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Ventimiglia: incontro di solidarietà tra Vescovo, no borders e migranti fotogallery video

Ma dopo la giornata di ieri, pare fuori luogo l'attacco alle forze dell'ordine

Ventimiglia. Oltre cento persone hanno partecipato alla riunione organizzata dal Vescovo Antonio Suetta e dal Direttore della Caritas Diocesana Maurizio Marmo, svoltasi presso la chiesa di San Nicola.

“Cerchiamo sempre di essere vicini alle persone in difficoltà e quando accadono avvenimenti importanti a livello internazionale Ventimiglia diventa un crocevia”, ha dichiarato Marmo per presentare l’incontro: “Per questo abbiamo deciso di organizzare delle serate di confronto e approfondimento su tematiche importanti”.

“L’idea di invitare qui stasera l’Avvocato Alessandra Ballerini“, ha spiegato il Vescovo, “E’ nata in seguito ad una serie di incontri con i no borders, durante i quali è emersa la necessità di dialogare con la cittadinanza”.

La serata era in programma ben prima che si decidesse di sgomberare il presidio no borders in frontiera. “Poi la situazione si è evoluta”, ha spiegato Monsignor Suetta, “Ma lo scopo dell’incontro rimane lo stesso: quello di conoscere. Conoscenza vuol dire maggiore consapevolezza: dobbiamo capire che siamo coinvolti e ognuno per la sua parte ha una responsabilità, che è quella di accorciare le distanze”.

Prima di lasciare la parola all’Avvocato Ballerini, Suetta ha voluto sottolineare la differenza tra due termini che spesso vengono utilizzati, impropriamente, come sinonimi: confine e frontiera. “Il confine è cosa buona, perché può indicare una singolarità, una peculiarità, un’originalità. Più pericoloso è il termine frontiera, perché fronteggiarsi indica sempre uno scontro e quindi una chiusura”.

“Vorrei che dopo questa esperienza nascesse la voglia di lavorare insieme”, ha concluso il Vescovo, “E che si creasse un laboratorio di accoglienza, che sia sempre attivo per tenere il cuore allenato. Lavorare insieme ci rende più buoni e più sereni”.

A prendere la parola è stata poi l’Avvocato Alessandra Ballerini: “Oggi è stata una giornata in cui, davvero, ho imparato tantissimo”, ha esordito, prima di insegnare ai presenti a guardare le cose da un altro punto di vista: “Innanzitutto ci sono dei numeri che, se conosciuti, ridimensionano il fenomeno che stiamo vivendo, e con esso la nostra paura”.

Nel mondo ci sono quasi 60 milioni di rifugiati, spiega: “60 milioni di persone costrette, loro malgrado, a lasciare tutto ed andare via. Persone che in Libia hanno sopportato stupri, violenze e cose che non possiamo nemmeno immaginarci e che ora si trovano qui e non l’hanno chiesto”.
Di questi 60 milioni in Italia, lo scorso anno, ne sono arrivati circa 170mila, dei quali a fermarsi sono stati 65mila: “E’ un’emergenza poche migliaia di persone? Se ogni comune ne prendesse uno o due, saremmo a posto. L’emergenza ce l’hanno i migranti, non noi”, ha dichiarato, interrotta da un applauso.

“Potendo scegliere sarebbero andati in altri paesi dell’Unione Europea, dove l’accoglienza è ben diversa, con corsi di lingua ai fini di un inserimento”. In Italia, purtroppo, non è così. Ci sarebbero, anche, tanti laureati in più ad insegnare l’italiano agli stranieri.
“Chiedere aiuto nel loro paese è impossibile”, ha continuato l’Avvocato, “Per questo sceglono di venire qui, lasciando tutto, subendo maltrattamenti, e rischiando la loro vita e quella dei loro cari”. Come già 4mila uomini, donne e bambini: vittime dimenticate di una speranza infrantasi tra le onde del Mediterraneo.

Riconoscere loro lo status di rifugiato non è un regalo che facciamo: è un loro diritto. Un diritto che l’Europa non permette di esercitare prima di partire”, ha detto la Ballerini, “E per averlo se lo devono guadagnare, facendosi stuprare e torturare”.

Dopo aver letto l’articolo 2 della Costituzione Italiana (La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale), l’Avvocato ha poi usato toni duri contro le forze dell’ordine impegnate nel blitz di ieri: “Se non ci fosse stata la mediazione di tutti noi, sarebbe successo un macello. Venti profughi sono stati portati a Genova e poi con un aereo fino a Bari, in un centro, con un enorme spreco di risorse e senza rispettare la loro volontà”.

Lo sgombero è stato definito una “prova di forza”, durante la quale carabinieri e polizia “hanno distrutto oggetti personali, hanno sequestrato delle persone, anche dei minori, tenendole sugli scogli, con il pericolo di una mareggiata e senza acqua da bere. Perché l’acqua a portarla è stata solo la Caritas”.
Un ritratto un po’ forzato, di quanto accaduto ieri. Chi era presente ha assistito allo sgombero del presidio, questo è vero, che altro non era che un centro abusivo creato su un terreno demaniale. Negli scarrabili della Docks, che ha lavorato per ore prima di smantellare il campo, sono finiti materassi, un divano, tanti striscioni, bottiglie di vino vuote e tende, soprattutto.

E se comunque di solidarietà bisogna parlare, allora è giusto anche ricordare che le forze dell’ordine hanno svolto il loro lavoro a partire dalle prime ore del mattino senza danneggiare nessuno, ma subendo continui attacchi verbali da parte degli attivisti che, per tutto l’arco della giornata, li hanno insultati con disprezzo.

Eppure quello che hanno fatto, i duecento agenti presenti, era soltanto il loro lavoro. Il loro dovere.
Se di solidarietà si vuol parlare allora che essa sia valida per tutti. Sempre.

A prendere la parola, per ultimi, i protagonisti di tutto: i profughi. Con voce sommessa hanno ringraziato il Vescovo e gli attivisti per la loro accoglienza: “Noi pensavamo che in Europa avremmo avuto dei diritti. Non li abbiamo. Ma abbiamo trovato una testimonianza di solidarietà. Grazie”.

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