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Dal 9 marzo al 25 maggio

Martedì Letterari del Casinò, ecco gli incontri in programma nella stagione primaverile




Sanremo - Tra gli ospiti, tra gli altri, Arrigo Levi, Alain Elkann, Giuseppe Ayala e Massimo Gramellini

Ito Ruscigni

Un’altra grande stagione dei Martedì letterari del Casinò di Sanremo curati da quasi trent’anni da  Ito Ruscigni, dieci momenti culturali per analizzare tematiche di respiro internazionali con i protagonisti del Sapere contemporaneo.
Da marzo a maggio si parlerà della “religione come verità e come menzogna” con Marco Vannini, Valentina Fortichiari  illustrerà le sue “lezioni di nuoto” Armando Torno dimostrerà la sua “scommessa”, Arrigo Levi incanterà con il volume” un paese non basta” . Si potrà  conoscere meglio  il Museo Egizio di Torino con il suo presidente Alain Elkann e ricordare con il magistrato Giuseppe Ayala il grande impegno dei giudici Falcone e Borsellino. Massimo Gramellini parlerà dell’ Ultima riga delle favole” mentre Aldo Mola si soffermerà sull’unificazione italiana per concludere la stagione primaverile con Umberto Galimberti e i “miti del nostro tempo.”
“Il Casinò attraverso i martedì letterari”offre a tutto il comprensorio tanti momenti di approfondimento con i grandi nomi della cultura,” -dice il presidente del Casinò di Sanremo Donato Di Ponziano-“ una tradizione che si rinnova e che viene premiata dal pubblico, interessato al confronto diretto  con personaggi che descrivono e scrivono il nostro tempo.”
“E’ sempre entusiasmante anche dopo tanti anni- dice Ito Ruscigni, curatore della rassegna letteraria-“vedere come il nostro pubblico ci segue, partecipa e attende questi nostri appuntamenti, parte integrante della storia della nostra casa da gioco.”


Si inizia martedì 9 marzo con la rassegna “A tavola tra cultura e storia” realizzato in collaborazione con Ca d’Jamis - I ristoranti della tavolozza.
Lo spunto per l’incontro del 2010 ci viene offerto da un volume di recente edizione, Misticanze, di Gian Luigi Beccaria, edito da Garzanti, che verrà introdotto da Ito Ruscigni con il presidente di Ca d’jamis, Claudia Ferrarese. La cucina ha scatenato da sempre invenzioni e fantasie, sorpresa e spettacolo. Il cibo è nomenclatura, varianti, ricchezze verbali. Contrassegna identità culturali, religiose, di classe, è prescrizione, divieto, comportamento. Intorno a questi temi Gian Luigi Beccaria, infaticabile esploratore della lingua e della letteratura (da Cervantes a Gadda, da Folengo a Joyce, da Belli a Calvino), mette in tavola gran messe di parole del cibo e intorno al cibo, attraverso un viaggio compiuto tra la selva dei nomi regionali e le mille varianti dialettali, tra i nomi del pane, le denominazioni locali dei dolci e i cibi di strada, tra i nomi dei frutti, delle carni, e i nomi di vini e vitigni, rari, recuperati, scomparsi... Il tutto ricomposto in saporite e imprevedibili "Misticanze", in pagine di festa, di colori, profumi, sapori, piaceri.
Alcuni passaggi del volume saranno messi in scena dall’attore Mario Brusa.
L’incontro sarà suggellato dalle musiche di Maria Cristina Noris e Vitaliano Gallo, solisti dell’orchestra da camera “Principato di Seborga”.
In chiusura si prevede un momento di convivialità sul tema delle ‘misticanze’ regionali, a cura de I Ristoranti della Tavolozza le Macine del Confluente di Badalucco e la Corte Albertina di Pollenzo (Bra, Cuneo), in collaborazione con il Ristorante Biribissi del Casino’ di Sanremo. Un momento di festa per ringraziare il pubblico appassionato spettatore di  “A tavola fra cultura e storia” da quasi un ventennio.



Il 16 marzo sempre nel teatro dell’Opera del Casinò alle ore 16.30 Marco Vannini presenta il libro “Prego Dio che mi liberi da dio. La religione come verità e come menzogna”. Introduce l’autore Ito Ruscigni.
“L'esperienza dello spirito è proprio
quella di una luce che tutto pervade,
in libero e gioioso movimento
in mezzo agli opposti, ovvero
al di sopra di essi,
signora dell' identico e del diverso,
del bene e del male,
del particolare e dell'universale.”

