le singolari pitture ed inserendole nel panorama storico artistico italiano, ma anche tramite queste raccontando della realtà umana della valle, della sua visione religiosa, della sua condizione politica ed economica, dei suoi costumi quotidiani ed artistici e dell’evoluzione di tutto questo attraverso secoli di relazione con le altre realtà umane e naturali.

Relazioni che si sono potute assaggiare (e beatamente abbuffare) all’Agriturismo del Santuario, dove gli scambi sono continuati: “la conoscenza del Parco è la ragione stessa del suo essere”. Dopo svariatissimi eventi culturali e sociali seguiti come unica giornalista, ho potuto finalmente confrontarmi con un veterano del campo: appunto il documentarista Roberto Pecchinino. Per quanto lui fosse presente in borghese, tra un boccone e l’altro abbiamo cercato di tirare le fila riguardo la divulgazione culturale qui nel ponente. Da un lato, abbiamo archivi pieni di decenni della storia del ponente che vengono chiusi, quali quello di Pecchinino (che ho avuto la fortuna di sbirciare ampiamente negli ultimi anni di apertura); dall’altro abbiamo i “mugugnosi detrattori” descritti e scongiurati da Patelli (che vedo come antitesi degli “alchimisti didascalici”); dall’altro ancora una generazione e mezza di incurie alla propria terra e sputi nel piatto.

Dall’altro lato ancora abbiamo qualche ferito veterano ancora in ballo e soprattutto un nuovo esercito di esperti abbastanza umani e scientifici (e già feriti) da avere la sicurezza di riuscire nel proprio intento: valorizzare il territorio. Che è obiettivo coincidente con la valorizzazione delle persone in esso, delle loro culture passate ed odierne, della cura dello stesso. Terra e persone sono la stessa cosa, e non è naif ne new-age considerarle tali piuttosto che complementari o divise. È solo una concezione accuratamente reale, terra terra, ed esattamente ciò che funge da motore per l’entusiasmo e la cura scientifica degli attuali esperti, volontari e volenterosi.

Si pensa ad organizzare una presentazione del genere anche sul litorale, tanto per rendere meglio chiaro che non ci sia scampo dalla conoscenza e che noi umani, la cui caratteristica peculiare di razza è il narrar storie, non siamo fatti per altro che non sia conoscere. Tutto necessario, inevitabile e terra terra (a volte scomodo), eh!

 

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