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“Per non dimenticare”, il ricordo del campo di concentramento a Vallecrosia nelle parole di Adriano Borro foto

Il racconto di un periodo storico che ha cambiato la sua vita e soprattutto la sua adolescenza

Vallecrosia. Il Giorno della memoria, ricorrenza istituita dal Parlamento italiano con la legge 211 del 20 luglio 2000 per ricordare l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz e lo sterminio e le persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti, è stata celebrata ieri anche nella nostra provincia con un ricco programma di celebrazioni, appuntamenti e iniziative culturali “per non dimenticare”.

Il 90enne Andriano Borro, per l’occasione, ci ha raccontato come quel semplice episodio e quel periodo storico ha cambiato totalmente la sua vita e soprattutto la sua adolescenza. All’epoca aveva solo 16-17 anni e viveva a Vallecrosia Alta con la sua famiglia, visto che ha dovuto abbandonare la casa di origine, sita a Vallecrosia, a causa della guerra. L’area intorno alla sua abitazione era infatti diventata una zona minata e recintata di filo spinato. “Sono stato sfollato a Vallecrosia vecchia con la mia famiglia. Mio nonno però non voleva lasciare la sua casa, infatti più volte è scappato per tornare alla sua abitazione e alle sue cose, ma ogni volta lo riportavamo indietro in bicicletta. Una volta ha addirittura attraversato un intero campo minato fortunatamente senza rimanere ferito” - afferma il signor Borro.

“Mi ricordo che nei giardini di via San Rocco, a pochi passi dall’ex fabbrica della Fassi, vi era un campo di concentramento provinciale. Avevano costruito tutto intorno una recinzione con alte torrette e nessuno poteva avvicinarsi – così inizia il racconto – All’interno si intravvedevano tante persone rinchiuse: bambini, donne e uomini. Non sapevamo però da dove venissero. Erano chiusi lì come prigionieri, non credo che li abbiano mai fatti lavorare come avveniva in altri campi. Era un luogo di internamento. Non erano ebrei, visto che erano già stati portati via tempo prima. So che avevano rinchiuso anche qualche partigiano”.

Il campo fu istituito dal Ministro dell’Interno per ordine del governo repubblichino di Salò, allo scopo di internarvi i cittadini di religione ebraica, i giovani che non seguivano la leva o per i militari che non avevano aderito alla Repubblica. “Il campo venne un giorno istituito lì, perché tutta l’area era già una caserma. La zona vicino all’ex Fassi, quella dove ora ci sono le scuole, dove vi era il corpo di anziani, e molto più in là. Tutta l’aria insomma era costituita da diverse caserme, nelle quali vi erano circa 5 mila militari tra tedeschi e polacchi. Vi erano già le SS che facevano pattugliamento” – spiega – “Il campo rimase aperto fino all’8 settembre”. All’apertura del campo, avvenuta nel 1944, infatti quasi tutti gli ebrei della zona erano già stati deportati perciò nel campo di Vallecrosia transitarono solo 5 persone ebree: due ragazze di 12 e 20 anni, arrestate a Bordighera con la loro madre, e due anziane signore catturate a Sanremo. Vi furono internati però molti avversari politici della Repubblica Sociale Italiana.

“Un giorno le SS sono andate via e il campo era libero. Tutto era finito. E’ stato davvero un periodo brutto, ho visto e sentito davvero cose orribili. Per scappare dai bombardamenti ci rifugiavamo sotto gli ulivi. Inoltre per poter guadagnare un chilo di pane andavo al mare con tre damigiane, le riempivo di acqua salata e le portavo al panettiere di San Biagio affinché potesse poi utilizzarle per fare il pane” - continua - “In quel periodo ero solo un ragazzo, ma mi ricordo benissimo quando ho incontrato Mussolini, che era venuto a Vallecrosia in parata. Era sceso alla stazione di Bordighera e poi aveva fatto una sosta anche qui mentre si dirigeva in Francia, insieme a Badoglio e Graziani. C’era la musica, le bandiere e si era verificato pure un episodio divertente. Un carro con una mula bianca che era all’inizio della parata ad un certo punto si era fermato proprio in mezzo alla strada perché la mula da lì non voleva spostarsi, si era impuntata, così hanno dovuto prendere un carretto per evitare che all’arrivo di Mussolini si trovasse ancora lì”.

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