Il dibattito tra credenti e non credenti, atei e cristiani, laici e laicisti infiamma tutti i settori della società. Eppure essi si svolgono per lo più a un livello di superficie, tanto che si ha l'impressione che i ruoli si confondano: che i veri credenti siano gli atei, che i laici portino avanti ragioni che i chierici dimenticano e che le motivazioni dei laicisti combacino, per una strana alchimia, con quelle dei cattolici più ortodossi. Questi paradossi – come mostra Marco Vannini  – hanno radici profonde e non sono per nulla casuali: consistono nella dimenticanza di una serie di categorie che hanno attraversato la tradizione più alta dell'Occidente, a partire dalla filosofia greca, attraverso i mistici e i filosofi della modernità, sino a personalità come Simone Weil. Che Dio sia Spirito; che la religione sia essenzialmente un rapporto nello Spirito in cui Dio e uomo si muovono l'uno verso l'altro, l'uno nell'altro; che la vera religione sia uno spogliarsi della propria volontà, liberarsi dalla costrizione delle cose del mondo per entrare in una dimensione di libertà, di grazia. Questi concetti si sono via via eclissati a favore di rappresentazioni più comode di Dio e della religione, spesso ridotta a una dottrina morale, a una serie di precetti fisici, addirittura sessuali. Insomma a mito.E di questo oblio colpevoli non sono tanto i laici o gli atei ma, piuttosto, chi di questa tradizione doveva farsi depositario e custode: la Chiesa. E per questo, a volte, i veri atei, facendo piazza pulita dei falsi concetti della religione, sono più vicini allo Spirito di quanto non lo siano i falsi credenti.
In questo viaggio controcorrente, Marco Vannini riallaccia i nodi profondi di una millenaria tradizione e riaccende fuochi che sembravano sopiti nella banalità delle discussioni odierne, formulando una proposta per credenti e non credenti di certo inattuale ma proprio per questo essenziale.

Marco Vannini nato a S. Piero a Sieve (Firenze) nel 1948, si dedica da tempo allo studio della mistica speculativa.
Oltre a Meister Eckhart, di cui ha tradotto ormai, con un lavoro ventennale, quasi l'intera opera, tedesca e latina, ha curato l'edizione italiana della "Teologia mistica di Jean Gerson (Paoline 1992); il "Libretto della vita perfetta" dell'Anonimo Francofortese (New Compton 1994); le "Prefazioni alla Bibbia" di Lutero (Marietti 1997); in collaborazione con Giovanna Fozzer, il "Pellegrino cherubico" di Angelus Silesius (Paoline 1989); Con Giovanna Fozzer e Romana Guarnieri, lo "Specchio delle anime semplici" di Margherita Porete (San Paolo 1994).
Tra i suoi principali lavori ricordiamo "Lontano dal segno" (La Nuova Italia 1971); "Dialettica della fede" (Marietti 1983); "Meister Eckhart e il fondo dell'anima" (Città Nuova 1991); "L'esperienza dello spirito" (Augustinus 1991); "Introduzione a Silesius" (Nardini 1992).


Il 23 marzo Valentina Fortichiari illustrerà il volume:” Lezioni di nuoto. Colette  e Bertrand estate 1920”. Introduce Giovanni Bogliolo. Verranno proiettate alcune foto d’epoca e un documentario.
IL LIBRO - Estate 1920, Saint-Coulomb, Bretagna. La scrittrice Colette trascorre le vacanze in una casa sul mare, vicino a Saint-Malo. L’accompagna un gruppo di amici, intellettuali e scrittori come lei. Le giornate scorrono pigre tra gite in auto, giochi sulla spiaggia, cene, conversazioni, partite a carte.
Libera, anticonformista, anticipatrice dei tempi, Colette è forte, curiosa della vita, trasgressiva, e domina, a volte anche con gesti di crudeltà, sugli altri. Così è dispotica, anche se per amore, nei confronti dell’amica-segretaria Hélène Picard, che vessa e strapazza più che altro per proteggerla da se stessa e dalla depressione, e si comporta duramente con la figlia Bel-Gazou, di otto anni, scatenata e ribelle.
Colette ama soprattutto perdersi in lunghe nuotate, che le ricordano l’infanzia, quando nuotava in compagnia del padre. Per lei il contatto con l’acqua è piacere e voluttà. Ed è durante questa vacanza che decide di insegnare a nuotare a Bertrand, figlio del suo secondo marito, Henry de Jouvenel, un sedicenne alto e magro, affascinante nella sua timidezza, lettore vorace, ma che detesta Chéri, il romanzo di Colette che sembra anticipare lo svolgimento della loro storia.
L'AUTORE - Valentina Fortichiari ha praticato l'attività agonistica e successivamente è stata insegnante abilitata della Federazione Italiana Nuoto. Giornalista pubblicista, è autrice di varie monografie di carattere letterario. Lavora attualmente in campo editoriale.



