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Terrorismo, due marrocchini arrestati in un’indagine curata dalla polposte di Imperia

Trovati anche cocaina, bilancini e 5 mila euro in contanti, oltre ad una decina di documenti di identità italiani

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Imperia. Fondamentale il ruolo della polizia postale di Imperia coordinata dall’ispettore Ivan Bracco nell’indagine che ha portato all’arresto di due marocchini in Riviera.  Un terzo è indagato. I marocchini hanno un’età compresa tra i 27 e i 44 anni.  Hanno precedenti per spaccio di sostanze stupefacenti, lesioni personali e in materia di falso.

Gli 007 della postale hanno scoperti profili e siti in lingua araba tutt’ora al vaglio. Inoltre nei telefoni cellulari sequestrati ai tre marocchini indagati nell’ambito dell’operazione antiterrorismo della Polizia di Stato: gli apparecchi, trovati negli appartamenti in uso ai tre, saranno ora sottoposti ad analisi tecniche più approfondite. Nel corso delle perquisizioni – disposte dalla Procura distrettuale antiterrorismo di Genova ed eseguite dal personale della sezione polizia postale e delle comunicazioni di Imperia, unitamente a quello della digos e della squadra mobile della questura di Savona, con l’ausilio di una unità cinofila della polizia di stato di Torino – sono stati trovati anche cocaina, bilancini e 5 mila euro in contanti, oltre ad una decina di documenti di identità italiani, non rubati, sui quali sono in corso approfondimenti per verificare se siano legati ad una possibile attività di spaccio da parte degli arrestati (ad esempio lasciati a garanzia del debito), o se invece il loro possesso sia finalizzato a ben altri impieghi.

L’attività di indagine, diretta dalla procura distrettuale antiterrorismo di Genova, nasce a seguito della segnalazione di una giovane savonese al commissariato di polizia online della polizia postale e delle comunicazioni, relativa ad un messaggio whatsapp pervenuto sull’utenza cellulare della ragazza da un contatto non presente nella sua rubrica e originante da un numero del Marocco. Ciò che aveva indotto la venticinquenne a rivolgersi alla polizia postale era l’immagine riprodotta nel profilo whatsapp: la foto, cioè, di una giovane ragazza con un mitra in mano e in posizione di tiro. La segnalazione veniva subito inviata agli investigatori della polizia postale e delle comunicazioni di Imperia che, anche con l’aiuto della ragazza, ricostruivano che circa tre mesi prima, transitando nei pressi di una struttura data in cessione a profughi provenienti

dall’Africa, aveva prestato il proprio cellulare ad uno dei marocchini residenti, che a suo dire aveva la necessità di contattare dei conoscenti nel Paese d’origine. Le successive indagini della polposte ligure, coordinata dal servizio polizia postale e delle comunicazioni, hanno quindi ricostruito una fitta rete di contatti dai quali è emerso il sospetto di possibile attivismo dei tre indagati nel campo del proselitismo all’autoproclamato Stato Islamico. La complessa attività investigativa, che si è avvalsa anche di intercettazioni telefoniche internazionali e telematiche, nonché del costante monitoraggio delle navigazioni in rete, e in particolare sui social network, degli indagati ha permesso di scoprire come i tre marocchini creassero profili facebook utilizzando numeri di cellulari intestati ad altre persone.

In considerazione della crescente rilevanza della comunicazione via web per il terrorismo jihadista, il servizio polizia postale e delle comunicazioni – anche con l’ausilio di interpreti madrelingua – nel corso dell’ultimo anno ha monitorato 11.833 siti e spazi virtuali, oscurandone 6.635.

“Tale incessante attività – spiega la polizia – consente, a seconda dei casi, ad operare sotto un profilo penale, attraverso l’arresto degli individui o dei gruppi nei confronti dei quali si acquisiscono elementi di reità perseguibili secondo l’ordinamento giuridico italiano (come è accaduto, per fare un esempio, per i due jihadisti di Milano e Brescia, che postavano su twitter minacce all’Italia pubblicando foto del Colosseo e di diverse stazioni ferroviarie e progettavano di colpire l’aeroporto militare di Ghedi e l’azienda presso la quale lavorava uno dei due), o attraverso un profilo amministrativo, mettendo il ministro dell’Interno in condizione di espellerli dal territorio italiano per contiguità all’IS”.

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