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La vita e la relazione nella psicoterapia: dialogo con la Dott.ssa Giulia Massucco

La psicologa-psicoterapeuta ed educatrice di Sanremo illustra il metodo curativo a Orientamento psicoanalitico

Sanremo. La psicoanalisi, fondata più di un secolo fa per opera di Sigmund Freud, nel corso degli anni è stata oggetto di un ciclo di innovazioni e rivoluzioni. Svolte scientifiche che hanno portato il suo statuto a diramarsi in molteplici correnti. Tra queste c’è la psicoterapia a Orientamento psicoanalitico, una metodologia incentrata sulla relazione dell’individuo-paziente con l’altro; una terapia ancora in evoluzione che ha affascinato la Dott.ssa Giulia Massucco, psicologa psicoterapeuta ed educatrice di Sanremo.

 

Dott.ssa Massucco perché ha scelto di dedicarsi a questo ramo della psicoanalisi?

 

Nel 2004 dopo aver conseguito la laurea in Psicologia presso l’Università di Pavia, ho deciso di proseguire nell’ambito clinico, iscrivendomi alla Scuola di Specializzazione in psicoterapia a indirizzo psicoanalitico “Il Ruolo Terapeutico di Genova”, che mi ha permesso di approfondire la corrente a Orientamento psicoanalitico. Ho scelto questo ramo in quanto, oltre il fascino indubbio che esso ha esercitato su di me, lo avvertivo come il più affine al mio modo di essere, di pensare, di concepire la psicoanalisi in sé e per sé.

 

Un’affinità che deriva dai contenuti stessi dell’Orientamento psicoanalitico, presumo. Vorrebbe illustrarli?

 

Certamente. La psicoterapia a Orientamento psicoanalitico altro non è che il passaggio da una “psicologia mono-personale” di tipo freudiano a una “psicologia bi-personale” di tipo post-freudiano. Infatti, a differenza del “modello strutturale-pulsionale” per il quale sono le pulsioni a dare spiegazione della vita psicologica, tale approccio adotta un “modello relazionale” che considera di primaria importanza le relazioni del soggetto nei suoi disagi psicologici e/o disturbi mentali.

 

Qual è il ruolo dello psicoterapeuta in tale ambito?

 

Seguendo l’Orientamento psicoanalitico lo psicoterapeuta ha il compito di scandagliare e di comprendere le dinamiche affettive del paziente per arrivare al quid del suo problema. Tali dinamiche sono appunto di tipo relazionale, implicano soggetti “altri” come il partner, i genitori o i figli del paziente, e molto spesso sono caratterizzate da una valenza annichilente tanto che gergalmente possiamo chiamarle “relazioni malate”. Dopo averle individuate lo psicoterapeuta le pone in rapporto alla struttura della personalità del paziente stesso. In questa maniera il professionista invece di occuparsi solo della risoluzione o cura dello specifico problema attuale, imposta un lavoro che tende alla riorganizzazione pressoché completa delle modalità comportamentali del soggetto in analisi. E tale riorganizzazione, pur basandosi sul “qui e ora”, viene eseguita facendo riferimento al suo trascorso lontano, rispolverandone il passato e l’infanzia. Perché solo così è possibile svolgere accurate inferenze sulle problematiche in atto.

 

“Rispolverare il passato e l’infanzia della persona”… Quanto è importante per il paziente nutrire fiducia nel suo psicoterapeuta?

 

Nell’Orientamento psicoanalitico fondamentali sono i codici processuali del dialogo terapeutico, la “la musica” che il terapeuta e il paziente co-creano. Se psicoanalista e paziente riescono a concordare i loro linguaggi, allora la comprensione della personalità del soggetto in analisi sarà più agevole. È necessario quindi che fin dalla prima seduta venga a costruirsi un’alleanza, la cui importanza ha una duplice valenza. Infatti venendo a costruirsi un rapporto di fiducia tra terapeuta e paziente, quest’ultimo potrà sperimentare realmente la “relazione sana” che manca alla sua vita, considerandosene lui stesso l’artefice. La mia formazione concepisce la psicoterapia come un lavoro 50 e 50: il 50% viene svolto dal medico dirigendo il percorso, e il restante 50% viene svolto dal malato, prima di tutto affidandosi al suo terapista. L’atto di fiducia è fondamentale in quanto allo psicoterapeuta si rivolgono individui che stanno vivendo un momento di particolare disagio personale, quale può essere un malessere interiore indotto da problematiche relazionali con i suoi vicini. Allora lo psicoterapeuta non farà come il medico tradizionale che darà al paziente una medicina ad azione locale, ma lo condurrà verso la presa di coscienza della sua persona, lo stimolerà alla domanda, all’acquisizione degli strumenti primari per orientarsi anzitutto nel rapporto con se stesso, poi con gli altri e successivamente con la vita e il tessuto sociale in generale.

 

Dott.ssa Massucco quali sono “i pro e i contro” della sua professione?

 

Per motivi personali nel corso della mia carriera c’è stato un periodo in cui non ho potuto esercitare la professione con continuità. Ed è stato proprio in quel frangente che ho preso veramente coscienza dei suoi lati positivi. Il mio mestiere mi mancava. Mi mancava il contatto con le persone, la possibilità di poterle aiutare, di scoprire i lati nascosti del loro io. Ascoltare le loro storie, storie di vita, di dolore è un’esperienza sempre toccante. Dunque sicuramente il coinvolgimento e l’intensità della relazioni. E qui risiede il rovescio della medaglia che mi porta a parlare di lati negativi. Perché più viene a instaurarsi quell’alleanza tra medico e paziente proficua per il successo dell’analisi, più è difficile elaborare le separazioni e gestire la rottura del ciclo di incontri. I pazienti sono tutti speciali e ciascuno di loro ti lascia sempre qualcosa.

 

 

Per contattare la Dott.ssa Giulia Massucco chiama al +39 340 197 3708 oppure scrivi una e-mail all’indirizzo giulia.massucco@libero.it

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