Il 30 marzo sarà Armando Torno a presentare sempre nel teatro dell’Opera del Casinò il libro:” La scommessa. Puntare tutto su Cristo” Introduce Giovanni Reale.
La Scommessa parte dal celebre “pari” di Pascal e lo aggiorna all’epoca attuale: la civiltà occidentale si trova, come alla fine del mondo antico, dinanzi a una scelta che assomiglia a una vera e propria scommessa. Allora si scelse Cristo, domani che cosa faremo? La “Scommessa” di Pascal, in altre parole, diventa un fatto epocale, dinanzi a cui dobbiamo tentare delle risposte.
Il libro ricorda che “Cristo non è cultura” ma ha influenzato la cultura, che non è un filosofo, ma tutti i filosofi hanno dovuto occuparsi di lui, che il suo messaggio è intimamente penetrato nella morale dell’Occidente, tanto che si parla di uguaglianza, di pace, di dignità della persona agganciandosi continuamente a concetti cristiani. L’epoca della secolarizzazione che stiamo vivendo vede dei laici che ragionano con idee cristiane senza saperlo. Ma la Chiesa avrà la forza di traghettarci nel futuro con una nuova scommessa o è soltanto l’istituzione che si riflette nel Grande Inquisitore di Dostoevskij che, dopo aver incontrato Cristo, lo ricondanna a morte?

Armando Torno, editorialista del “Corriere della Sera”, di recente ha pubblicato da Mondadori: Le virtù dell’ozio (2001), La moralità della violenza (2003), Mozart a Milano (2004), Quel che resta di Dio (2005), Il gioco di Dio (2007).


Il mese di aprile si apre il 3 con il volume “ Un paese non basta” di Arrigo Levi. Introduce l’autore Ito Ruscigni.
A coronamento di una carriera intensa e fortunata, Arrigo Levi si è accinto a scrivere il suo "come diventai giornalista" ma, si sa, la memoria ci porta dove vuole lei: così è nato questo limpido e sereno reincontro con le proprie origini, un racconto intessuto di riflessioni e ricordi, che rievoca il mondo felice della giovinezza, trascorsa in un'agiata famiglia della borghesia ebraica modenese, e poi le peripezie subite a causa dell'andata al potere del fascismo e delle leggi razziali, l'emigrazione in Argentina, il ritorno in patria, la partecipazione da soldato alla nascita di Israele, il decennio nell'Inghilterra di Churchill e di Giorgio VI, l'ingresso definitivo nel giornalismo. Ritessendo la tela della propria formazione, itinerante di paese in paese, Levi riflette anche sulla fede, sui totalitarismi, sulla tragedia della Shoah, e in pagine di lucida e spesso sorridente saggezza consegna al lettore una penetrante lezione sul Novecento.
 
Arrigo Levi, saggista e giornalista, e di recente consigliere dei presidenti Ciampi e Napolitano. Tra i numerosi libri pubblicati con il Mulino segnaliamo: "Rapporto sul Medio Oriente" (1998), "Dialoghi sulla fede" (con V. Paglia e A. Riccardi, 2000), "America Latina: memorie e ritorni" (2004) e "Cinque discorsi fra due secoli" (2004).

Un brano tratto dal Capitolo nono, Per non essere buttati a mare:
Non presi la decisione di partire per Israele perché fossi «sionista». Ho già detto che non lo ero, e non lo diventai, nel senso vero della parola, che implica, per ogni ebreo, una scelta di vita prioritaria in Eretz Israel, nemmeno durante l’anno di vita trascorso in Israele, come poi dirò. Io non ho mai cessato di ritenere egualmente valida, moralmente, una scelta diversa (non era «sionista», nel senso che ho detto, neppure mio padre, anche se dava contributi alle organizzazioni sioniste).

