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Lo storico stratega degli azzurri: “Vi svelo il segreto dietro il miracolo dei capelli del Cav” foto

"Tutto nacque da uno scontro sui manifesti elettorali truccati... Renzi è solo una copia di Silvio. La Raggi pare libera, non lo è"

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Sanremo. Si riporta l’intervista a Luigi Crespi fatta da Luca Telese per il giornale Libero:

Luigi: sei stato autonomo, militante, sondaggista, consigliere di Berlusconi, imputato, spin doctor, pubblicitario..

Vero. Ma la sliding door della mia vita è quella che mi ha tenuto lontano dal terrorismo.

Racconta.

Maggio 1977, Milano. Frequentavo l’area dell’Autonomia Operaia: stavo per entrare nella lotta armata.

Per modo di dire?

No, per davvero. Tirano una bomba incendiaria a casa mia, che per fortuna non esplode.

E poi?

Mi sparano due colpi di pistola in via Celentano. Ancora oggi – se passo – trovo al tatto i due proiettili infilati nel muro.

Perché?

Furori giovanili: la rabbia, l’antifascismo militante: lambivo Prima Linea. Avevo 15 anni. La mia fortuna.

In che senso?

Temporeggiavano. Non mi cooptavamo perché ero troppo giovane.

Che succede?

Mia madre, comunista, è molto preoccupata. Una sera mi dice: “Vieni a vedere Pannella in TV!”.

Che giorno era?

Dopo che la polizia aveva assassinato Giorgiana Masi. È il Pannella che denuncia le infiltrazioni della Digos nelle manifestazioni : “I lupi sono scesi dalle montagne…”

 

E ti cambia la vita?

Resto ipnotizzato. Contrappone la bellezza dello stare insieme e la non violenza, alla lotta armata. Mi colpisce a tal punto che mi iscrivo al Pci.

Non ai Radicali?

Psicanaliticamente era un ritorno alla famiglia. Anni dopo Pannella si arrabbierà: “Ma scusa, tu resti incantato da un mio comizio e ti iscrivi al Pci? Sei un assoluto coglione”.
Aveva ragione.
Nel tempo del tripolarismo in cui bisogna riscrivere tutte le mappe della politica, per capire che aria tira, bisogna sentire uno come Luigi Crespi. La sua è una storia un po’ americana: inizi ribellistici, giovinezza comunista, vita professionale Berlusconiana, poi tracollo, resurrezione. Oggi si occupa “di creare valore attraverso la formazione e la comunicazione”, ma resta un analista politico vero.

Le tue generalità?

Mio padre Giovanni era figlio di un gerarca fascista di Busto Arsizio. Mia madre Anna era figlia del comandante partigiano Luigi Farano con il nome di battaglia Folgore.
Zona Pansa.
I miei Natali, per anni, sono battaglie campali fatte di furibondi litigi familiari.
Ci credo.
Mamma ingraiana, nonna nostalgica del duce, nonno materno comunista ortodosso, iscritto dal 1932, padre missino.

Risultato?

Non si arrivava mai al panettone.

Scuola?

Istituto tecnico. Poi mia madre nel 1978 mi manda in Svizzera. Scuola superiore di comunicazione. Dopo Faggeto Lario e Frattocchie.

Quando sei uscito dal Pci?

Mai. Sono rimasto nel partito fino al 1989, poi si è dissolto.

Ti ha segnato?

Una grande scuola di vita anche se passavo tutte le vacanze a montare stand.

Mica è un martirio.

No, anzi: si scopava tantissimo.

Inizi a lavorare.

Vendevo pubblicità, polizze di assicurazione, anche bigiotteria.

E volevi fare il guerrigliero!

Erano anni straordinari: passavo i week end tra il teatro dell’Elfo, il Lirico e la Palazzina Liberty e a Milano potevi fare qualsiasi cosa immaginassi.

E poi?

Football americano nei Rhinos Milano. Indirizzato da mia madre per sfogare la mia aggressività.

Brava.

Avevo la mitologia del conflitto. Degli scontri di piazza. Mi manda nell’unico posto dove quello che ero è un valore: linea di difesa.

Sei sempre militante?

Nella Fgci milanese: con Sergio Scalpelli, Chicco Testa, Marco Fumagalli, Marco Cipriani e Gregorio Paolini, finito in TV. Massimo Ferlini, il mio segretario, poi approdato alla Comagnia delle Opere.

Il salto di qualità?

Divento direttore marketing di una società di comunicazione della signora Laccisaglia che si occupava soprattutto di moda intima.

E poi?

Il nipote della proprietaria era un dirigente della Philip Morris. Un giorno mi dice: “Ho un problema in una azienda di comunicazione e ricerche che si chiama Datamedia”.

Quale?

Era diretta da Badalich, un guru di internet, morto qualche anno fa. Mi manda lì e passo dalle mutande al destino della mia vita.

Cosa ti inventi?

La radio stava diventando impresa. Lavoro con gli Hazan, Cecchetto e Mario Volanti, ci inventiamo una indagine che cambia tutto.

Cioè?

