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Vent’anni senza De André, il poeta più premiato dal Club Tenco che meriterebbe il Nobel

Più di ogni altro ha fatto grande letteratura e ha saputo divulgarla attraverso un formidabile strumento, la musica

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Sono trascorsi vent’anni da quell’11 gennaio del 1999 quando Fabrizio De Andrè scomparve per un cancro ai polmoni.

Quel giorno ci lasciava l’artista che meglio di tutti ha saputo valorizzare la lingua e il dialetto ligure. Un poeta, il più grande della seconda metà del Novecento, di sicuro il più influente, quello che più di ogni altro ha fatto grande letteratura e ha saputo divulgarla attraverso un formidabile strumento, la musica. Se Bob Dylan merita il Nobel, lo stesso vale per l’immenso Faber, come lo ribattezzò il caro amico d’infanzia Paolo Villaggio.

Nato a Genova il 18 febbraio 1940, in quasi quarant’anni di attività De André ha inciso tredici album e moltissimi singoli poi riediti in antologie. I suoi testi sono lirica pura, raccontano storie di prostitute, emarginati, ribelli. Tanti capolavori come “La canzone di Marinella”, interpretata prima dalla grande Mina, e poi “Bocca di rosa”, “La guerra di Piero”, “Anime salve”, “Via del campo”, “Volta la carta”, “Don Raffaé” e molte altre ancora.

Dopo la scomparsa, la popolarità e l’alto livello artistico del suo canzoniere hanno portato alcune istituzioni a dedicargli vie, piazze, parchi, biblioteche e scuole. Insieme a Bruno Lauzi, Gino Paolo, Umberto Bindi e Luigi Tenco ha rinnovamento profondamente la musica leggera italiana, diventando uno degli esponenti di spicco cosiddetta Scuola Genovese. Senza dimenticare che ancora oggi l’artista con il maggiore numero di riconoscimento da pare del Club Tenco, con sei Targhe e un Premio Tenco. Una leggenda.

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