Avrei potuto, questo sì, diventare israeliano. Questo sarebbe potuto accadere, come sarebbe potuto accadere che diventassi argentino, se la guerra non fosse finita bene. La «scelta» tra vite diverse, fra un destino israeliano e un destino italiano ed europeo, fu per me serena anche se non semplice, oggetto di lunghe riflessioni durante l’anno trascorso nell’esercito israeliano e anche dopo il ritorno in Italia. Non ho personalmente obiezioni al diritto degli israeliani, come sostiene Abraham B. Yehoshua, di autodefinirsi «ebrei totali», a fronte degli «ebrei parziali» che continuano ad abitare «all’estero», nel mondo. Ma penso che ci siano in verità tanti tipi di ebrei quanti sono gli ebrei, e che siano, comunque, sicuramente «ebrei» tutti coloro (e loro soltanto) che si autodefiniscono tali; perché chi si dichiarasse ebreo senza esserlo – diciamo noi in base a una lunga esperienza di vita e di storia – sarebbe sicuramente fuori di senno. Mi sento, piuttosto, un ebreo cosmopolita, come ce ne sono stati tanti prima di me, e ce ne saranno dopo di me. Lo sono al cento per cento, come sono al cento per cento italiano. Se la somma fa più di cento, non è colpa mia, ma della storia della mia gente, e della mia vita come l’ho vissuta.



Il 27 aprile Alain Elkann illustrerà il nuovo museo egizio di Torino. Introduce Lorenzo Mondo.
TORINO — Un grande museo «nazional-popolare», capace di sfruttare appieno le suggestioni di un'epoca storica, l'Antico Egitto, che ha ispirato grandi film e romanzi d'avventura. Senza, con ciò, togliere nulla al rigore scientifico e al pregio di collezioni che fanno dell'Egizio di Torino il secondo dopo il Cairo e che da sempre attirano studiosi di tutto il mondo, americani e tedeschi in prima fila. Il progetto preliminare firmato da Aimaro Oreglia d'Isola, l'architetto torinese che ha sconfitto in una gara internazionale i concorrenti americani e giapponesi grazie anche alla consulenza dello scenografo e due volte premiato con l'Oscar Dante Ferretti, arriverà in aprile. Ma il cantiere che si prepara, e che costerà 50 milioni di euro tutti torinesi (oltre a Comune, Provincia e Regione il denaro arriva da Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT) sa di rivoluzione: nell'antico edificio barocco — che non chiuderà mai al pubblico, chiamato anzi a seguire i lavori «in diretta» — si scaverà sotto il cortile, per interrare tutti i servizi e far filtrare la luce naturale attraverso un soffitto di cristallo iper-tecnologico, poi si salirà verso l'alto per occupare i 6.000 metri lasciati liberi dalla Galleria Sabauda e infine si «sfonderà» l'edificio sul retro, creando un nuovo ingresso su via Roma, l'arteria principale del centro cittadino. «Questo Museo — annuncia Alain Elkann, scrittore e presidente della Fondazione che nel 2004, con un'inedita alleanza tra ministero dei Beni Culturali e enti locali, ha preso le redini dell'Egizio — respirerà diversamente, con un giusto equilibrio tra effetti speciali e conservazione di un patrimonio straordinario che appartiene a tutti. I nostri principali obiettivi, da raggiungere entro fine 2010, sono due: poter mostrare i capolavori fino ad ora nascosti nei magazzini per mancanza di spazio, e accogliere i nostri visitatori secondo gli standard dei grandi poli internazionali, consentendo ai bambini delle scuole di mangiare, agli anziani di riposare, agli stranieri di avere materiale nelle lingue principali, ai disabili di godere appieno della visita». Fino a cinque anni fa, l'Egizio, nonostante l'importanza di tesori che già i Savoia, con Carlo Felice nel 1824, avevano cominciato ad acquistare soggiogati dal fascino dell'esotico, era l'esempio di un glorioso e polveroso museo italiano: didascalie comprensibili solo agli studiosi, poca luce, orari limitati. Elkann e Eleni Vassilika, il direttore di origine greca, hanno portato aria nuova: guide in quattro lingue, allestimenti come lo statuario già affidato a Ferretti (all'inizio animato anche dalla musica, che poi è stata abolita perché disturbava i custodi, ndr), un nuovo logo firmato Pininfarina, un sito, una libreria che ora verrà ampliata e rinnovata, creando anche quella caffetteria che da sempre è una delle più grandi lacune. «Puntiamo a un milione di visitatori all'anno», spiega Elkann, già per altro fiero di un trend che anche dopo le Olimpiadi ne fa registrare oltre 550.000. Nei magazzini sotterranei attendono 24.000 reperti, tra i quali capolavori già prestati a musei di tutto il mondo, dal Louvre al British, dal Metropolitan allo stesso Cairo. Tra questi, i sarcofagi del Medio e Nuovo Regno (dal 2000 avanti Cristo e per i mille anni successivi), che non è stato mai possibile esporre a Torino nel loro splendore. Il 60% dei visitatori è costituito da bambini: «È bello vederli arrivare con i loro quadernetti, ma non possiamo continuare a farli mangiare in cortile o nell'atrio. Già 12.000 di loro frequentano i laboratori didattici, ora avranno anche un posto dove pranzare e fare una pausa». Vita quotidiana e ricerca (l'Egizio ospiterà un ciclo dedicato al grande archeologo francese Jean François Champollion), insomma, si mescolano nel progetto di Isola. Proprio come nell'antico Egitto, dove i morti illustri e i «borghesi» venivano seppelliti con vino e olio, monete e giocattoli, gioielli e animali, perché non mancasse loro nulla nel lungo viaggio verso l'ignoto.
Corriere della sera

