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“Concerti nelle chiese”, Davide Tepasso dirige la Sinfonica di Sanremo

Viene proposto un programma molto entusiasmante con brani di Händel e Mozart

Sanremo. A conclusione della rassegna di musica sacra dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo “Concerti nelle chiese”, anche quest’anno sarà sul podio il musicista sanremese maestro Davide Tepasso, noto compositore di musica sacra e direttore d’orchestra di cui ebbe a dire, all’inizio degli anni ’90 l’allora suo maestro, il celebre compositore e didatta maestro Bruno Bettinelli: «Un allievo come capita raramente di incontrare».

Un programma molto entusiasmante quello proposto nei due concerti: giovedì 26 settembre alle 21.15 nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Sanremo ed il giorno successivo a Bordighera, nella cappella dell’ex seminario vescovile “Pio XI” in via Aurelia, di fronte all’ospedale.

Solista dei due attesi appuntamenti l’organista Marco Cadario, grande interprete, profondo conoscitore del repertorio per “organo italiano” dei secoli XVIII e XIX, molto apprezzato per la “tecnica di una brillantezza notevole” arricchita dalla “maturità del suo stile pianistico”, come ebbe ad affermare di lui un critico musicale tedesco. All’organo “Marin”, il 26 settembre ed al grand’organo “Vegezzi-Bossi, Inzoli, Giacobazzi” il 27 settembre.

In programma tre dei sei concerti per organo e orchestra di Georg Friedrich Händel op. 4: i concerti numero 2,3,4, e tre “Sonate da Chiesa” di Wolfgang Amadeus Mozart: KV 328, KV 67, KV 336.

Ascoltiamo il Maestro Tepasso che traccia un breve “percorso” all’interno del programma dei due concerti: «Siamo nel secolo XVIII, del quale il programma del concerto presenta alcune delle “tinte” caratterizzanti la prima metà e la seconda metà. I sei concerti per organo e orchestra di Händel furono scritti per intrattenere il pubblico negli intervalli degli Oratori presentati al Covent Garden.

Non serviva un grande strumento; la stesura delle parti dell’organo lo testimonia inequivocabilmente. I tre concerti numero 2,3,4 dell’op.4 vennero presentati durante gli intervalli degli oratori Esther, Deborah, Athalia, nel marzo e aprile del 1735. Händel sedeva all’organo. Un grande virtuoso, un grande improvvisatore, oltre ad essere un insuperabile compositore. Sì, improvvisatore; perché così era inteso il vero e completo strumentista in quel secolo. Le partiture di quel tempo vanno, infatti, ancor oggi “accostate”, lette, studiate e “scavate” in questo senso: quanto è lasciato all’estro improvvisatorio dell’esecutore che renderà unica ed irripetibile ognuna delle sue esecuzioni!

Al giorno d’oggi questo concetto di “necessità” dell’abilità nell’arte improvvisatoria per essere definiti dei veri virtuosi di uno strumento è diventato desueto. Direi pressoché in tutti gli strumenti tranne che nell’organo. Questo si dirà di “Handel organista” nel suo secolo: compositore prima del concerto e compositore durante il concerto stesso!».

Ascoltiamo le lodi tessute da John Hawkins: «Un tocco fine e delicato, dita volanti e una brillante esecuzione dei passaggi più difficili: queste sono le lodi comunemente riconosciute ai buoni musicisti. Non sono state notate in Händel, le cui eccellenze erano di un genere di gran lunga superiore. La sua sorprendente padronanza dello strumento, la pienezza della sua armonia, la grandezza e la dignità del suo stile, la copiosità della sua immaginazione e la fertilità della sua invenzione sono state le qualità che hanno fatto dimenticare ogni musicista inferiore a lui.

Quando eseguiva un concerto per organo, normalmente il suo metodo era quello di cominciare coi principali suonando un movimento in stile di voluntary che soggiogava l’orecchio col suo incedere lento e solenne. Grande cura aveva dell’armonia, che era espressa nella maggior pienezza possibile. I passaggi erano concatenati con arte stupenda, sì da conferire al tutto una perfetta intelligibilità, ma dando nello stesso tempo un’impressione di grande semplicità. A questo tipo di preludio seguiva il concerto vero e proprio, eseguito con uno spirito e con una sicurezza che nessuno ha mai provato a eguagliare.

Poco presentate in concerto – per essere dei “veri gioielli” quali sono – “perle” di linearità melodica, “epigrammi” di equilibrato sviluppo compositivo, “miniature” ricche di pathos, pur nella loro brevità, le sonate da chiesa di Mozart. Questo genere di composizione strumentale ha avuto origine nel periodo barocco. Se è vero che il termine “Sonata da Chiesa” in genere non intendeva riferirsi ad un utilizzo di tale forma musicale nell’economia della Sacra Liturgia, per quanto riguarda, invece, le Sonate da Chiesa di Mozart – che egli a piena ragione chiamerà: “Sonate all’epistola” – venivano eseguite durante la messa, tra la lettura dell’epistola e la proclamazione del brano del Vangelo. Composte dal genio salisburghese tra il 1772 ed il 1780, sarà lui stesso a farci giungere questa notizia della loro esecuzione liturgica, attraverso le righe scritte al grande contrappuntista padre Giovanni Battista Martini in una lettera datata settembre 1776.

L’arcivescovo Hieronimus di Colloredo interromperà la prassi di questo “interludio strumentale” durante la celebrazione della Liturgia della Parola. Non può passare “inascoltato” ad un orecchio attento il richiamo alla musica sacra d’area napoletana, dove la conduzione, di profonda bellezza e raffinatezza, ha poco, però, di contemplativo e di appropriato alla Liturgia.

Un grazie di cuore al direttore generale dell’Orchestra Sinfonica, dottor Paolo Maluberti, ed al direttore artistico, maestro Giancarlo De Lorenzo, che anche quest’anno mi hanno voluto a concludere la rassegna di Musica Sacra dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo, realtà artistica di primissimo livello che merita di essere sempre più valorizzata. Un “asso nella manica” per Sanremo la sua Sinfonica; un “biglietto da visita” prezioso, tenendo presente sempre che la nostra città è passata alla storia per il clima di sicuro, ma non meno per l’”elite” del suo fermento artistico e culturale a livello internazionale».

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