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Giovani chi cercate? – Dove siete? Cosa fate?

Ai giovani vorrei dire di trovare il coraggio in modo giusto, pacifico e democratico di farsi portatori di quelle richieste che possono portare ad un futuro diverso

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Dove saranno i giovani per i quali scrivo? Forse sulle assolate e caldissime spiagge a godersi il meritato riposo dalle fatiche scolastiche. O piuttosto sulle nostre montagne a vivere l’esperienza di qualche campo estivo. Spero non in casa col condizionatore acceso e davanti alla televisione o a qualche altra diavoleria elettronica nelle mani che li distragga (o stordisca) dal tempo che passa. E che non ritorna.
Ma soprattutto mi chiedo: cosa pensano? Cosa aspettano e cosa intravedono nel loro futuro? Cosa si aspettano dalla vita? Oltre i sogni infantili, pensano a quale sarà il loro posto nel mondo “da grandi”?

I mezzi di informazione, in questi giorni, martellano sul problema occupazione presentandolo in tutta la sua drammaticità, profetizzando almeno due decenni di sofferenza perché l’Italia si rimetta in moto. Uno scenario da incubo.

Credo che i nostri giovani si pongano questo interrogativo che, come una spada di Damocle, si prospetta come un ostacolo insormontabile che condiziona il loro futuro.
Forse però non riescono ad avere una chiara consapevolezza di quanto pesi e peserà l’esclusione dal mondo del lavoro. Perché l’uomo è chiamato a prendere parte alla vita sociale realizzando quella personale vocazione che si concretizza nella costruzione di rapporti umani di diverso livello, ma anche nel partecipare alla edificazione della città terrena attraverso l’impegno lavorativo. Chi resta escluso da queste dinamiche è condannato a vivere una perenne limitazione nella sua crescita umana.

Per chi, come me, è cresciuto in una società nella quale le opportunità lavorative erano molte, il quadro attuale si presenta come una strada senza sbocco e la creatività dei diversi governi non lascia molte speranze. Ma in un mondo dominato dal primato economico (traduci: disumano) questo è il naturale sbocco.

Cosa fare allora? L’interrogativo di sapore letterario, che ricorda la domanda dei contadini di Fontamara (romanzo di Ignazio Silone e che richiama lo scritto di Lenin) rimanda alle generazioni che ci hanno preceduto e che hanno vissuto tempi decisamente più difficili. E ne sono venute fuori. (Non grazie al marxismo…).
Per questo sono convinto che ci sia speranza per i nostri giovani solo se gli interrogativi si trasformeranno in impegno e capacità di “lotta” per ottenere quello che è un diritto di tutti.
Il lavoro infatti, non solo perché lo stabilisce la Costituzione, è un diritto e non un regalo che viene fatto ai “figli di” o a coloro che hanno le migliori raccomandazioni o, peggio, possono allungare una bustarella a qualcuno. Tutti hanno diritto a lavorare.
“La privazione del lavoro, a causa della disoccupazione, quasi sempre rappresenta, per chi ne è vittima, un’offesa alla sua dignità e una minaccia per l’equilibrio della sua vita”. (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2436)
Per questo diritto dobbiamo, usando gli strumenti che la democrazia ci offre, mettere in gioco le nostre forze migliori. Queste forze sono proprio i giovani.

Ora tenterò un paragone forse un poco tirato, ma che mi sembra significativo.
Esistono dei mondi nei quali i giovani sono quasi completamente assenti o quanto meno ininfluenti: anche quando ci sono contano come… il due di picche. Il mondo del lavoro, ad esempio. Che, sotto un certo aspetto, assomiglia a quello della Chiesa. (Mi licenzieranno…).
Due ambiti dei quali i giovani non fanno parte per motivi diversi certo, ma che sono presidiati solo dai “grandi” (anziani?…) a tutti i livelli. Per i giovani tante parole in entrambi gli ambienti, ma il potere di decidere è tutto in mano ad una gerontocrazia.
Si potrebbe allargare il discorso al mondo femminile… (Quanta diversità dal racconto della Risurrezione. Il primo annuncio è affidato ad una donna, e che donna! Il primo ad arrivare alla tomba vuota è un ragazzo (che “vide e credette”, anche se poi cede il passo a Pietro).
Così, dunque, si cerca di affrontare il problema giovanile, si lamenta l’assenza dei giovani, si cerca il modo di incontrare i giovani e si studiano proposte per coinvolgerli. Con scelte che spesso sanno di trovate pubblicitarie o di indagini sociologiche; a volte pensiamo quasi di dover vendere un “prodotto”. Quanto ci condiziona la “modernità”!
Tutto perciò resta come prima, anzi forse peggiora. E la delusione reciproca accresce la distanza e non favorisce l’incontro, se non quando arriva qualche profeta capace di dire una parola che profuma di Cristo, come Papa Francesco. A questo punto l’età non conta, conta il cuore.