Alain Elkann, nato a New York nel 1950, consegue la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ginevra. Dal 2001 al 2004 è Consigliere del Ministro Giuliano Urbani per la cultura italiana nel mondo, presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Attualmente è:
Consigliere per gli eventi culturali e i rapporti con l'estero del Ministro Sandro Bondi; Consigliere d’Amministrazione della Fondazione Rosselli, con delega alla cultura;
Consigliere della Fondazione Giorgio Bassani di Roma; membro della Commissione Nazionale per la Cultura Italiana all’Estero; Presidente FIAC (Foundation for Italian Art and Culture) New York
Da ottobre 2004 è Presidente della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino.

E’ scrittore e giornalista: ha pubblicato romanzi e saggi presso Mondadori  e Bompiani, conduce programmi televisivi per LA7, collabora con Nuovi Argomenti, La Stampa, Specchio,  Capital e altre riviste.
E’ sposato con tre figli.


Il 4 maggio Giuseppe Ayala presenta il libro.” Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino”. Introduce Ito Ruscigni.

Sono passati quindici anni dalla terribile estate che, con i due attentati di Punta Raisi e di via d'Amelio, segnò forse il momento più drammatico della lotta contro la mafia in Sicilia. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino restano due simboli, non solo dell'antimafia, ma anche di uno Stato italiano che, grazie a loro, seppe ritrovare una serietà e un'onestà senza compromessi. Ma per Giuseppe Ayala, che di entrambi fu grande amico, oltre che collega, i due magistrati siciliani sono anche il ricordo commosso di dieci anni di vita professionale e privata, e un rabbioso e mai sopito rimpianto. Ayala rappresentò in aula la pubblica accusa nel primo maxi-processo, sostenendo le tesi di Falcone e del pool antimafia di fronte ai boss e ai loro avvocati, interrogando i primi pentiti (tra cui Tommaso Buscetta), ottenendo una strepitosa serie di condanne che fecero epoca. E fu vicino ai due magistrati in prima linea quando, dopo questi primi, grandi successi, la reazione degli ambienti politico-mediatici vicini a Cosa Nostra, la diffidenza del Csm e l'indifferenza di molti iniziarono a danneggiarli, isolarli. Per la prima volta, Ayala racconta la sua verità, non solo su Falcone e Borsellino, che in queste pagine ci vengono restituiti alla loro appassionata e ironica umanità, ma anche su quegli anni, sulle vittorie e i fallimenti della lotta alla mafia, sui ritardi e le complicità dello Stato, sulle colpe e i silenzi di una Sicilia che, forse, non è molto cambiata da allora.

