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Il vescovo Borghetti “Quella sera che aprimmo le porte della chiesa per accogliere i naufraghi”

Centinaia di passeggeri della nave infreddoliti ospitati nella chiesa dell'isola del Giglio grazie a don Lorenzo Pasquotti e al vescovo coadiutore

Albenga/Imperia. C’è una pagina entrata nella storia e anche nel cuore di monsignor Guglielmo Borghetti, già vescovo di Pitigliano-Orbetello, ora coadiutore nella Diocesi di Albenga e Imperia, che merita di essere raccontata.

E’ stata scritta venerdì 13 gennaio 2012. Nel corso del naufragio della “Costa Concordia”, davanti all’isola del Giglio fu proprio il presule toscano a ordinare, in una telefonata concitata, di aprire la chiesa dei santi Lorenzo e Mamiliano per dare ospitalità ai naufraghi. La nave, quella sera, si rovesciò su un fianco dopo essere rimasta incagliata in uno scoglio durante il viaggio tra Civitavecchia e Savona. Quella sera monsignor Borghetti si trovava a Orbetello.

Era ospite del Rotary dove stava tenendo una relazione sull’importanza della fede insieme al suo segretario don Emanuele Bossini, originario proprio del Giglio ed ora temporaneamente ad Albenga. Durante la conferenza il telefono vibrò con insistenza era una chiamata d’emergenza che arriva proprio dall’isola. Dall’altra parte del telefono c’era don Lorenzo Pasquotti che da tre mesi era lì in servizio.

Il vescovo richiamò poco dopo il sacerdote che nel frattempo aveva dato conforto ai naufraghi sbarcati sulla terraferma. Così ricorda oggi monsignor Borghetti: “Il parroco mi disse che davanti alla chiesa c’erano centinaia di naufraghi della nave Concordia che era appena naufragata. Si trattava di un fatto grave e me ne resi subito conto dalla concitazione con la quale mi raccontò quell’evento il parroco”.

Il vescovo di Pitigliano-Orbetello non esitò un momento: “Apra quelle porte don Lorenzo e faccia entrare i naufraghi…” ordinò al parroco.  E i passeggeri sopravvissuti, per una notte intera, furono ospitati nella chiesa ad un’unica navata del Giglio.

Quattro giorni dopo i drammatici soccorsi ecco di nuovo il vescovo Borghetti in prima linea: “Sono venuto sull’Isola del Giglio per pregare, per ringraziare e per incoraggiare”. Accompagnato proprio da don Emanuele Bossini incontrò alcuni parenti dei dispersi.

Non furono necessarie tante parole: in quei frangenti bastò uno sguardo, una stretta di mano e soprattutto una preghiera nella chiesa dei santi Lorenzo e Mamiliano”, la stessa che quel venerdì 13 gennaio, diede accoglienza ai primi 400 naufraghi. E a distanza di anni il parroco ha ancora ben impresso nella memoria quell’evento.

“Quella sera vidi la nave Costa vicina alla terraferma come mai era avvenuto prima – racconta don Lorenzo Pasquotti, parroco all’isola da tre mesi – ma credevo stesse proseguendo il suo viaggio. Alle 23 però mi telefonarono alcuni parrocchiani e mi dissero che stava succedendo qualcosa di terribile. I più fortunati occuparono una panca per la notte, gli altri stavano per terra. Di quella gente ricorderò per sempre il silenzio, la dignità, il disorientamento. Di quelle ore il freddo, tanto freddo. Dei giorni successivi il darsi da fare da parte di tutti, ognuno secondo le proprie competenze”.

E il ringraziamento del vescovo, sbarcato al Giglio, fu diretto alla gente del posto, ma anche ai soccorritori arrivati da tutta Italia: “Sono qui per esprimere la mia vicinanza a tutte le forze dell’ordine – disse monsignor Borghetti – per dire che la Chiesa vi è vicina. Quando saranno spenti i riflettori e le operazioni saranno meno convulse, faremo una celebrazione solenne, ma ora voglio dire che siete stati straordinari, meravigliosi, meglio di così non si può rispondere davanti all’imprevisto”.

Parole che arrivarono dritte al cuore anche degli abitanti del Giglio: “Hanno scritto nel loro Dna il senso dell’ospitalità, motivato da profonde radici cristiane –disse Borghetti –   L’Italia buona esiste ed è la nostra gente, il nostro popolo. Questa è la vera Italia. Quanto è avvenuto qui è la metafora dell’Italia reale”.

Del loro passaggio sull’isola oggi restano alcuni simboli toccanti, che il parroco conserva accanto all’altare: un salvagente, un casco, una corda, il telo strappato dalle scialuppe e soprattutto la Madonna che era a bordo della nave. E non mancò l’invocazione alla Madonna: “Non possiamo dimenticare Maria Stella Maris, invocata da tutti i naviganti in ogni porto. Le affidiamo l’isola, la nostra preghiera di suffragio per i defunti, l’attesa delle famiglie dei dispersi, il dolore dei parenti di chi è defunto”.

E dopo qualche mese dal naufragio molti passeggeri tornarono sull’isola per restituire al parroco camici, tonache e altri indumenti che avevano indossato la sera della tragedia del Giglio.

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