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La denuncia: «Mio marito 40enne in isolamento a casa sta male ma nessuno vuole venire a fargli le iniezioni»

Ha la polmonite, ma i sanitari temono sia coronavirus

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Sanremo. Una donna residente nei dintorni di Sanremo racconta la sua odissea: il marito 40nne è a casa in isolamento e sta male. Gli è stata somministrata una terapia da effettuare a domicilio per via intramuscolare ma non si trova nessuno disposto ad andare al capezzale del malato a fargli le iniezioni.

«Dopo due giorni di telefonate -scrive la donna –  alla Regione, alla direzione sanitaria dell’Ospedale di Sanremo, mi rivolgo a voi per vedere se potete darmi una mano a risolvere il problema di mio marito che è a casa con polmonite interstiziale bilaterale».

«Mio marito -prosegue la donna –   ha 41 anni ed è un soggetto a rischio, avendo avuto anni fa una pleurite e con una lesione  al polmone destro è debole.  Il 23 marzo scorso è stato trasportato con ambulanza presso il Pronto soccorso di Sanremo per respiro corto e tosse secca, hanno eseguito radiografia che indicava una diffusa accentuazione interstiziale e  tampone con esito negativo, ma secondo i medici falso negativo, diagnosi polmonite interstiziale quindi è stato rinviato a casa con zitromax e paracetamolo . Due giorni dopo  è stato nuovamente portato dall’ambulanza al Pronto soccorso di Sanremo essendo peggiorata la tosse, vengono rifatte  radiografia e tampone l’esito ha un peggioramento, infatti l’esito è: addensamento parenchimale sfumato e simmetrico a carico di entrambi i campi polmonari apicali con rinforzo locale della trama vascello-interstiziale in quadro sospetto per pneumopatia interstiziale. Rifanno il tampone e nell’attesa parlo con il medico telefonicamente dove ripete che sicuramente visto il quadro clinico, il tampone rifatto sarà positivo e iniziano terapia d’attacco con Rocefin oltre lo zitromax. Il giorno dopo arriva il tampone e nuovamente è negativo, quindi rinviano mio marito a casa con terapia da fare al domicilio, scrivendo che deve essere in auto isolamento per 14 giorni, ma deve fare anche il Rocefin a casa, medicinale da fare indovena o intramuscolo e in famiglia non siamo in grado di fare iniezioni, quindi chiedo supporto al mio medico e mi dice che l’ospedale deve mettermi a disposizione qualcuno che venga a casa, il pronto soccorso dice che devo chiamare infermieri specializzati, chiamo farmacie di zona dove non sanno a chi indirizzarmi vista la situazione e nessuno si prende la briga di venire in casa, chiamo il numero verde e anche loro non sanno come aiutarmi, chiamo il 1500 meno che meno, infine trovo una ragazza infermiera che la sera finalmente fa la puntura, ma dopo aver visto scritto sul referto l’autoisolamento e vedendo i sintomi lei non se la sente di tornare, quindi stamattina richiamo l’ospedale il quale mi dice per l’ennesima volta che mi devo trovare qualcuno, la direzione sanitaria di Sanremo dopo una chiacchierata di un ora con un dipendente molto disponibile, dice che mi richiama come ha poi fatto, dicendomi che il mio medico sarebbe dovuto venire al domicilio, ma il mio medico oltre ad aver già detto ieri che ha 65 anni e non rischia oggi era irraggiungibile. In tarda mattinata ricevo chiamata dal ASL che mi comunica esito del tampone, non sapendo che già lo avevano comunicato e chiedo aiuto alla signora che è una semplice impiegata, le molto preoccupata mi dice che vedeva cosa potesse fare.
Dopo circa un ora mi chiama una dottoressa e mi comunica che dopo aver parlato con il primario del Pronto soccorso di Sanremo, mi suggerisce di cambiare la terapia del Rocefin con Augumentin 3 volte al di, io rimango un po’ basita e chiedo alla dottoressa di inviarmi mail per avere qualcosa di scritto sul cambio di terapia, sento un pneumologo il quale anche lui perplesso per la decisione soprattutto non avendo visto il paziente e spiegando che l’Augumentin è un antibiotico, ma diverso dal Rocefin e decisamente con effetto minore».

«Chiedo a chiunque come posso essere in grado di curare mio marito anche a casa ma con il supporto ed il controllo medico-sanitario e se il protocollo dice che devo essere io a fargli le punture e capire come procede il suo quadro clinico», conclude la donna

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