Chi ha paura muore ogni giorno” è il libro scritto da Giuseppe Ayala, il componente del pool antimafia di Palermo che negli anni ’80 rappresentò l’accusa nel maxiprocesso a Cosa Nostra. Ayala ripercorre, con estrema passione, l’esperienza con Falcone e Borsellino. Un’esperienza ricordata soprattutto dal punto di vista umano. Tanti gli aneddoti divertenti sui membri del pool antimafia. Ma da questo punto di vista si ripercorre una parte della storia della mafia e della lotta alla mafia. Una lotta che tanti uomini, delle istituzioni e non, hanno combattuto molte volte senza lo Stato dietro.
“Lo Stato non ha ancora voluto giocare fino in fondo questa partita” afferma Giuseppe Ayala e dalle sue espressioni trapela tutta la passione e la rabbia di chi ha sacrificato parte della vita a contrastare la mafia e di chi a visto morire gli amici con cui aveva condiviso questo duro percorso. Il giudice Ayala ha tante cose da dire sulla mafia, come si accorgerà chi avrà il piacere di avere tra le mani il suo libro, e un po’ di cose c’è le dice tramite le pagine de Il clandestino.
Da cosa è nata l’esigenza di scrivere questo libro?
Io lo avevo in testa, e forse più nel cuore che in testa. Quando ho finito l’esperienza da parlamentare e sono tornato a fare il magistrato è scattato un meccanismo che mi ha fatto rivivere l’esperienze avute. Questo mi ha fatto venire la voglia di scriverlo, ma onestamente era da tanto tempo che ci pensavo.
Prendendo spunto dalla cancellazione del nome di Pio La Torre dall’aeroporto di Comiso, che valore ha per lei la memoria?
Questo è un problema che riguarda i comisani, io non mi mischio in questa scelta. So che vogliono ripristinare il vecchio nome dell’aeroporto, non ne vogliono inventare un altro. Mi auguro che questa città non si dimentichi di Pio La Torre. Non c’è dubbio che la battaglio contro i missili sia stata una concausa della sua uccisione. Ripristinare il vecchio nome dell’aeroporto è una scelta dei comisani, mi auguro che il sindaco faccia questa scelta interpretando i sentimenti di questo paese.
Non pensa sia importante ricordare gli eroi della mafia come Falcone, Borsellino, Impastato e anche Pio La Torre?
Non c’è dubbio e La Torre è una delle vittime della mafia. Ovviamente non si può fare una gerarchia delle varie vittima, ma che è uno che ha sacrificato la propria vita per una battaglia di civiltà e democrazia è fuori discussione. Penso che la città di Comiso se dovesse ripristinare il vecchio nome dell’aeroporto saprà come ricordare Pio La Torre.
Una domanda difficile, che ricordo ha di Falcone e Borsellino?
Ho un ricordo di un’esperienza umana, prima ancora che professionale, che si è conclusa tragicamente ma che è stata straordinaria. Sono stati dieci anni che hanno riempito la mia vita. Negli anni più importanti, quelli in cui un uomo realizza, davvero, se stesso. Io ho conosciuto Falcone che avevo 36 anni e quando loro sono morti ne avevo 47 anni. Questo periodo lo abbiamo vissuto assieme. Mi ricordo, in particolare, lo straordinario privilegio che mi è toccato lavorando con tutti e due, in particolare, con Falcone con cui facevamo anche le vacanze assieme. È stata una specie di convivenza di fatto la nostra e ho imparato moltissimo, e non mi riferisco al lato professionale ma al fatto umano. Falcone è un uomo che mi ha cambiato la vita.
Quale è il suo giudizio sull’operato del governo nel campo dell’antimafia?
È un governo che c’è da poco, non ho nessun giudizio da dare. In generale, lo spiego anche nel libro, aspetto che lo Stato cominci a giocare fino in fondo la partita contro la mafia. Io ancora questo non l’ho visto, a prescindere dal colore di chi è al governo.
Dopo l’arresto di Provenzano e Lo Piccolo, in che stato è la mafia?
Si va imborghesendo sempre di più, è diventata più subdola e pericolosa. Si sta restringendo l’area di mediazione, di collusione perché, ormai, esponenti della mafia siedono direttamente nei posti di potere. Io non partecipo alla gara di chi vuole stabilire se la mafia è più forte di ieri, o viceversa. Non me ne importa niente, il mio problema è che la mafia esiste ancora e non vedo vicino il giorno in cui verrà sconfitta definitivamente. Si è chiuso il ciclo di quelli chi i palermitani chiamavano i “viddani”, cioè Riina e Provenzano, sanguinari da morire, come mai nella storia della mafia. Questa fase si è chiusa e si è aperta un’altra fase. Da quindici anni la mafia non ammazza più, che è un dato che va ricordato e anche in maniera positiva: per fortuna non ammazzano più. Sono tornati ad una vecchia strategia, quella della clandestinizzazione, dell’inabissamento ma continuano ad essere presenti e condizionano le scelte economiche, politiche, burocratiche non solo siciliane. È un fenomeno simile a quello che si è verificato negli Stati Uniti una ventina di anni fa. I figli hanno studiato, si sono laureati, i capitali accumulati sono stati riciclati e quindi il colletto bianco ormai è mafioso. Non sempre, ma spesso.
Giorgio Ruta


