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Con Galimberti il sipario di “Caffè Venezuela” si alza sulle più profonde disquisizioni filosofiche fotogallery

Ieri sera in piazza San Siro il primo appuntamento della rassegna promossa dalla Cooperativa CMC di Angelo Giacobbe all’interno del calendario delle Manifestazioni

Sanremo.Gli equivoci dell’anima e la rimozione del corpo”. Sulle più profonde suggestioni filosofiche, ieri sera, in piazza San Siro, si è alzato il sipario della sesta rassegna “Caffè Venezuela”. Ospite uno tra i più autorevoli pensatori contemporanei, il Prof. Umberto Galimberti, la cui partecipazione ha permesso alla Cooperativa CMC diretta da Angelo Giacobbe, di dar vita – all’interno del calendario dell’Assessorato al Turismo, alla Cultura e alle Manifestazioni di Sanremo promosso dall’assessore Daniela Cassini, presente – a un incontro stimolante e ricco di declinazioni. Un incontro che andando al di là della mera, pedante presentazione, ha conquistato, coinvolgendola, un’attentissima platea. Duecento persone circa che hanno seguito nozione dietro nozione il denso dialogo fra il filosofo e la conduttrice Antonella Viale.

Galimberti ha condensato in sessanta minuti parte della sua vita di studi e di riflessioni; ha ripercorso la storia del concetto di anima, della sua strumentalizzazione volta alla rimozione del corpo. Secondo il filosofo nell’attraversare i diversi sistemi del pensiero occidentale la parola anima ha generato una serie di equivoci “in cui si nascondono vertiginose variazioni di significato”; è stata parte del prevalere di una concezione dualistica che l’ha affiancata al corpo, deputandola come luogo, il solo luogo in cui può risiedere la verità. L’analisi di Galimberti ha così trovato il suo incipit in Platone, ovvero in chi per primo giocando l’anima su un doppio registro, l’ha coniugata da un lato alla costruzione della ragione e al governo di sé, dall’altro all’abisso della follia e alla dissoluzione dell’individuo. E’ stato Platone infatti a introdurre la nozione di anima come necessità legata alla costruzione di un sapere universale. Perché per fondare quest’ultimo è il corpo l’ingannatore, il corpo ha sensazioni mutevoli, instabili. Da Platone in avanti ecco allora che il corpo è andato a coincidere con una storia di pazzia e mortificazione; è diventato carne da redimere (giudaismo e cristianesimo), forza lavoro da impiegare (capitalismo), organismo da sanare (scienza); è diventando la tomba dell’anima. Quell’anima che più si libera da esso più si eleva.

Ma il corpo, quel corpo che secondo la medicina altro non è che una sommatoria di organi o per la società un manichino da imbellettare e da ricostruire daccapo con lifting e ricostruzioni, è identico all’io, è correlato al mondo. Il corpo non è rappresentativo di un moto dell’anima, il corpo è immediatamente espressivo. E’ espressione della nostra rabbia, del nostro dolore, della nostra passione. “L’ira di Ulisse è corporea”, ha esemplificato il filosofo, “non rappresenta soltanto la nostra interiorità, la esprime. E per stare bene con noi stessi, non dobbiamo scinderci da esso ma pensarlo, pensarci con il mondo”.

Galimberti ha così lasciato alla platea una disquisizione permeante e sottile, consegnando allo stesso tempo alla rassegna “Caffè Venezuela” uno tra i più alti debutti di questa estate 2016.

 

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