Inventiamo Radar per misurare l’ascolto delle radio a renderle vendibili, da cui nascerà Audiradio. Stessa cosa che poi faremo con le tv locali con Tvbank.

Un po’ sondaggista un po’ pubblicitario.

Nel 1994 arriva l’uninominale e cambia di nuovo tutto. La mia doppia competenza di marketing e politica diventa preziosa.

Cosa ti inventi?

Media relations un pacchetto chiavi in mano: 10 milioni di lire per dare ai candidati tutti gli estremi dei loro collegi.

E funziona?

Inizio con tre candidati: Antonio Marano, direttore di Rete 55, Paolo Romani Telelombardia e Vincenzo Vita responsabile mass media del Pci. Tutti e tre vengono eletti. E io vendo il pacchetto a tutti.

Risultato?

Marano mi porta a lavorare nella Lega e mi presenta a Funari.

Stavi arrampicandoti ai vertici?

Conta anche il caso. Mia moglie ha una casa a Ponte di Legno: ci ritroviamo a cena noi, Bossi e Funari. A luglio Gianfranco mi prova in TV.

Funziona?
No. Lui mi dice: “Sei bravo, ma sei grasso, assomigli troppo a Ferrara. Se non perdi 30 chili non posso fare nulla”.

E tu?

A settembre torno magro: lui mi scrittura per Funari News. Ospite fisso e commentatore.

Ti diverti?

Molto. Inventiamo info-grafiche, numeri in movimento, domande all’inizio e risultato del sondaggio alla fine.

Tocchi il cielo con un dito.

Già. E’ il 1995 e sto andando incontro alla prima tragedia della mia vita: le bandierine.

Come accadde?

Mi chiama Emilio Fede: “Mi fai gli exit poll?”. Servono un sacco di soldi, gli dico. E lui: “Ti do 150 milioni”. Gli rispondo che con quei soldi al massimo posso farti gli “In house poll”. Ovvero telefonate a casa.

Che accade dopo?

La struttura della mia società è acerba, i soldi pochi, l’entusiasmo politico di Fede incontenibile. Si produce quella sceneggiata che è arrivata da Blob alla TV coreana.

Racconta.

Iniziamo al Tg4 con le bandierine azzurre su tutte le regioni, a fine serata sono tutte rosse.

Ah ah ah….

Il giorno dopo Funari mi licenzia in diretta: “Vi ricordate Crespi? Non lo vedrete più”.

Era arrabbiato.

Vengo massacrato, deriso, in sette giorni perdo metà del fatturato. La mia vita è finita.

E come risorgi?

Berlusconi. Parla e dice: “Quei sondaggi erano la verità e denuncia i brogli della Sinistra!”.

Incontri Berlusconi?

In campagna elettorale: seguivo Ciaurro a Perugia. Berlusconi ritarda tre ore. Devo intrattenere la platea, e poi lo accolgo io sul palco insieme ad Arturo Diaconale. Finisce la serata e mi dice: “Vieni a trovarmi ad Arcore!”.

E tu corri?

No. Mi pareva una frase di cortesia.

Sei matto?

Ma era un destino. Nel 1996 affonda una nave degli albanesi. Lui va lì e piange.

E tu che c’entri?

Facevo sondaggi in Rai: noto che l’opinione valuta le lacrime positivamente.

E che succede?

Mi chiama Niccolò Querci: “il dottore vuole vederla”.

Stavolta ci vai.

Di corsa. Mi dice: “Noi dobbiamo collaborare. Ho capito che lei vale il giorno delle bandierine. Era l’unico ad avere il dato giusto”.

E tu?

“La ringrazio ma non è vero”.

E lui?

“Lei ancora non capisce. Standomi al fianco ce la farà”.

Che periodo era?

È il 1996: Prodi ha vinto. Berlusconi teme di essere in un angolo. Faccio con lui la traversata del deserto.

Chi c’era?

Querci con lui, Scajola all’organizzazione, Dell’Elce alla cassa: una grande squadra. Io divento il creativo.

E come funziona?

Sono più le cose che imparo di quelle che suggerisco.

Esempio?

Un giorno porto a Berlusconi uno spot della famosa campagna “Qui, Quo, Qua” che per me è un capolavoro.

E lui?

Ferma tutto su un frame di un secondo. Si arrabbia: “Quel signore ha un giornale con un titolo negativo!”

Era vero?

Si, ma non me ne ero accorto. Lo fa rigirare: stesso signore un altro giornale. Questa era l’attenzione per il dettaglio.

Altro esempio?

Di nuovo un spot, e di nuovo un capolavoro: 15 secondi.

E lui?

“Crespi non va!”.

E tu?

Mi arrabbio: “Ma che dice?”. Lui non si scompone: “Rivediamolo senza audio”.

Ed era vero?

Il ritmo, il movimento, le luci erano come… fuori sync. Berlusconi dice: “Hai solo 15 secondi. Vai direttamente sul primo piano. Non perderti in immagini inutili”. Era vero di nuovo.

Facevate molti sport.
 Così efficaci e così mirati che D’Alema si inventò”.

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