Martedì 11 maggio
Massimo Gramellini parlerà della sua ultima fatica letteraria “L’ultima riga delle favole” Introduce Ito Ruscigni.
La seconda «legge» riguarda la durata di una coppia. Tutte le storie finiscono quando finisce il progetto che le teneva unite. Anche questa è una regola che in migliaia di lettere non ha mai conosciuto eccezioni. Si può litigare, si può entrare in crisi, ci si può tradire e in qualche caso anche lasciare per un po’ di tempo. Ma se il progetto comune rimane nel cuore di entrambi, quei due saranno ancora una coppia. Altrimenti torneranno single nell’animo. Molti non smettono mai di esserlo ed è questa la ragione del fallimento precoce di moltissime relazioni. Ci si mette insieme sull’abbrivio di un’emozione e quando l’emozione finisce, o subisce l’interferenza della realtà, la storia va in mille pezzi perché i due Io non sono diventati un Noi. È solo il progetto comune che permette a una coppia di resistere al logorio della routine, di sopportarsi con pazienza, di superare gli ostacoli. I figli aiutano, ma fino a un certo punto, perché un matrimonio che si esaurisca nel contribuire alla loro crescita è incompleto. Il progetto di coppia deve riguardare, appunto, la coppia. Devi sempre poter pensare che quella persona, che in alcuni momenti della vita ti risulterà ingombrante e in altri addirittura insopportabile, abbia qualcosa di unico e insostituibile. Qualcosa che va al di là dell’aspetto fisico e delle contingenze. Allora avrai realizzato la vera ultima riga delle favole. Che non è: «e vissero insieme felici e contenti». Ma: «e vissero insieme come poterono, meglio che poterono, per unire i loro due piccoli sogni e farli diventare uno solo, più grande».

Massimo Gramellini (Torino, 2 ottobre 1960) è uno dei vicedirettori de la Stampa.
Dal 1999 scrive quotidianamente un corsivo in fondo alla prima pagina, intitolato "Buongiorno", dove in poche righe commenta con ironia uno dei fatti principali della giornata.
Già direttore del settimanale Specchio, una volta tornato alla sua passione per la scrittura, ha deciso di mantenere per sé la pagina della "posta del cuore". Collabora da anni con la trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio.
Ha pubblicato diversi libri che trattano della società e della politica italiana.
Opere
Colpo grosso, con Pino Corrias e Curzio Maltese, Milano, Baldini & Castoldi, 1994.
Compagni d'Italia, Milano, Sperling & Kupfer, 1997.
Buongiorno. Il meglio o comunque il meno peggio, Torino, La Stampa, 2002.
Granata da legare, Ivrea, Priuli & Verlucca, 2006.
Ci salveranno gli ingenui, Milano, Longanesi, 2007.
Toro. I migliori derby della nostra vita, Scarmagno, Priuli & Verlucca, 2007.
Cuori allo specchio, Milano, Longanesi, 2008.
Buongiorno. Dieci anni, Torino, La Stampa, 2009.