Eppure la nostra stessa fede ci dice che abbiamo avuto Qualcuno capace di rivolgersi a tutti e a tutte coloro che incontrava sulla sua strada, in modo particolare ai giovani, a coloro che aspettavano una risposta agli interrogativi sul loro futuro.
Gli apostoli non erano tutti vecchietti, anzi. Ma le scelte di Gesù sono sempre state controcorrente. Troppo facile dire che la forza della sua proposta sapeva coinvolgere perché portatrice di una Verità che affascina proprio perché è eterna.

Meno facile dire che noi non sappiamo coinvolgerli perché spesso la nostra proposta, nonostante tutti gli sforzi, i sacrifici e le sofferenze fatte sa di vecchio; è predicata ma poco vissuta. Non nasce dalla testimonianza che è l’unica omelia capace di coinvolgere, perché credibile se non altro per i nostri sforzi, più che per i risultati.

Così anche la politica (e tutta la società) non ha il coraggio di annunciare che una proposta vera e forte richiede impegno e sacrificio da parte di tutti: perché questo non porta voti, ma diminuisce il consenso. E parte solo da una testimonianza personale di una vita coerente con le scelte che si chiedono agli altri. Mi dispiace richiamare i tempi passati, ma di De Gasperi, La Pira e Dossetti se ne vedono pochi ultimamente.
Se davvero oggi, nella nostra percezione, la classe politica appare una “casta” qualche motivo ci deve essere…

Che fare?

Ai giovani vorrei dire di trovare il coraggio in modo giusto, pacifico e democratico di farsi portatori di quelle richieste, non strumentalizzabili perché universali, che possono portare a lavorare per un futuro diverso. Ma col coraggio di chi, come i primi cristiani, sa che il cammino è difficile ed impegnativo. Ma non risulta altrettanto difficile vivere l’abulica attesa di un futuro calato dall’alto quasi per magia? Allora non è forse meglio impegnare la ricchezza della giovinezza per cambiare questo mondo sclerotizzato e destinato alla paralisi? Datevi da fare: il futuro vi appartiene ed è nelle vostre mani! Non affidatelo ad altri: diventate protagonisti della vostra vita.

Soprattutto le giovani generazioni di cristiani devono trovare, in Cristo, il coraggio di portare quella novità che viene dalla forza della fede; così da poter cambiare questo mondo che dobbiamo “evangelizzare”, per abbattere le strutture di peccato che negano il futuro ed uccidono la speranza. Quando poi questa è morta e diventa disperazione anche la carità non trova più casa nel nostro cuore e nel nostro vissuto quotidiano. Noi invece crediamo che “un mondo diverso è possibile”.

Ai meno giovani, anche nella Chiesa, ed a me per primo, chiedo il coraggio di un serio esame di coscienza capace di darci la forza di rimetterci in gioco. Una forza che certo non viene dalla nostra pochezza ma dalla grazia di Colui che fa nuove tutte le cose. Saremo così aperti ad un confronto e ad una collaborazione che ci veda affidare ai giovani maggiori spazi e responsabilità nella Chiesa.
Allora le GMG non saranno solo un palcoscenico quasi fine a se stesso (mi scuso per la franchezza, forse eccessiva). Inoltre la nostra società occidentale deve rendersi conto che le Chiese degli altri continenti sono molto più “giovani”, almeno per presenze, della nostra. E deve, con coraggio, chiedersi il perché.

Ora qualcuno magari si domanderà come tradurre questi sogni in realtà pratica, perché anche questa non diventi solo una predica irrealistica e disincarnata, predicata ma non vissuta.

La risposta possiamo trovarla nel Vangeli che ci accompagnano in questo periodo. Non ci sono proposte o leggi che possano davvero cambiare la vita, ma la solidarietà che nasce dalla fiducia nella provvidenza divina, cioè nel suo amore, cioè, infine, in Gesù Cristo che è l’amore fatto uomo, diventa il motore che cambia il mondo. Quella che ci rende capaci di affidare il nostro poco pane al Signore perché lo moltiplichi e possa saziare tutti coloro che hanno fame e sete di giustizia. Offrire ciò che possiamo, il nostro impegno, la nostra disponibilità, la nostra preghiera: insomma, tutta la nostra vita. Iniziando da noi, da me, nelle scelte concrete che facciamo ogni giorno. Da subito.
“E questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede”. (1 Giovanni 5, 4)

(di Nuccio Garibaldi)

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