Il 18 maggio Aldo Mola nel teatro dell’Opera del Casinò terrà una conferenza su  “L’unificazione italiana nel quadro europeo”.
Aldo Alessandro Mola
(Cuneo, 17-4-1943), già preside nei licei (1977-98), incaricato di storia contemporanea all'Università Statale di Milano e dal 1992 contitolare della cattedra "Théodore Verhaegen" dell'ULB (Bruxelles), è direttore del Centro per la storia della Massoneria e del Centro europeo "Giovanni Giolitti" per lo studio dello Stato (Dronero), preside del Comitato di Cuneo dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano e dell'Associazione di studi sul Saluzzese.
Condirettore editoriale di Il Parlamento Italiano, 1861-1992 (Milano, Nuova Cei, 24 voll.pubblicati con l'alto patronato della Presidenza della Repubblica), coordinò numerosi convegni di studi curandone gli atti, in specie per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà, 1982, e la serie "Forze Armate e Guerra di Liberazione").
Direttore di collane di storia per vari editori e dal 1967 autore di saggi (Pensiero ed azione di Dante Livio Bianco, pref. di Ferruccio Parri, Milano, Centro "G. Puecher"), volumi (fra i quali Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, pref. di Paolo Alatri, Milano, Bompiani, 1994, 3° ed.) e di un manuale di storia (Fatti e problemi, ed. Fabbri), collabora a riviste e quotidiani.
Con Corrado Paracone pubblicò Per una scuola che funzioni: dal mito delle riforme alla ricerca dell'efficienza, pref. di Umberto Agnelli (Armando, Roma, 1991).
Dal 1980 è Medaglia d'Oro di benemerito della scuola e della cultura.



Il 25 maggio Umberto Galimberti presenterà il suo libro.” I miti del nostro tempo” Introduce l’autore Ito Ruscigni.

Culto della giovinezza, idolatria dell’intelligenza, ossessione della crescita economica, tirannia della moda: sono alcuni dei miti di oggi che Umberto Galimberti passa in rassegna per smontarli e denunciarne la natura ingannevole, mostrando come i falsi miti del mondo in cui viviamo siano in realtà “idee malate”, non avvertite come tali, e quindi tanto più capaci di diffondere i loro effetti nefasti senza trovare la minima resistenza.
Il libro
“Chi non ha il coraggio di aprirsi alla crisi, rinunciando alle idee-mito che finora hanno diretto la sua vita, si espone a quella inquietudine propria di chi più non capisce, più non si orienta.”

Giovinezza e intelligenza, felicità e amore materno. E poi moda e tecnica, sicurezza e potere, e ancora mercato, crescita economica, nuove tecnologie… Sono i miti del nostro tempo, le idee che più di altre ci pervadono e ci plasmano come individui e come società. Quelle che la pubblicità e i mezzi di comunicazione di massa propongono come valori e impongono come pratiche sociali, fornendo loro un linguaggio che le rende appetibili e desiderabili.
I miti sono idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici, e quindi radicati nel profondo della nostra anima. Sono idee che noi abbiamo mitizzato perché non danno problemi, facilitano il giudizio, in una parola ci rassicurano. Eppure occorre risvegliarsi dalla quiete apparente delle nostre idee mitizzate, perché molte sofferenze, molti disturbi, molti malesseri nascono proprio dalle idee che, comodamente accovacciate nella pigrizia del nostro pensiero, non ci consentono più di comprendere il mondo in cui viviamo. Per recuperare la nostra presenza al mondo dobbiamo allora rivisitare i nostri miti, sia quelli individuali sia quelli collettivi, dobbiamo sottoporli al vaglio della critica, perché i nostri problemi sono dentro la nostra vita, e la nostra vita vuole che si curino le idee con cui la interpretiamo.

Nato a Monza nel 1942, Umberto Galimberti è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ordinario all’università Ca’ Foscari di Venezia, titolare della cattedra di Filosofia della Storia.
Nelle sue opere più importanti come Heidegger, Jaspers e il tramonto dell'Occidente (1975), Psichiatria e Fenomenologia (1979), Il corpo (1983), La terra senza il male. Jung dall'inconscio al simbolo (1984), Gli equivoci dell’anima (1987) e Psiche e techne. L'uomo nell'età della tecnica (1999), Galimberti indaga il rapporto che effettivamente sussiste tra l’uomo e la società della tecnica.
Memore della lezione di Emanuele Severino (di cui è stato allievo) e di Heidegger, Galimberti sostiene che nelle condizioni attuali l’uomo non è più al centro dell’universo come intendeva l’età umanistica: tutti i concetti chiave della filosofia (individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo, natura, etica, politica, religione, storia) dovranno essere riconsiderati in funzione della società tecnologica attuale.

di Riviera24

01/03/2010

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